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“Mio figlio meglio sporco che vestito di rosa”, la lamentela di una mamma di Chivasso contro le insegnanti

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Il preside della scuola e la vicaria hanno subito preso le difese delle maestre, condannando le parole della madre del bambino

“Lo preferivamo sporco, che sappiamo che tanto la pipì asciuga, piuttosto che vestito da femmina e con le idee sull’identità di genere in conflitto”. Queste le parole pronunciate dalla famiglia di un bambino di tre anni che era stato vestito con un pantalone fucsia dalle maestre, rimaste senza cambio. 

Il bambino si era fatto più volte la pipì addosso e alla fine le insegnati hanno dovuto utilizzare un pantalone di un colore considerato generalmente femminile, scatenando l’indignazione dei genitori.

“L’incidente” è accaduto nella scuola dell’infanzia Peter Pan a Chivasso. Il giorno dopo la madre del bambino si è recata a scuola per consegnare un biglietto alle insegnati.

“Vi ringrazio per i pantaloni rosa e le mutandine che avete imprestato al bambino, dopo aver esaurito la scorta. Però le norme sociali non le abbiamo fatte noi. Lo preferivamo pisciato, che sappiamo che tanto asciuga, piuttosto che vestito da femmina e con le idee sull’identità di genere in conflitto”, ha scritto la madre. 

Dalla scuola è arrivata la replica. La vicaria, Enrica Venneri  ha difeso l’operato delle sue insegnanti e risposto così alla madre: “Le maestre si sono comportate usando il buon senso. Non potevamo certo lasciare un bimbo con i pantaloni bagnati. Le insegnanti hanno addirittura avvisato papà e mamma del bimbo che venissero a portare un altro cambio e solo dopo aver appreso che non potevano raggiungere la scuola, allora hanno recuperato dei pantaloni e la biancheria di scorta che teniamo in caso di evenienza”.

Anche il preside Angelantonio Magarelli ha preso le difese delle maestre: “Se non rigettiamo questo tipo di pensieri, non possiamo che alimentare idee distorte legate al modo di vestire o pensare”.

Le lamentele della donna hanno lasciato senza parole il corpo insegnanti e i direttori della scuola, che hanno condannato le parole della madre del bambino, in contrasto con tutte le battaglie fatte fino ad oggi per superare i cliché legati alle identità di genere.

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