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“Mio figlio è morto suicida in una cella a 22 anni, da solo, con i suoi disturbi psichiatrici”

Ester Moratti, madre del ragazzo che il 24 febbraio si è suicidato nel carcere di Regina Coeli, parla a TPI e chiede chiarezza per la morte del figlio

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 28 Feb. 2017 alle 14:05
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Immagine di copertina

Il 24 febbraio 2017 Valerio G., un ragazzo di 22 anni, si è tolto la vita impiccandosi con un lenzuolo annodato alla grata della finestra del bagno della sua cella nel carcere di Regina Coeli dove era  stato rinchiuso con l’accusa di violenza e resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. 

Il giovane Valerio soffriva da anni di problemi psichici ed era stato affidato alla Rems di Ceccano (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture che hanno preso il posto degli Ospedali psichiatrici giudiziari), centro dal quale negli ultimi mesi era scappato tre volte.

Dopo il terzo tentativo di fuga, il giudice competente del tribunale penale di Roma ha ritenuto di dover trasformare la custodia nella Rems in una custodia cautelare in carcere, in regime di sorveglianza speciale. Da quanto racconta la madre e anche da quanto riporta l’associazione Antigone, Valerio ha manifestato più volte la sua difficoltà a sopportare il regime carcerario proprio in virtù della sua instabile situazione psicologica.

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Proprio in una lettera del 14 febbraio indirizzata al fratello e pubblicata, su richiesta della madre, dall’associazione Antigone – associazione che si interessa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale – emerge lo stato di crisi di Valerio, che nella missiva scriveva: “Io qui sto impazzendo, non ce la faccio più”.

La madre di Valerio, Ester Moratti, ha voluto raccontare la sua versione dei fatti a TPI perché, dice, “la morte di mio figlio non sia vana e serva quantomeno a salvare la vita di qualche altro povero disgraziato”.

Il travaglio psicologico di Valerio durava da molti anni, quando ha iniziato ad essere seguito?

Fin dall’età di cinque anni ha manifestato i suoi problemi psicologici. A 12 anni non c’erano le Rems e Valerio fu affidato ad una casa famiglia per la riabilitazione: Valerio doveva stare in un ambiente protetto e doveva essere seguito da persone qualificate. All’ospedale Umberto I gli fu diagnosticato il disturbo borderline, poi fu mandato in un’altra casa di cura a Pescara, dove trascorse nove mesi. Lì subì abusi e maltrattamenti, la casa ora è stata chiusa. Valerio è passato da un centro all’altro finendo anche nell’Opg di Napoli. Tutte strutture che non aiutavano nessuno, che creano degli zombie che girano in tondo. Valerio non voleva fare lo zombie e non poteva sopportare di stare in cella.

Perché secondo lei si è stabilito di tenerlo in carcere se aveva questi problemi?

Esistono diverse certificazioni che testimoniano che Valerio non era abile al regime carcerario ed era ad alto rischio suicidio. Una situazione ribadita anche in sede giudiziaria nel processo del 14 febbraio 2017. Proprio in quella sede venne predisposta la scarcerazione per Valerio, che però non fu mandato a casa, né inviato in un’altra Rems perché pare non ci fosse posto. Ma al Regina Coeli Valerio non era controllato, non era guardato a vista; dati i precedenti, perché non gli erano state fornite lenzuola di carta? Dato che aveva già tentato in passato di togliersi la vita perché nessuno lo sorvegliava?

Quando è stata l’ultima volta che ha parlato con Valerio?

Il 13 febbraio, il giorno prima del giudizio in tribunale. Sono andata a colloquio da lui con il fratello. La settimana seguente si è incontrato con il padre. Poi mi ha inviato lettere in cui chiedeva perdono a me, al papà e alla famiglia per quello che voleva fare. Da quelle lettere si capiva quanto fosse delicata la situazione. Anche in aula durante il processo Valerio supplicava per andare a casa, prometteva di fare il bravo. Non voleva assolutamente stare in carcere. Qualunque tipologia di reato commessa in passato, Valerio è sempre stato scagionato per infermità mentale. 

Cosa farà adesso?

Voglio fare chiarezza su questa vicenda perché i segnali erano espliciti: le lenzuola strappate, le lettere. Valerio doveva essere guardato a vista, non era atto al regime carcerario, ci sono i certificati. È un’assurdità. Un’assurdità che mi ha portato via mio figlio, ma un giorno sarà reso tutto noto.

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