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Achille Lauro sulla croce come Salvini col rosario: solo marketing

Di Franco Bagnasco
Pubblicato il 23 Lug. 2020 alle 14:39 Aggiornato il 23 Lug. 2020 alle 15:02
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Immagine di copertina

Il sospetto che il reparto affissioni del Comune di Milano lavori in realtà per l’ufficio stampa di Achille Lauro, il più trendy tra i giovani (e furbi) mestieranti della canzonetta nostrana, un po’ ti viene. Soprattutto quando ti accorgi che il nostro, con sdegno ed enfasi, ieri alle 22 sul suo profilo Twitter, proclamava quanto segue: “Questa è l’immagine che avreste visto oggi nel maxi-cartellone di Corso Como a Milano ma la pesante mano della censura delle pubbliche affissioni lo ha impedito. Io invece la regalo a tutti voi e come sempre ‘Me ne frego'”.

Oh, qui non si scherza, amici. O “Amici miei”, perché anche lì c’era una citazione da Golgota in un celebre, esilarante promo, due ladroni compresi. La stucchevole foto ritrae il bistrato 30enne cantautore romano rivelazione dell’ultimo Festival di Sanremo (all’anagrafe Lauro De Marinis) nei panni di una sorta di Barbie pansex stratatuata appesa a una croce totalmente rosa. Non si capisce poi se l’icona lauriana sia appesa o solo poggiata, in realtà, perché a voler ben guardare mancano i chiodini, ma questi sono dettagli. Sono finezze da catto-cultori. Si tratta, com’è evidente, di un’immagine più innocua, più inutile e brutta che urticante. Eppure tanto sarebbe bastato ai bigottissimi responsabili della cartellonistica meneghina per proclamare: il segno è stato passato. Questa roba non vedrà la luce, né ora né mai! Capirai, Achilluccio santo (e martire) non vedeva l’ora. Proprio domani gli esce il nuovo disco, “1990”, (“Fuori il 24 luglio”), come dicono quelli che parlano bene, e un po’ di vittimismo social fa più rumore di una crocifissione. Se in sovrappiù metti anche la gioia di poter coraggiosamente aggiungere, mussolinianamente, “Me ne frego” e la condividi col prossimo (sottotesto: perché io sono coraggiosissimo, chiaro), beh, viene giù il teatro dagli applausi.

Lauro, che di recente Antonio Ricci ha definito “Un prodotto di marketing”, gioca da tempo con l’iconografia religiosa. Di recente anche in un’altra diffusissima immagine appariva circondato da una celestiale aureola. Gli piace insomma giocare con i santi e lasciar stare i fanti. Imbastire giochetti per adombrare i benpensanti; sempre che in Italia ci sia ancora gente che si scandalizza ancora (a parte il settore affissioni del Comune di Milano, intendo) per robetta del genere. Fatti i debiti distinguo, sul fronte dell’autopromozione, Lauro è come Matteo Salvini quando agita e bacia rosari e Vangeli. Il primo lo fa per scandalizzare e galvanizzare chi abbocca al richiamo trasgressivo; il secondo per cooptare elettori. Ma per entrambi si tratta di un preciso reclutamento sfruttando i punti cardine della religione. Di catto-marketing di bassa Lega. Bisognerebbe ricordare ad Achilluccio che Madonna (una che la religione cattolica ce l’ha anche nella ragione sociale) s’è fatta già crocifiggere in tour, con tanto di corona di spine, nel 2006. Che ha crocifissi in legno pesanti come macigni anche nella trousse per il trucco e che s’è persino vestita da suora accompagnata da Guy Ritchie finto Papa per andare a un party. Queste cosette da Corso Como, la trasgressioncina de noatri (tra l’altro fuori tempo massimo) le fanno il solletico. Per il prossimo live suggerirei ad Achille (che quand’era meno noto amava scrivere personalmente lunghe lettere nei comunicati indirizzati ai giornalisti, i quali ricevevano grati il Verbo in mailing list) di pensare all’auto flagellazione. Fa un po’ male, ma vuoi mettere quanta gente porti dalla tua? Rapita, come quando guardi gli incidenti in Formula 1.

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