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Cosa deve insegnarci la ricostruzione dell’Aquila

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Infiltrazioni mafiose, corruzione e sprechi, inefficienze burocratiche hanno reso difficili gli interventi nel capoluogo abruzzese

Sette anni dopo essere stato devastato dal terremoto del 2009 in cui morirono 308 persone, il centro storico dell’Aquila è un triste monito delle difficoltà che dovranno affrontare le città distrutte dal sisma che ha colpito l’Italia centrale.

Gli edifici sono ancora coperti dai ponteggi e le gru svettano tra i palazzi della città, mentre la maggior parte delle strade invase dai detriti sono deserte e alcune aree restano chiuse da transenne perché pericolanti.

Le promesse del presidente del Consiglio Matteo Renzi di ricostruire tutti i paesi distrutti dal sisma del 24 agosto e del 30 ottobre ricordano quelle di Silvio Berlusconi fatte nel 2009 alle 80mila persone rimaste senza abitazione.

Senza dubbio è un’occasione per Renzi di dimostrarsi un leader più abile e credibile di Berlusconi ed evitare i tanti errori commessi all’Aquila.

La ricostruzione allora fu caratterizzata da inefficienze burocratiche e corruzione, mentre miliardi di euro furono spesi per impopolari progetti di edilizia, le cosiddette new towns, con file identiche e anonime di appartamenti, anche se almeno in piena osservanza delle norme anti sismiche.

I residenti dicono che le case sono abbastanza comode, ma è venuto a mancare il senso di comunità: non esistono bar, negozi o ristoranti, solo case circondate dal nulla. E ormai hanno perso la speranza di tornare un giorno nelle loro vecchie abitazioni.

“I progetti delle new towns, sui quali Berlusconi si spese in prima persona, sono stati economicamente poco convenienti, con costi degli appartamenti al metro quadro di circa due-tremila euro, il comune spende ogni anno circa 8 milioni di euro per i costi di manutenzione e molti architetti hanno riconosciuto che i soldi si sarebbero potuti spendere meglio demolendo e poi ricostruendo i vecchi edifici danneggiati oppure in abitazioni temporanee più modeste”, fa notare il giornalista del quotidiano Il Centro, Giustino Parisse.

Per l’Aquila il governo aveva stanziato 21 miliardi di euro, ma solo sette sono stati spesi finora. I residenti si lamentano che il progetto è stato rallentato da un inefficiente utilizzo delle risorse e dall’eccessiva burocrazia, due problemi endemici dell’economia italiana. Pensare che il capoluogo abruzzese torni come prima nei prossimi tre anni, come inizialmente previsto, è un’illusione.

Un edificio delle tanto criticate new towns (L’articolo prosegue sotto l’immagine)


Secondo Parisse, l’errore nella ricostruzione è stato “l’eccessivo interventismo del governo centrale, con una sorta di occupazione militare del territorio da parte della Protezione civile che ha escluso la comunità locale dal progetto”. Le ditte a cui è stato affidato l’appalto venivano da altre parti d’Italia o addirittura dall’estero e pochi aquilani sono stati assunti.

Ma la colpa principale è di una burocrazia lenta e macchinosa, che ha modificato le regole in corso, rifiutato permessi di costruzione e bloccato i progetti: “All’Aquila è stata fatta una speculazione legale sul terremoto. Le norme che hanno guidato la ricostruzione erano troppe e confuse e nelle maglie della burocrazia sono riusciti a insinuarsi persone che si sono arricchite legalmente ai danni della comunità”, sostiene Parisse.

Infine, il capitolo più triste: la corruzione e l’infiltrazione della mafia negli affari. Nel 2014 sette costruttori sono stati arrestati con l’accusa di aver collaborato con la Camorra per farsi procurare maestranze a basso prezzo.

Il procuratore anti-mafia Franco Roberti, ha messo in guardia ricordando che il crimine organizzato notoriamente ha sempre cercato di infiltrarsi nei lavori di ricostruzione, fin dal terremoto dell’Irpinia nel 1980.

“C’è un serio rischio, è inutile nasconderlo. La ricostruzione post terremoto è un boccone appetitoso per le organizzazioni criminali”, ha detto Roberti, chiedendo misure concrete perché questo non avvenga.

Amatrice, Norcia e gli altri paesi colpiti dal sisma potrebbero imparare dagli errori commessi con L’Aquila, ma tuttavia esistono alcune importanti differenze.

Per esempio, “sebbene i dati attuali sembrano indicare l’opposto, il numero di persone rimaste senza casa dopo il terremoto, quando saranno terminate le verifiche, sarà inferiore rispetto all’Aquila, ma la maggior parte delle abitazioni sono state rase al suolo e andranno completamente ricostruite, mentre all’Aquila i danni agli edifici erano stati meno gravi”.

La ricostruzione, per questi motivi, dovrebbe rivelarsi più semplici “e se lavoriamo bene potrebbe essere terminata nei prossimi cinque sei anni”.

Il governo Renzi ha promesso che non farà morire le comunità intorno ai borghi medievali dell’Italia centrale, ma non è stato ancora specificato nel dettaglio come intenda gestire l’emergenza.

Il rischio è che la ricostruzione avvenga troppo lentamente, i più giovani abbandonino la zona, assestando un colpo potenzialmente fatale per una comunità dove già adesso la maggioranza degli abitanti sono anziani e pensionati.

Anche qui, esiste un altro precedente: il terremoto dell’Irpinia del 1980, con alcuni sopravvissuti che hanno dovuto aspettare più di venti anni prima di poter tornare a vivere nelle loro proprietà danneggiate dal sisma.

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