Esiste davvero il rischio esplosione per Vesuvio e Campi Flegrei? Tutto quello che c’è da sapere

TPI ha intervistato la direttrice dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia per capire qual è la situazione effettiva dei due vulcani campani

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 29 Dic. 2016 alle 10:25
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Immagine di copertina

La vasta area vulcanica dei Campi Flegrei è stata al centro di un studio realizzato da alcuni scienziati italiani dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communication

TPI ha incontrato Francesca Bianco, direttrice dell’Osservatorio Vesuviano, che ha spiegato nel dettaglio se è corretto parlare di rischio eruzione per l’area dei Campi Flegrei e per il Vesuvio.

Il Vesuvio e Campi Flegrei sono due vulcani estremamente diversi in uno stato di attività differente. 

Il Vesuvio

“ll Vesuvio oltre ad essere un vulcano a cono è iconograficamente riconoscibile dal suo profilo. L’ultima eruzione del Vesuvio risale al 1944 ed è valutato come un vulcano attivo”, spiega Bianco. 

“Il vulcano ha un’attività di base che è caratterizzata da una microsismicità, ossia presenta eventi sismici di bassa magnitudo e non presenta deformazioni del suolo dovute all’attività del magma o dei fluidi di gas. Il Vesuvio è caratterizzato da un livello di allerta base: nessuno dei parametri monitorati è anomalo”.

I Campi Flegrei

“I Campi Flegrei sono una caldera, sono il risultato di un’eruzione avvenuta decine di migliaia di anni fa, tra le più importanti dell’Europa. I Campi Flegrei ‘non si vedono'”, non sono riconoscibili come lo è il Vesuvio. “Ci sono vari centri eruttivi, su molti dei quali sono stati costruiti poli abitativi”.

L’ultima eruzione risale ai 1538, ed è passata alla storia come ‘l’eruzione di Montenuovo’. 

“I Campi Flegrei”, spiega ancora la direttrice, “sono attivi come il Vesuvio, ma da dicembre 2012 sono transitati dal livello base al livello di attenzione, ovvero ci sono dei parametri anomali tra quelli monitorati. Siamo in stato di allerta, perché è in corso una crisi bradisismica, c’è un sollevamento del suolo”.

I livelli di allerta

I livelli di allerta, secondo la protezione civile, sono quattro: livello base, nulla di anomalo; livello di attenzione, alcuni dei parametri sono anomali; poi c’è il livello di pre-allarme, molti parametri sono consistentemente anomali; ultimo livello è allarme, quando l’eruzione sta per approssimarsi.

Secondo la dottoressa Bianco, “i quattro livelli si fermano prima dell’eruzione. Questo perché la protezione civile fa partire una serie di azioni per ogni livello. Nel caso dell’ultimo livello si attiva l’evacuazione della popolazione”. 

Perché l’attenzione è aumentata per i Campi Flegrei

Il livello di allerta dei Campi Flegrei è di attenzione, ossia il secondo: “Stiamo osservando un lento sollevamento: in dieci anni il suolo si è sollevato di 45 centimetri”, spiega la direttrice. “I parametri osservati con il monitoraggio geochimico hanno evidenziato un flusso di Co2 nelle fumarole della Solfatara e di Pisciarelli, un aumento di monossido di carbonio che ci indica che il sistema si sta riscaldando. La sismicità è di bassa energia e di solito concentrata nei primi tre chilometri di profondità nell’area di Pozzuoli, Solfatara e Pisciarelli”. 

Da qualche giorno si parla maggiormente dei Campi Flegrei in seguito alla pubblicazione dell’importante studio scientifico ad opera dell’Ingv sulla rivista Nature Communication.

“Uno studio specialistico”, ha però sottolineato Bianco, “che non aggiunge informazioni sui parametri monitorati, ma in qualche maniera definisce un modello teorico con cui si potrebbero interpretare questi dati e che ci suggerisce la presenza di una pressione critica che non è stata ancora raggiunta. Il lavoro pubblicato è importantissimo ma certamente non ci dice che l’eruzione si sta avvicinando”. 

Le variazioni dei parametri nell’area dei Campi Flegrei sono cominciate dal 2005: “Nel 2012 è stato cambiato il livello di allerta ma da quel momento non sono state rilevate nuove variazioni”.

La possibilità di prevedere un’eruzione

La dottoressa Bianco specifica che “generalmente per quella che è la nostra esperienza strumentale, studiando quello che avviene anche su vulcani non italiani, la maggior parte dei vulcani tende a dare dei segnali prima di un’eruzione. Ci sono degli scenari di tipo probabilistico: man mano che i fenomeni vanno intensificandoli, l’incertezza diminuisce”. 

Da un punto di vista scientifico, quindi, si possono creare solo degli scenari probabilistici. Si prende in esame un’eruzione di riferimento che può essere di tipo effusiva o esplosiva: “Per i due vulcani, gli scenari di riferimento sono eruzioni esplosive. Per il Vesuvio l’eruzione è quella del 1631, con esplosioni e flussi piroclastici. Per i Campi Flegrei è quella di Agnano-Montespina di alcune migliaia di anni fa”.

Grazie a questi scenari la protezione civile ha provveduto a realizzare una mappa con le zone differenziate per livelli di allerta: “Le zone rosse sono quelle potenzialmente colpite dai flussi piroclastici, le zone gialle sono quelle interessate dalla ricaduta di cenere”.  

Il Vesuvio e i Campi Flegrei sono due vulcani caratterizzati da una densità abitativa molto elevata e localizzati all’interno di una metropoli: “Questo è il problema principale”, ha concluso la direttrice. 

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