Il primo editoriale del nuovo direttore di Repubblica Verdelli: “Il 2019 non sarà bellissimo, faremo in modo che non diventi bruttissimo”

Di Laura Melissari
Pubblicato il 20 Feb. 2019 alle 12:13 Aggiornato il 20 Feb. 2019 alle 12:24
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Immagine di copertina

Il 20 febbraio 2019 esordisce su Repubblica il nuovo direttore, Carlo Verdelli, che ha preso il posto di Mario Calabresi alla guida del quotidiano romano.

Nelle prime righe cita la previsione temeraria del presidente del Consiglio, l’avvocato Giuseppe Conte, secondo cui “il 2019 sarà un anno bellissimo”. La speranza di tutti è che abbia ragione, scrive Verdelli, anche se l’evidenza porta a pensare che sia proprio il contrario. E nomina immediatamente la recessione e la previsione di crescita del Pil allo 0,2 per cento.

“Le uniche cose che salgono, e non pare di buon auspicio, sono il livello dell’insofferenza verso chi rema contro, dal Quirinale al Vaticano, e il volume delle minacce contro i nemici, dovunque si annidino”, scrive ancora Verdelli, citando anche gli sbarchi dei migranti e la proposta sovranista di passare alla radio più canzoni italiane.

“È come se la natura di tanti italiani si stesse rapidamente trasformando, incattivendosi”, continua ancora Verdelli.

Quella del 2018 è stata un’Italia spaventata, e pure spaventosa, scrive ancora il neo direttore, un’Italia che dopo il voto del 4 marzo ha iniziato a “scollarsi, disunirsi e isolarsi”. Verdelli non ha tralasciato di citare il disfacimento della sinistra, l’alleanza con paesi tradizionalmente lontani dai nostri ideali costituzionali, il cambiamento climatico e la sottovaluzione del pericolo ambientale. “L’Italia è un fronte avanzato di questa ondata globale di “disumanesimo””.

Il suo giornale parla a un lettore “incredulo”, incapace di credere fino in fondo a tutti i cambiamenti a cui ha assistito nell’ultimo anno.

“Ogni giorno proveremo a capire e spiegare il tempo che viviamo, tempo imprevisto e dagli esiti imprevedibili, con la serietà, il rigore e la passione civile che sono il vero patrimonio di questo giornale e della comunità che rappresenta”, dice Verdelli, tracciando l’obiettivo dei suoi prossimi mesi alla guida del governo.

E fa un omaggio ai suoi tre predecessori Eugenio Scalfari, Ezio Mauro e Mario Calabresi, citando i loro editoriali di esordio.

“Nel suo primo editoriale, il primo giorno di vita di Repubblica, il 14 gennaio 1976, Eugenio Scalfari scriveva: «Questo giornale è un poco diverso dagli altri. Anziché ostentare un’illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’avere operato una scelta di campo. È fatto da persone che appartengono al vasto arco della sinistra italiana, consapevoli di esercitare un mestiere fondato su un massimo di professionalità e anche di indipendenza». Vent’anni dopo, il 6 maggio 1996, il secondo direttore di Repubblica, Ezio Mauro, rilancerà la sfida: «Repubblica non è un partito, come hanno semplificato in troppi, e non ha mai avuto un orizzonte diverso da quello del giornalismo. Ma è certo qualcosa di più di un giornale. Qualcosa in cui un pezzo d’Italia si riconosce, uno strumento di identità libera ma collettiva».

Il terzo direttore, Mario Calabresi, che mi passa il testimone e che idealmente abbraccio per il grande lavoro e le indispensabili dosi di modernità che ha saputo iniettare nelle vene del giornale, il 16 gennaio 2016 si presenta così: «Ho messo in valigia ciò che penso sia più necessario per combattere la crisi di fiducia che oggi la società ha verso l’informazione: capacità di mettersi in discussione, di correggersi in modo trasparente e di coltivare dubbi, che per me sono il sale della vita».

“Il 2019 non sarà un anno bellissimo per l’Italia, ma faremo di tutto perché non diventi bruttissimo”, conclude Verdelli.

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