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L’hanno chiamata “tempesta emotiva”, è solo l’ennesima nefandezza dell’Italia patriarcale

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 3 Mar. 2019 alle 11:56
Immagine di copertina

Le ha stretto il collo. A mani nude. Lei voleva lasciarlo ma lui non voleva permetterglielo, lei era cosa sua e non aveva il diritto nemmeno di pensarla quella soluzione, e mentre glielo urlava in faccia stringeva sempre più forte. Fino a strangolarla. E ucciderla.

Un femminicidio, un altro, quello del cinquantasettenne Michele Castaldo e Olga l’ennesima vittima. Ormai tutte le storie sembrano scritte dallo stesso sceneggiatore.

C’è anche la firma, in fondo: il patriarcato di un Paese di cui mi vergogno per come normalizza le nefandezze, sperando di uscirne assolto. Una stampa becera, che puzza di sangue ancora caldo e che ogni volta spende più righe a parlarci dell’assassino più che della vittima.

Un dibattito che ha in tasca un campionario di scuse, attenuanti, e luoghi comuni sulle donne (era una poco di buono, lui era distrutto, non sarebbe riuscito a sopravvivere senza di lei e altre amenità) per cui alla fine la colpa è sempre dei morti.

Succede spesso in questo Paese che ti capiti di morire in un modo troppo antipatico per il pensiero comune e allora finisci nella cassetto degli accidenti, delle cose che sono sempre successe e accadranno sempre, dalla legge del taglione (che in fondo in fondo, vale sempre per la giustizia che vomita negli intestini dell’opinione pubblica, al di là di quello che dica il codice penale) e perché alla fine per le donne ammazzate abbiamo addirittura finito le parole.

Io ne ho una scatola vuota, non so nemmeno cosa scriverci, se non vergognarmi ma anche la vergogna è passata in second’ordine nel Paese dove solo l’indignazione acchiappa clic funziona davvero.

E a lui hanno dimezzato la pena perché in preda a una tempesta emotiva. William Shakespeare se la riderebbe a crepapelle dal sinonimo che questa volta si sono inventati per non dovere usare il solito raptus che coglie nove uomini su dieci quando uccidono la compagna.

La verità è che la fallocrazia è una dittatura in cui l’abbandono diventa un reato e la libera scelta data alle donne è sempre secondaria ai voleri del maschio.

La donna può decidere solo nel poco spazio che le avanza dall’accontentare il maschio nelle sue pulsioni sessuali, nelle sue esigenze nella coltivazione del suo machismo e tutto il resto. Altrimenti diventa inutile, pericolosa, da debellare, da cancellare, vittima. Fine.

E ogni volta arriva una tempesta emotiva che funge da paravento per non volere affrontare la complessità di un problema culturale, politico, sociale, e professionale che è grande come una casa ma che richiede capacità e amore per la complessità per essere affrontato.

E figurati chi può essere interessato alla complessità in cui non ci si prende la briga di leggere con attenzione nemmeno un tweet. Io da maschio (perché è maschile la questione femminile in Italia) posso solo promettere a Olga che inventeremo stupide formulette che sembrano funzionare, cercheremo sempre di più e sempre più forte di evitare che vengano schiaffeggiate anche da morte.