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Cosa sono i voucher e perché se ne parla tanto?

Nati per combattere il lavoro in nero, sono ora al centro delle polemiche, considerati in parte responsabili del precariato di cui soffre il mercato del lavoro italiano

Di TPI
Pubblicato il 28 Dic. 2016 alle 12:46
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Immagine di copertina

Nati per combattere il lavoro in nero, sono ora al centro delle polemiche, considerati in parte responsabili del precariato di cui soffre il mercato del lavoro italiano. Si tratta dei voucher, ovvero dei “buoni” per pagare prestazioni di lavoro accessorio, di un valore nominale di 10 euro.

Furono introdotti in Italia per la prima volta nel 2003, dal governo Berlusconi, con la legge Biagi. Fu dal 2008, sotto il governo Prodi, che il loro utilizzo divenne più massiccio. Ma come funzionano questi voucher e perché nel 2016 il loro utilizzo ha subito un incremento enorme?

Come funzionano? I voucher sono dei buoni per retribuire il lavoro accessorio, cioè tutte quelle prestazioni lavorative saltuarie che non sono riconducibili a contratti di lavoro veri e propri. Il datore di lavoro, può acquistare questi buoni che servono per pagare prestazioni lavorative come ripetizioni, baby-sitting, lavoro agricolo stagionale, pulizie domestiche. Dei 10 euro del voucher, 7,50 sono quelli netti da corrispondere al lavoratore e 2,50 euro sono destinati alla copertura assicurativa e previdenziale. 

Il loro acquisto può avvenire via telematica, presso gli uffici postali, presso le tabaccherie autorizzate o presso sportelli bancari abilitati. l valore nominale di 10 euro del voucher comprende un 75 per cento netto (7,50 euro) da destinare al lavoratore, e il restante 25 per cento così ripartito: 13 per cento (1,3 euro) destinato alla gestione separata Inps per i contributi.

Il 7 per cento (0,7 euro) in favore dell’Inail per l’assicurazione anti-infortuni e il rimanente 5 per cento (0,5 euro) all’Inps per la gestione del servizio voucher. Ogni voucher corrisponde al compenso minimo per un’ora di lavoro. 

I compensi complessivi percepiti dal lavoratore non possono superare i 7.000 euro netti (9.333 euro lordi) nel corso di un anno. Prima delle modifiche introdotte dal Jobs Act, che innalzano il limite a 7000, i lavoratori non potevano superare i 5.000 euro netti annui, come previsto dalle liberalizzazioni introdotte dal governo Monti. Ogni committente non può comunque erogare più di 2.000 euro in voucher e deve dare comunicazione almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione lavorativa sul sito dell’Inps o mediante sms.

I lavoratori possono riscuotere i buoni attraverso varie modalità, presso gli uffici postali, tramite InpsCard, presso gli sportelli bancari o i tabaccai, a seconda di dove sono stati emessi. 

Qual è stata la situazione dei voucher nel 2016? L’Istat, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, l’Inps e l’Inail hanno pubblicato oggi, 28 dicembre, la prima nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell’occupazione. Nella nota si legge che nei primi 9 mesi del 2016 i voucher venduti sono stati 109,5 milioni, il 34,6 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel 2013 erano stati 24 milioni i voucher venduti. 

I vantaggi – Il “datore di lavoro” può beneficiare di prestazioni lavorative in piena legalità e con una copertura assicurativa per eventuali incidenti sul lavoro e ha il vantaggio di non dover necessariamente stipulare un contratto di lavoro.

I vantaggi per il lavoratore invece consistono nel fatto che il compenso è esente da tasse e non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato. E inoltre, con una parte del voucher si accumulano contributi finalizzati ai trattamenti pensionistici. 

Le critiche – Secondo molti detrattori del meccanismo dei voucher, questi ultimi favoriscono il precariato e il lavoro nero (la cui eliminazione era proprio tra gli obiettivi del meccanismo dei voucher, dal momento che molti datori di lavoro potrebbero scegliere di usare il pagamento dei buoni per nascondere un lavoratore irregolare, anche se il Jobs Act ha introdotto la tracciabilità delle prestazioni.

E ancora, in base al Jobs act, un datore potrebbe essere invogliato a usare dei voucher piuttosto che altre forme di contratto a tempo determinato, penalizzando così la stabilità dei lavoratori.

Il prossimo 11 gennaio la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sull’ammissibilità di tre quesiti referendari proposti dalla Cgil, che propongono, tra le altre cose, l’abrogazione dei voucher, definiti “la nuova frontiera del precariato”. 

A chi sono rivolti i voucher? I committenti, ovvero coloro che impiegano prestatori di lavoro accessorio, possono essere famiglie, enti senza fini di lucro, soggetti non imprenditori, imprese familiari, imprenditori agricoli, imprenditori operanti in tutti i settori e committenti pubblici.

I prestatori, ovvero i lavoratori occasionali, possono essere studenti nei periodi di vacanza (maggiori di 16 anni), pensionati, cassintegrati, titolari di indennità di disoccupazione, lavoratori part-time, inoccupati, lavoratori extracomunitari con permesso di soggiorno. 

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