Camilleri era il Re dell’empatia. La dominava come nessuno

Di Franco Bagnasco
Pubblicato il 17 Lug. 2020 alle 11:25 Aggiornato il 17 Lug. 2020 alle 11:26
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Immagine di copertina
Lo scrittore Andrea Camilleri. Roma, 10 dicembre 2017. Credit: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Gli ultimi anni della sua vita li ha passati, pressoché cieco e circondato da cumuli di pacchetti di sigarette (quelle toste), in un bell’appartamento nell’austera via Asiago, a Roma, a pochi passi dalla storica sede di Radio Rai. Azienda di Stato con la quale Andrea Calogero (secondo nome siculissimo che ha sempre tenuto un po’ nascosto, non si capisce poi perché, visto che della Sicilia era un emblema) Camilleri è sempre stato casa e bottega. Volto talvolta nei promo dei tele-racconti, suo malgrado, ma soprattutto instancabile creatore di contenuti di fiction seriale dagli ascolti ben più miracolosi dell’acqua della piscina di Lourdes.

Il papà del Commissario Montalbano, che tornerà con un nuovo episodio anche nel prossimo palinsesto di Rai1, ci ha lasciati esattamente un anno fa, a 93 anni, per un infarto. Lo stesso che idealmente coglieva i dirigenti delle reti concorrenti ogni volta che la decima replica di una puntata dei gialli del mondo piccolo di Vigata legnava sonoramente sui tabulati Auditel un film in prima visione o uno show nuovo di zecca costato centinaia di migliaia di euro. Il famoso e temutissimo effetto Montalbano. Spiegabile e inspiegabile al contempo.

Ogni tanto cedeva ai blitz sotto casa da parte del conterraneo Fiorello (che ha reso cult una sua imitazione di quella voce passata nella grattugia), ma l’uomo Camilleri è sempre stato piuttosto riservato. Senza impedirgli di essere spiritoso e raffinato frequentatore di più mondi, dei quali conosceva l’alto e il basso, le miserie e le nobiltà. E le infilava tra le sue pagine. Sempre maschie ma mai misogine (questo forse è stato uno dei suoi grandi segreti per raggiungere la trasversalità), con una naturale comprensione quasi affettuosa verso i vinti. Perché tutti lo siamo o lo siamo stati. Perché un po’ dello sbadato agente Catarella in fondo è dentro ognuno di noi. Perché a volte cediamo e siamo precisini come Fazio, facciamo i provoloni come Mimì Augello o vorremmo mandare a quel paese il mondo intero come l’anatomopatologo Dottor Pasquano, buonanima.

Camilleri era il Re dell’empatia. La dominava come nessuno. Ti tirava dentro con quella e poi addio. E conosceva alla perfezione non solo la scrittura, con il dialetto isolano ormai a uso e consumo delle italiche masse (scantarsi=spaventarsi, taliàre=guardare; ammazzatina=omicidio), ma anche i meccanismi della serialità televisiva, essendo stato tra i curatori di una tra le serie (ancora ovviamente in bianco e nero) più leggendarie della televisione italiana: “Le inchieste del commissario Maigret”, con gli immensi Gino Cervi e Andreina Pagnani. Una “cosetta” del ’64 (all’epoca si chiamavano sceneggiati) che dovrebbero trasmettere in tutte le scuole. Sicuramente in quelle di recitazione. Ci sarebbero forse meno abbaianti animali da compagnia a bazzicare le fiction nostrane.

In Rai Camilleri entro nel ’57 per concorso, rifiutato quattro anni prima “Perché comunista”, come disse in seguito. E non l’ha mai lasciata, incarnandone l’anima del pacato raccontatore delle storie noir del profondo Sud. Dell’affabulatore che si nutre di arancini.

È appena arrivato in libreria per Sellerio, postumo, come voluto dall’autore, il finale della saga: “Riccardino”. L’ultimo capitolo di Montalbano. Scritto di getto dieci anni fa. Quando gli balenò una di quelle idee sulle quali la nostra tv campa che da una vita. E non smetterà certo di farlo.

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