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#quellavoltache picchiai una donna: 5 riflessioni (non scontate) di uomini indignati

TPI ha raccolto cinque riflessioni condivise da alcuni uomini su Facebook che si sono distinti per aver pubblicato pensieri originali ma solidali nei confronti delle donne

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 17 Ott. 2017 alle 19:24 Aggiornato il 17 Ott. 2017 alle 20:01
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A metà ottobre 2017, la giornalista e blogger Giulia Blasi ha lanciato un’iniziativa per incoraggiare le donne a denunciare sui social le violenze sessuali da loro subite, tramite l’hashtag #quellavoltache.

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La risposta delle donne è stata immediata e massiccia, e ha mostrato un sottobosco di storie di violenza e soprusi che fino a oggi erano forse rimaste taciute.

Al contempo l’iniziativa ha dato vita due diversi fenomeni: da un lato l’ondata degli haters che hanno commentato, criticato, svilito e offeso le donne che hanno denunciato; dall’altro la solidarietà degli uomini che con lo stesso hashtag – #quellavoltache – hanno fatto mea culpa, o soltanto riflettuto sulle proprie esperienze.

TPI ha scelto 5 riflessioni condivise da alcuni uomini su Facebook che incarnano questo spirito solidale:

Pasquale Pugliese, Reggio Emilia. “Sto leggendo alcuni della valanga di post di donne con l’hashtag #quellavoltache #metoo.

Le sto leggendo con timore, in quanto papà di due ragazze dell’età in cui molte hanno iniziato a subire molestie.

Le sto leggendo con vergogna, in quanto appartenente al genere maschile di cui emerge un panorama di squallore diffuso.

Le sto leggendo con indignazione, perché la pratica del sopruso e della violenza – di genere e no – continua ad essere la cifra delle relazioni umane.

Le sto leggendo con impegno, necessario a promuovere la cultura della non-violenza, la cui vera esperienza non può che iniziare nelle relazioni di base: il maschile e il femminile”.

Leonardo Fireli, Bellegra. “#Quellavoltache senti gente parlare di violenze sessuali e dare la colpa alle donne, alle donne perché si vestono provocanti, perché ti spingono alla violenza o perché sono fragili e non sanno difendersi.

Beh per me l’idea stessa che una donna debba essere allenata a difendersi dalle attenzioni, dalle pressioni psicologiche, dal desiderio sessuale, dalle mani di un uomo, è penosa.

È penoso che le donne si sentano sole nel difendersi, sole come quando tornano a casa di notte e hanno addosso una paura che non dovrebbero avere, che non è giusto che abbiano.

Sole nel racconto della violenza, della paura della violenza, del come difendersi dalla violenza. Ora basta.

Dobbiamo cominciare a parlarne apertamente, confidarsi con qualcuno e denunciare è il primo passo verso la libertà, la riconquista della propria dignità e soprattutto è il primo passo verso la salvezza: cosa c’è di meglio che alzarsi la mattina, guardare il sole e domandarsi ‘Cosa faccio oggi? Dove vado?’ senza la paura di essere insultate, maltrattate, senza sentirsi in colpa per non aver fatto nulla.

Andrea Giacomo Minichini, Orbetello. #Quellavoltache da bambino mi chiamavano Minigay, con un’assonanza tra il cognome e “l’offesa” (così la viveva, credo, chi mi ci chiamava) di essere omosessuale.

#quellavoltache un professore, maschiomaschio e vicepreside, in classe alle medie fece intendere che potevo essere gay (sempre con e tra le risatine) perché un mio compagno di classe si masturbava davanti alle altre e agli altri, facendo delle finte avance alle bambine/ragazze e a me.

Tutte #quellevoltache mi hanno detto, in tanti durante 30 anni di vita, di non piangere davanti a un film, a una canzone, a un racconto o qualsiasi altra cosa, perché un maschio queste cose non le fa.

#quellavoltache sono andato a un’assemblea di veterofemministe nell’aula di lettere della sapienza e la signora, accanto alla quale mi sono seduto, ha iniziato a farmi battutine sul fatto che ero l’unico maschio nella stanza fino a costringermi ad andare via.

#tuttequellevolteche ho provato a dire che può esistere un modo diverso di vivere la propria maschilità. Che si può essere maschi e fare un percorso di liberazione del corpo e della mente dai vincoli dell’educazione del maschio alfa e i miei interlocutori mi hanno chiesto se fossi gay o mi hanno guardato come un alieno.

Ma scrivo di #quellavoltache, pur essendo maschio, soprattutto per #quellavoltache “mi è volato uno schiaffo” su una ragazza mentre discutevamo animatamente, (non correggo l’espressione terribile, perché purtroppo così l’ho pensato ancora oggi) e mi sono scoperto più stupido maschietto alfa di quanto volessi.

Quella volta ho capito che chi più chi meno, per quanto possiamo metterci in discussione e lavorare su di noi (come per fortuna ci ha insegnato il pensiero e la pratica femminista) saremo ancora una generazione che porta le tracce di questo modello tanto millenario quanto stupido: il maschilismo.

Non lo dico per deresponsabilizzarmi di quel gesto orribile, anzi, lo dico perché vale sempre la gioia di farlo. Fare cosa? Decostruirsi e liberarsi. Perché la libertà vera è quella che crea più libertà per tutte e tutti.

E perché le nostre figlie e i nostri figli, reali o simbolici che siano (quelle/i che ci sono e quelle/i che verranno) meritano di vivere in un mondo in cui non “voli uno schiaffo” a nessuno, non si debba scegliere tra la carriera e il fare sesso con un maiale, e soprattutto in cui tutt* possano vivere liberamente il proprio corpo, le proprie preferenze e tutte, proprio tutte, le proprie emozioni.

Paolo Santalucia, Roma. #quellavoltache quasi tutte le donne che ho conosciuto hanno subito episodi di violenza, minacce, palpeggianti, apprezzamenti volgari, etc… Provo un senso di vergogna come uomo (maschio) e mi disturba molto l’atteggiamento ancora fortemente presente nella nostra cultura del “se l’e’ cercata”. Ma cosa??? Una donna deve essere libera di vestirsi come le pare, uscire la sera e di dire di no. Perché se una donna ti dice di no, anche se stiamo in calore e magari ci siamo pure baciati, è no. Punto. Abbiamo istinti, ma non siamo bestie.

Nawar Saddik, Libano. “#metoo: queste due semplici parole – e i milioni di post sulle violenze sessuali e le molestie che oggi hanno riempito le nostre bacheche – sono entrambi strazianti e coraggiosi. Sto con le donne – e gli uomini – che stanno pubblicando oggi sui social network.

Non è facile parlare. So che tante donne e uomini, ragazzi e ragazze si occupano di avances indesiderate e molestie. A volte ci rivolgiamo direttamente alla persona che le ha dette. A volte lo diciamo al nostro capo. A volte abbiamo troppo paura di dire anche solo una parola e andiamo a piangere da un amico. Ma sempre, sappiamo che al centro di questa vicenda c’è il potere che nessuno dovrebbe poter esercitare su un altro essere umano.
Sono orgoglioso di unirmi alle tante persone che sconfiggono questo elefante fuori dalla stanza oggi.