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“Mi ha massacrata di botte e mi ha lasciata con un mutuo da pagare, vi spiego perché in Italia se muori sei più tutelata”

Alice è vittima di violenza economica, fisica e psicologica. Oggi è costretta a pagare per le spese processuali per la fine della relazione con l'uomo violento che l'ha ridotta in fin di vita

Di Cristiana Mastronicola
Pubblicato il 20 Feb. 2019 alle 10:56 Aggiornato il 20 Feb. 2019 alle 12:36
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Immagine di copertina
Credit: Getty Images

Quando Alice è arrivata in Italia dalla Russia non contava di restarci a lungo. Giusto il tempo di mettere qualche soldo da parte per tornare dal suo bambino. Alice non contava di costruirsi una vita qui. Non contava, soprattutto, di innamorarsi.

Era il 1995 quando iniziava la seconda vita di Alice. Non lo sapeva, lei, che quella non sarebbe stata l’ultima. Gli anni che verranno dopo saranno intrisi di felicità e lacrime, sorrisi e disperazione. L’Italia non era la sua Russia, ma l’amore di quell’uomo sopperiva a ogni mancanza.

“C’è un filo invisibile tra amore e possessività, non lo capisci subito”. E Alice non l’ha capito quando lui l’accarezzava dolce e le prometteva il mondo. “Il primo schiaffo è arrivato un anno dopo, ero incinta. Pensi che sia solo uno schiaffo, l’ultimo. Come fai ad andartene? Incinta e senza un soldo, non potevo che restare”. Un mazzo di fiori e la promessa di non farlo mai più cancellano la paura.

“Mi ha detto che non avrei dovuto lavorare, che avrebbe pensato lui a tutto”. Non lo sapeva, Alice, che quello era l’inizio della fine. La violenza economica non è come quella fisica. È subdola, non lascia i segni sulla pelle, ma pesa sull’anima. La violenza economica è una catena che non si spezza. Non quando non la vedi.

Dopo la nascita della prima figlia è arrivata la violenza psicologica. “‘Sei grassa’, mi ripeteva. ‘Non vali niente, guardati, che brutta che sei’. E io non ero brutta, non sono brutta, ma ho iniziato a vedermi brutta”. Dopo la nascita della bambina, Alice dice al marito di voler iniziare a lavorare. Lui glielo concede, ma nel weekend deve stare a casa per stare con la figlia. Alice inizia a fare la cameriera in un bar, part time, ma i soldi non bastano mai. Resta incinta un’altra volta e lì la violenza economica e quella psicologica scivolano inesorabilmente in quella fisica.

“Le sberle arrivavano per qualsiasi cosa. La bambina cadeva? ‘È colpa tua’, e giù con le mani”. Nel 2003 iniziano i guai seri. Il marito ha problemi economici e chiede ad Alice di fare da garante per lui. “Quando hai una famiglia da salvare, si cerca di salvare il salvabile. Così faccio da garante per 51mila euro”.

Inizia un secondo lavoro, un secondo part time, ma i soldi non bastano mai e Alice non capisce come sia possibile. Nel 2008 decidono di comprare casa. “Dal notaio dice: ‘tutta la mia casa la intesto a mia moglie’. Se mi intesta casa, vuol dire che si fida di me”. E invece no: “Mi ha incastrato in pieno, con un mutuo di 1.800 euro al mese”. Ma con il lavoro da cameriera, quella cifra era praticamente impossibile da saldare. E i soldi continuavano a mancare. 

“Nel 2008 ho capito: aveva un’altra famiglia, era lì che finivano i soldi che guadagnavo io, con una casa intestata e un mutuo sulle spalle“. Ancora una volta però lui si pente, le promette che avrebbe lasciato l’altra donna e nel 2010 inizia un’altra vita.

“Per tre anni è stata una luna di miele. La vita finalmente iniziava ad andare bene”. Intanto la fiducia ristabilita ha permesso loro di aprire un bar: “Io avrei avuto un lavoro e anche la mia figlia più grande un domani ne avrebbe avuto uno”.

La vita ha smesso di sorriderle presto, però.

10 luglio 2014. Il Resto del Carlino pubblica un articolo intitolato “Amore e follia”. Dentro si legge di una donna tirata fuori dal letto per i capelli, nel cuore della notte, portata in strada e massacrata di botte da mezzanotte all’una e quaranta. Trascinata in strada, buttata in un canale, la donna è riuscita a divincolarsi dalla morsa della violenza, ma solo temporaneamente. Ha corso in mezzo alla campagna emiliana, ha cercato di raggiungere l’unica strada trafficata. Lui, però, l’ha raggiunta con l’auto, l’ha presa e l’ha chiusa nel bagagliaio.

“Dimmi il suo indirizzo”, le urlava contro. Lei non sapeva di cosa stesse parlando, ma sospettava che alla base di tutto quello c’era la sua gelosia cieca. Lui ha preso il cellulare della donna e ha chiamato l’ultimo numero registrato: “Era quello di un cliente del bar. È vero, l’avevo chiamato qualche ora prima, ma mi serviva sapere se il centro di radiologia di Cento era aperto h24. Tutto qua, io non l’ho mai tradito”.

Alice parla e la voce tranquilla nasconde un lavoro lungo cinque anni e la fatica di uscire dal terrore. Quello che lui le aveva lasciato sulla pelle. “Mi ha picchiata mentre chiamava in vivavoce quell’uomo. È stata quella la mia fortuna, dall’altra parte hanno capito che cosa stava succedendo e hanno chiamato i carabinieri”. Il problema allora era che quell’uomo non sapeva niente di Alice, solo che aveva un’auto rossa e che viveva fuori dal centro, in campagna.

“Sapevo che stavo morendo, lo sentivo, ma mi sono aggrappata con tutte le forze alla vita perché volevo salutare i miei figli”, dice Alice.

I carabinieri ci hanno messo un po’, ma alla fine hanno bussato alla porta di casa. Alice non ricorda niente di quel momento, solo di essersi svegliata in un letto d’ospedale. Il viso nero, completamente ricoperto da ematomi e sangue incrostato. Gli occhi gonfi, le lacrime che continuano a rigarle il viso. “Ma solo di notte. Ho pianto solo di notte, mai davanti ai miei figli”.

Uscita dall’ospedale, Alice ha denunciato il marito. Al momento del patteggiamento, lei ha chiesto che quel mostro venisse allontanato da casa sua e dal suo bar. Ma quello non bastava a farlo uscire dalla sua vita. C’erano quel mutuo e quelle cambiali a ricordarle che lo spettro di quell’uomo avrebbe continuato a perseguitarla ancora.

“Riuscivamo a mangiare solo perché avevamo i panini del bar. Per due anni sono andata in giro in ciabatte, non avevo altre scarpe. L’inverno indossavo i calzettoni pesanti che mi aveva fatto mia madre e andavo a lavoro così. Lui continuava a non passarci neanche un euro: ‘Tu rimani in mutande come ti ho trovato’, mi ripeteva”. Violenza, violenza e ancora violenza.

In ospedale, la sorella di Alice le aveva fatto una foto in quelle condizioni, ridotta a un grumo di lividi e disperazione. “Ce l’ho nel portafogli, la guardo quando sto per crollare e non crollo”.

Nel 2015, nasceva un gruppo di auto mutuo soccorso: la salvezza, per Alice. “La prima volta che ho incontrato quelle donne, ho pianto. È stato un pianto liberatorio, il mio. Mi hanno abbracciata e per la prima volta non mi hanno giudicata”. Lei, che aveva passato gli anni dietro a quel bancone del bar a sentirsi giudicata, con i commenti di chi scommetteva sul fallimento di quella “puttana”.

“Nessuno si fidava di me, nessuno credeva in me. Le donne del gruppo mi hanno salvata”.

Nel 2015 un intervento all’appendicite. Il 26 quando esce dall’ospedale, l’ex marito chiama la figlia ordinandole di non andare più a lavorare al bar. Così Alice si è vista costretta ad assumere un’altra persona. “Lavoravo dalle 3 di notte alle 21 di sera. Cadevo, crollavo in continuazione. Ma continuavo a guardare quella foto e andavo avanti”.

Il bar dopo sei anni resiste, con Alice, ma continua la violenza economica. “Con la separazione, dieci udienze. Prima che lui mi mandasse il mantenimento è passato un anno, poi non mi ha pagato le spese straordinarie e ancora adesso lo fa e non lo fa. Mi porta in tribunale per qualsiasi cosa. E sono spese. Se mi dà 1.300 euro e 1.200 devo darli all’avvocato, non è violenza economica?”.

Alice riflette sulla legge del 2018 a favore degli orfani per crimini domestici: “Quando una donna muore, l’uomo è costretto a pagare di tutto, perde la patria potestà a paga qualsiasi tipo di spesa. Ma se la donna sopravvive, si aggrappa alla vita, ma non ha nessun diritto”.

Le vengono risparmiate le spese del processo penale, ma quello civile per la separazione o il divorzio è tutto a suo carico. In più, una volta scontata la pena, l’ex continua ad avere gli stessi diritti di prima, soprattutto sui figli: “I miei sono stati vittime di violenza assistita (hanno assistito alla violenza del padre nei confronti della madre, ndr), ma non posso portarli da uno psicologo perché lui non mi dà l’autorizzazione”.

L’ex di Alice è stato condannato a un anno e dieci mesi, ma la violenza non è finita. Una volta è riuscito a rientrare in casa sua e ha provato a strangolarla. Lei non lo ha denunciato subito: “Avevo perso la fiducia nella giustizia, dopo tutto quello che avevo passato. Ero sola e terrorizzata. Oggi alle ragazze del gruppo di mutuo aiuto dico sempre che devono denunciare e pretendere tutto quello che spetta loro”.

“Perché la donna che muore ha più diritti di quella che sopravvive?”, si domanda Alice. Il buco della legge è impercettibile a chi non si trova nei panni della vittima, ma chi sopravvive a una violenza non può scrostarsi di dosso la sensazioni di essere ancora vittima. Anche dello Stato, che assiste le donne, ma fino a un certo punto.

Di violenza economica ai danni delle donne non si parla mai: “Tu dipendi completamente da lui, non hai più uscita. E se cerchi di liberarti, lui ti mette subito a posto”. 

Alice, non potendo continuare a pagare il mutuo, ha deciso di sbarazzarsi di quella casa che aveva acquistato con l’ex marito e liberarsi così del debito. L’abitazione è andata all’asta, ma nessuno l’ha acquistata.

È un cerchio che non si chiude mai. Alla banca non interessa che lui ti ha massacrato: tu hai firmato”. E così Alice oggi agli occhi dello Stato risulta “cattivo pagatore” e questo le impedisce di aprire un altro mutuo e acquistare un’auto che sostituisca quella che non va più.

“Volevo cambiare scuola a mio figlio, ma non ho potuto farlo: lui non mi ha dato il permesso. L’alternativa è ricorrere a un giudice, ma questo significa pagare, ancora”. La violenza economica, spiega Alice, non è solo da parte del carnefice, ma passa da tutto il sistema.

“Io devo lavorare per vivere e per far vivere i miei figli perché lui non mi passa un soldo, ma poi devo finire in tribunale con l’accusa di abbandono di minore perché lascio mio figlio di 11 anni a casa per sostituire la dipendente che sta male”. A nessuno importa capire come quell’uomo abbia fatto a sapere che il figlio era solo in casa e Alice a lavoro, avendo lui l’obbligo di non avvicinarsi all’abitazione né al bar.

Le storie di donne vittime di violenza economica, fisica e psicologica si ripetono. Tutte uguali. “Sembra che abbiano un manuale, le situazioni sono sempre le stesse”. Nel gruppo di mutuo aiuto di Alice, Mai Più, si contano 29 donne, 29 storie, 29 ingiustizie. 29 vittime alle prese con le separazioni, il dolore da cancellare e il coraggio da ricostruire.

Dall’altra parte, i carnefici “fanno la bella vita”, dice Alice: “Se pagassero tutte le spese civili delle separazioni, altro che bella vita. Loro godono della tua stanchezza, della tua miseria”.

“Quella notte in cui mi ha massacrato di botte ho capito che avrei potuto cambiare qualcosa solo da viva, non da morta, perciò ho resistito”. Oggi Mai Più è il perno della vita di Alice.

“Facciamo piccoli lavori al microuncinetto, li vendiamo e facciamo cassa. Non è molto, ma ci basta per andare a mangiare una pizza ogni tanto tutte insieme – cosa che prima non ci era concessa, perché se esci sei una puttana – e, soprattutto, facciamo mini prestiti alle donne più in difficoltà, anche solo 20 euro al mese. Oppure le aiutiamo a prendere la patente. Sembra una banalità, ma è uno strumento fondamentale per riprendersi la libertà“.

È la cesoia che spezza la catena della violenza economica. Il gruppo di mutuo aiuto è la cesoia. “C’è una legge sola nel gruppo: non giudicare. La prima domanda che ti fanno, quando sei vittima, è perché sei stata picchiata. Non esiste nessuna motivazione per picchiare, mai”.

Il gruppo non lo chiede, non importa perché sei vittima: quello che conta è come uscirne. La risposta è una: insieme. La rete serve a quello, a salvarsi e a salvare. Per questo Mai Più va anche nelle scuole: “Quando entro in una classe spesso ci scherzo su. Meglio un lungo processo che un bel funerale, dico alle ragazze. Cerchiamo di trasmettere alla giovani donne che quella sberla non è amore. Il confine tra sentimento e possessività è labile, non si riconosce subito, ci si arriva sempre dopo, per questo bisogna essere vigili sempre”.

Il primo anno dopo l’aggressione, Alice era terrorizzata dall’ex marito: “Ero un coniglio di fronte al pitone”, ripete. “Perché non sono andata via? Perché ero incastrata là. Ogni donna ha il suo tempo, quando è pronta, va. Io avevo paura per il futuro dei miei figli: se mi avesse ammazzata, che futuro avrebbero avuto? Non andavo via per quello, ma lo capisco solo adesso”.

Poi è arrivato il gruppo, il sostegno psicologico, la terapia. Oggi Alice è tornata a credere in se stessa, ma la strada è ancora lunga: “Dormo sempre con la tv accesa, sul divano: devo guardare la porta. Il terrore che lui torni e mi stringa le mani attorno al collo c’è sempre”.

Alice lavora al suo bar, cresce il figlio più piccolo di 15 anni e guarda avanti: “Se possiamo aiutare a cambiare qualcosa, dobbiamo farlo. È possibile che io non possa cambiare il mio destino, ma per le altre donne qualcosa deve cambiare”. 

“Dicono che la libertà non ha prezzo, ma non è vero. Ce l’ha, un prezzo, eccome”, dice Alice. Che sorride, forte della forza che le hanno dato gli anni di violenza di una vita che con lei ha sorriso poco.

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