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Profughi siriani a Milano

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Ogni giorno arrivano in decine alla stazione e aspettano. Che l'Italia li lasci andare in Svezia

Li vedi appena entri. Stanno tutti accampati sul mezzanino, appena dopo le scale mobili all’ingresso principale. Sono profughi siriani. Tutti raccontano di essere partiti dalla Libia, di aver sfidato il mare, la morte, e di essere arrivati a Lampedusa. Il più è fatto. Poi basta prendere un treno per il nord Italia e qui, a Milano, comincia l’ultima sfida.

Tutti i siriani vogliono andare in Svezia o in Germania. «Qui in Italia non c’è nulla, già lo sappiamo. Vogliamo andarcene il più presto possibile, aiutateci» mi dicono all’unanimità. Ogni giorno arrivano a decine alla stazione centrale e aspettano, non sanno neanche loro esattamente cosa. Così, basta sedersi con loro per ascoltare le loro storie, le storie di intere famiglie scappate dai massacri. Un ragazzo si tira su la maglia e mi fa vedere la cicatrice di una ferita «mi hanno sparato».

«Ero a Homs nel 2011 e mi mettevo di vedetta per avvisare i manifestanti dell’arrivo dell’esercito. Allora non avevamo armi. Erano tutte manifestazioni pacifiche. Un soldato da lontano ci ha sparato. Il ragazzo che era vicino a me è stato trapassato da fianco a fianco dal proiettile che, poi, mi ha colpito. Lui è morto, io no. Gli uomini dell’esercito mi hanno preso e mi hanno portato al carcere di Bab Sba-quartiere di Homs. Per 11 giorni mi hanno torturato. Nel 2011 non ti ammazzavano subito, ti torturavano “soltanto”».

Poi c’è il padre con la moglie e due figli che ha venduto tutto per pagarsi il “viaggio della speranza”. E’ scappato da Ghuta-Damasco- a settembre, un mese dopo la strage chimica: quella che ha provocato la morte di 1400 persone.

«Io ero lì. Ho visto con i miei occhi quei missili colpire una parte della città. Siamo scappati subito. Non c’è nulla di più prezioso di mia mogle e dei miei figli» a stento mantiene le lacrime questo uomo mentre accarezza il figlio.

Alcuni mi chiedono perchè il governo italiano non li lascia andare in Svezia, perchè l’Italia non ha aperto un corridoio umanitario con questo Stato che accoglie i siriani (unico in Europa). Provo a spiegargli che serve tempo. L’Europa deve capire cosa fare, ma questa gente non ha tempo, vuole vivere.

Due ragazzi stanno seduti su una panca a fumare, uno mi guarda e mi confessa a bassa voce «siamo arrivati due settimane fa a Lampedusa e da due giorni siamo qui a Milano. Siamo alcuni dei pochissimi sopravvissuti di quel barcone che si è ribaltato al largo, quello dove sono morte centinaia di persone. Ne hanno parlato i giornali italiani o si sono dimenticati come dei morti in Siria? Potevamo essere in Siria e vivere in pace. Potevamo non essere qui, dopo aver visto la morte in mare, ma nessuno a sostenuto la nostra rivoluzione!. Non vogliamo nè il regime, nè il fondamentalismo ma l’Occidente non lo capisce. Per Assad siamo tutti terroristi, anche i bambini che vedi qui».

E’ sera. Arriva gente comune che lascia vestiti e coperte. Alcune associazioni arrivano e contano i profughi. Sono 40, i posti rimasti nei centri d’accoglienza del Comune (che ne ospita già più di 200) sono 18. Le famiglie con bambini sono 23. Si troverà qualche posto in più. Per tutti gli altri c’è il freddo della stazione, un pasto caldo e qualche coperta.

Questo articolo è stato pubblicato per gentile concessione dell’autore.

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