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In Lombardia e Veneto ha vinto il sì nel referendum sull’autonomia

Il sì in Veneto ha raggiunto quota 98,1 per cento, mentre in Lombardia, dopo il 60 per cento dei voti scrutinati, l'affermazione dei favorevoli a una maggiore autonomia si attesta attorno al 95,64 per cento

Di Stefano Mentana
Pubblicato il 23 Ott. 2017 alle 09:00 Aggiornato il 23 Ott. 2017 alle 09:39
Immagine di copertina
Bandiere del Veneto durante una manifestazione a Venezia

In Lombardia e Veneto si sono tenute ieri, domenica 22 ottobre, le votazioni su due distinti referendum regionali in cui si chiede maggiore autonomia per le rispettive regioni.

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In Veneto il quorum del 50 per cento+1, già superato alle 19, è stato ampiamente accolto dal 57,2 per cento. In Lombardia l’affluenza è stata più bassa, il dato provvisorio è del 37 per cento, dove però il quorum non era stato fissato.

Il sì in Veneto ha raggiunto quota 98,1 per cento, mentre in Lombardia, dopo il 60 per cento dei voti scrutinati, l’affermazione dei favorevoli a una maggiore autonomia si attesta attorno al 95,64 per cento, contro il 3,61 per cento che si è detto contrario al quesito referendario e lo 0,75 per cento che ha votato scheda bianca.

Lo scrutinio elettronico, che doveva essere l’elemento più rivoluzionario dell’intera consultazione è stato più lento di quello cartaceo.

Una nota delle 8.51 di Lombardia notizie, l’organismo che diffonde le notizie per conto della regione, in una nota delle 8.51 ammette: “Si stanno completando le operazioni di scrutinio nelle 9224 sezioni. Si sono registrate alcune criticità tecniche nella fase di riversamento dei dati delle rimanenti Voting Machine. Pertanto i risultati completi potranno essere resi noti nella giornata di oggi lunedì 23 ottobre, ad operazioni concluse”.

“Noi chiediamo tutte le 23 materie, e i nove decimi delle tasse”, ha detto il presidente del Veneto, Luca Zaia, parlando del “contratto” che il Veneto presenterà al governo per chiedere maggiore autonomia, dopo il referendum.

I QUESITI REFERENDARI

• “Vuoi tu che alla regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”, era il quesito presente sulle schede distribuite in Veneto;

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• “Volete voi che la regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e agli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione?”.

Domande alle quali i cittadini hanno riposto “Sì”.

Si è trattato di un referendum senza precedenti in Italia, e per questa ragione è necessario cercare di vederci più chiaro possibile.

COSA CHIEDE IL REFERENDUM

I due referendum gemelli di Lombardia e Veneto hanno un quesito estremamente simile nella forma e identico nella sostanza: si chiede ai cittadini se vogliono o meno che lo stato attribuisca ulteriori poteri alla loro regione di appartenenza.

Il quesito può apparentemente sembrare vago, ma si colloca in realtà nell’ambito dell’articolo 116 della Costituzione italiana, in cui si dice che particolari poteri possono essere attribuiti alle regioni italiane dallo stato (principalmente in materia di giustizia di pace, istruzione, beni culturali e ambiente) su richiesta di queste.

Il referendum chiede dunque di fatto che questo iter possa essere intrapreso.

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I due referendum sono stati annunciati tra l’aprile e il maggio del 2017 dai governatori – entrambi appartenenti alla Lega Nord – di Lombardia e Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia.

COSA SUCCEDE ORA CHE HA VINTO IL SÌ

Il referendum è consultivo, e come tale non ci sarà alcun effetto immediato, come succede invece nei referendum abrogativi e costituzionali.

Gli ultimi due referendum di carattere nazionale che hanno avuto luogo in Italia sono stati quello abrogativo sulle trivelle e quello costituzionale del 4 dicembre 2016: il primo non ha avuto effetto per il mancato quorum, il secondo invece ha visto la vittoria del no. Qualora però i referendum avessero visto una vittoria del sì, le modifiche proposte sarebbero immediatamente entrate in vigore.

Nel caso dei referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto, come abbiamo detto, non ci sarà alcune modifica automatica delle leggi.

I referendum consultivi, come dice il nome, servono principalmente a sentire il parere della popolazione su un determinato argomento, che in questo caso è la maggiore autonomia per le regioni. Se dunque nell’immediato non ci sarebbero cambiamenti nell’ordinamento di Lombardia e Veneto, i rispettivi consigli regionali inizierebbero una trattativa con lo stato per ottenere maggiori poteri.

LOMBARDIA E VENETO DIVENTEREBBERO REGIONI A STATUTO SPECIALE?

Rispondiamo subito a questa domanda: no. Questo perché le regioni a statuto speciale (Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta) sono stabilite dalla Costituzione, e concedere questa forma di autonomia ad altre implica cambiare la nostra Carta.

Come sappiamo, i cambiamenti costituzionali avvengono con un iter complesso, che può avvenire o con il passaggio parlamentare attraverso una maggioranza qualificata di due terzi o qualora il parlamento ne approvasse le modifiche a maggioranza semplice.

Per potere diventare realtà il cambiamento dovrebbe essere confermato attraverso un referendum costituzionale senza quorum.

Tuttavia, la vittoria del sì in Lombardia e Veneto potrebbe dare inizio a un dibattito sulle regioni a statuto speciale. Come queste due regioni hanno chiesto maggiore autonomia, potrebbero farlo anche altre. L’Emilia-Romagna, guidata dal governatore del PD Stefano Bonaccini, ha iniziato un iter simile in consiglio regionale, preferendo evitare il referendum ritenuto un costoso strumento di propaganda.

Ma una richiesta di maggiore autonomia da parte di diverse regioni potrebbe portare, sul medio periodo, a una revisione costituzionale degli ordinamenti regionali. Trattandosi di una modifica costituzionale, tuttavia, essa avrebbe un iter non rapidissimo.

CI SARÀ IL QUORUM? COME SI VOTA?

In Lombardia non sarà richiesto alcun quorum, mentre per quanto riguarda il Veneto il referendum avrà bisogno di una partecipazione di almeno il 50 per cento più uno degli aventi diritto.

Per quanto riguarda la Lombardia, per la prima volta sarà sperimentato il voto elettronico.

HA SENSO UN PARAGONE CON LA CATALOGNA?

Lo diciamo subito e senza mezzi termini: no, non ha senso. Intanto il referendum del primo ottobre in Catalogna proponeva l’indipendenza della regione spagnola, e non semplicemente “maggiore autonomia”. Inoltre, il voto in Lombardia e Veneto arriva in un clima di piena e totale legittimità costituzionale, diversamente da quello catalano, considerato illegale dalla Corte Costituzionale spagnola.

CHI SOSTIENE I REFERENDUM

I referendum sono stati in primo luogo promossi dalla Lega Nord e, soprattutto, dai governatori di Lombardia e Veneto Roberto Maroni e Luca Zaia. Tuttavia, il centro del dibattito non è stato tra il voto in favore del sì o del no, ma sull’opportunità o meno che questi referendum si svolgessero.

Come abbiamo detto, ad esempio, il governatore del PD dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini sta portando avanti un simile iter per l’autonomia ma ha preferito un passaggio attraverso il consiglio regionale, considerando il referendum “un costoso strumento di propaganda”.

Anche Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, aveva definito questi referendum come una forma di propaganda.

In ogni caso, quasi tutti i partiti rappresentati nei consigli regionali delle due regioni sosterranno il sì a questo voto. Sarà diviso il PD lombardo tra voto favorevole e astensione, così come sono indecisi i pisapiani mentre contrari saranno MDP, Rifondazione e il Partito Socialista.

Lombardia e Veneto non sono nuove a iniziative autonomiste e hanno una forte tradizione di forze politiche in favore dell’autonomia, non limitate alla sola Lega nord (si pensi alla Liga Union Veneta o alla Lega Lombarda di Elidio De Paoli).

Nel 2006 le due regioni sottoscrissero il referendum costituzionale di quell’anno, che tra le altre cose prevedeva maggiore autonomia per le regioni, e furono le uniche due regioni italiane in cui vinse il sì.