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Reddito di Cittadinanza, de Magistris a TPI: “Il vero caos sarà nelle città del Sud. È il colpo finale”

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Il ruolo che i comuni dovranno ricoprire per il Reddito di Cittadinanza, nascosto nei meandri del decreto e spiegato qui da TPI (con tanto di allarme dell’Anci), è “solo l’ultima coltellata del governo Lega-M5s agli enti locali”. [Qui abbiamo raccontato i timori delle regioni e dei Centri per l’Impiego e il caos assunzioni]

Luigi de Magistris, sindaco di Napoli, non usa giri di parole e sfoga a TPI tutta a sua delusione per le politiche messe in campo da “quello che doveva essere il governo del cambiamento” ma che, invece, “ha continuato nel solco dei tagli indiscriminati”. E tutto “per rispettare i due ticket elettorali, Quota 100 sulle pensioni per la Lega e il Reddito di Cittadinanza per il Movimento 5 stelle”.

> Il Reddito di Cittadinanza smontato in 9 punti
Sindaco, sul Reddito di Cittadinanza i Comuni saranno chiamati a svolgere un compito finora rimasto quasi nascosto: occuparsi, di fatto, di tutti coloro che non potranno firmare subito il Patto per il Lavoro e saranno chiamati ad aderire il Patto per l’Inclusione. Parliamo di una platea potenziale che potrebbe toccare (e superare) i tre milioni. Cosa significherà per le amministrazioni locali?

Il primo problema è che ancora, come sindaci, non siamo riusciti a capire l’impatto del Reddito di Cittadinanza sugli enti locali. Di fatto, non abbiamo nemmeno la contezza effettiva di cosa potrà significare per i comuni.

Dopo mesi, diciamo così, complicati eravamo appena riusciti a entrare a pieno regime con il Rei. Ora cambiano le carte in tavola e nessun sindaco, di fatto, ha partecipato ai lavori per stilare il famoso decretone.

Il vero problema sarà la mole di lavoro che ricadrà, temiamo, sul personale comunale che, con il Rei, svolgeva il ruolo di primo “sportello” per i richiedenti. Ora, invece, una platea che potrà essere di tre, cinque volte più larga, ci sarà scaricata addosso direttamente ai Centri per l’Impiego.

Temete una sorta di “effetto valanga”, ad esempio, per i servizi sociali?

La grande paura, viste anche le vicende croniche della nostra città, penso addirittura allo storico movimento “Disoccupati organizzati” di Napoli, è che tutto il bacino di persone non immediatamente “impiegabile” sul mercato del lavoro possa essere scaricato sulle spalle dei comuni: parliamo di persone prive di reddito o con redditi molto bassi, giudicati non abili al lavoro nell’immediato, e che con il Patto per l’Inclusione dovranno essere gestiti dal “welfare” locale.

Ma il sistema di welfare a Napoli, e non solo, è letteralmente allo stremo, abbandonato dai governi nazionali e sacrificato sull’altare del patto di stabilità. A questo va aggiunto un dato: questi “non lavoratori” saranno chiamati a svolgere, per non perdere il Reddito di Cittadinanza, gli stessi lavori che – con estremo sacrificio per le casse comunali – già fanno centinaia di persone.

Si rischia una guerra tra poveri e poverissimi?

Di più. Il vero problema sarà non solo l’applicazione immediata del Reddito di cittadinanza ma quelle che saranno le future conseguenze. Per come è stato strutturato il RdC non è che un ristoro momentaneo in termini di reddito agganciato a un presunto piano di inserimento al lavoro.

La paura è che una volta finiti i 18 mesi, o, ancor peggio, una volta inseriti nel mercato del lavoro e poi nuovamente espulsi gli aventi diritto, visto che non c’è stato alcun tentativo di smontare il Jobs Act, accada quanto successo recentemente a Napoli con gli APU, un progetto per l’impiego dei lavori in progetti di pubblica utilità attraverso un bando regionale che stanziava soldi tratti dal Fondo Nazionale per l’Occupazionee  trasferiti dal Governo alla Regione Campania.

Ebbene, terminato il primo periodo di sei mesi (con una retribuzione di 500 euro mensili, ndr), per il tilt che si è creato tra Ministero del Lavoro e amministrazione Regionale il risultato è che ora sotto il Comune ci sono decine di persone rimaste senza lavoro dopo le promesse iniziali.

Anche in questo caso teme che l’eventuale, anzi “probabile” come denuncia l’Anci, caos che si avrà sul Reddito di Cittadinanza possa travolgere i comuni?

L’unico obiettivo del governo è staccare il primo assegno per il Reddito di Cittadinanza il 27 aprile, data che – “casualmente” – cade a pochi giorni dalle elezioni per il Parlamento europeo.

L’altro dato di fatto è che, per arrivare a mettere in piedi la misura simbolo della campagna elettorale del Movimento 5 stelle, l’esecutivo, considerando anche il binomio “Lega-Quota 100”, ha accettato tutta una serie di imposizioni da parte dei tecnici del Mef e che hanno riportato l’Italia alle peggiori stagioni dell’austerità del 2013.

E una volta finita la prima tranche di finanziamenti, visto che non credo potranno reiterare il Reddito anche nella prossima legge di bilancio, non è difficile prevedere cosa accadrà: per l’ennesima volta si scaricheranno tutte le conseguenze sugli enti locali. 

Sarebbe un dramma vista la situazione in cui versano i Comuni italiani, soprattutto quelli del Sud.

È questo il vero problema. Napoli, ad esempio, è una città in “pre-dissesto”: non possiamo assumere, non possiamo investire, non possiamo creare nuovi posti di lavoro.

Eppure avremmo bisogno di nuovi inserimenti, soprattutto considerando che con Quota 100 avremo ulteriori uscite di personale. Pensate che non abbiamo nemmeno un direttore centrale tecnico: l’ultimo è andato in pensione qualche mese fa e non possiamo assumere nessuno.

E ora abbiamo anche questa spada di Damocle del Reddito di Cittadinanza che rischia di gettare ancora più nel caos il nostro sistema di welfare: per questo dovremmo essere da un lato autorizzati a spendere, dall’altro finanziati per assumere.

E invece ci troviamo davanti a un governo nazionale che da una parte eroga il Reddito di Cittadinanza a cittadini che poi si dovranno rivolgere ai Comuni e, dall’altra, blocca quegli stessi enti locali per i quali aumenta i compiti dietro vincoli finanziari causati, spesso, da debiti storici.

Stiamo andando verso una situazione di collasso senza ritorno. E stavolta perché chi governa, dal 4 marzo di un anno fa, non ha mai smesso di essere in campagna elettorale.

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