Perché il post razzista sul rifugiato sul treno senza biglietto è una pericolosa bufala

Il post pubblicato su Facebook sul "rifugiato senza biglietto"diventato virale è stato smentito da Trenitalia che ha dichiarato false tutte le accuse riportate

Di Laura Melissari
Pubblicato il 13 Feb. 2018 alle 11:26 Aggiornato il 27 Mar. 2018 alle 15:57
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Immagine di copertina

La mattinata del 12 febbraio compare un post, con foto, su Facebook scritto da Luca Caruso, un passeggero del treno diretto da Roma a Milano, con un lungo testo in cui l’autore racconta di un episodio verificatosi sul Frecciarossa su cui stava viaggiando.

Questa notizia puoi leggerla direttamente sul tuo Messenger di Facebook. Ecco come

Nella foto si vede un giovane ragazzo nero ritratto nel momento in cui il controllore ferroviario stava chiedendo il biglietto del treno, come da prassi.

Il ragazzo nella foto risultava riconoscibile, nonostante il tentativo di Caruso di nascondere gli occhi con l’aggiunta di pallini bianchi sull’immagine.

Dopo qualche ora il post raggiunge 75mila condivisioni e oltre 120mila like, numeri impressionanti. Ma quello che più preoccupa sono le reazioni che si potevano leggere fino a qualche ora fa nei commenti, prima che il post fosse rimosso.

Il post ha scatenato odio e ostilità verso il ragazzo della foto, che rappresenta un fenomeno molto più ampio, quello dell’immigrato straniero

Trenitalia ha rilasciato la sua versione dei fatti. Il ragazzo aveva il biglietto giusto. Nessuno scandalo, nessun immigrato venuto a “scroccare” i nostri treni, nessun allarme invasione. Valigia blu ha pubblicato la mail con la relazione della capo treno che aveva effettuato il controllo sul treno 9608:

Anche se fosse stato vero, il tono catastrofico, la foto pubblicata senza autorizzazione, il post modificato varie volte con versioni differenti della storia dall’autore e le migliaia di commenti falsi portano alla luce un problema ben più grosso.

Un problema di cui si parla da mesi: il razzismo sdoganato. E non supportato da dati reali che confermino questo allarme, questa emergenza, questa criminalità senza controllo.

Se il ragazzo non avesse avuto veramente il biglietto, sarebbe dovuto scendere alla prima fermata disponibile, quella di Bologna e non sarebbe arrivato “impunemente” a Milano come suggerito dal post dell’uomo.

Lo stesso razzismo che alcuni giorni fa ha portato all’attentato di macerata, e alle conseguenti manifestazioni di solidarietà al terrorista razzista autore della sparatoria.

Spesso discorsi come questo iniziano con la pericolosa frase “non sono razzista. Ma…”.

Ed è proprio in quel ma che sta la pericolosità di discorsi come questi e di bugie come queste. Si parla di un’esasperazione, di uno “scontro sociale”, di una “stanchezza” degli italiani.

Chiamiamo le cose con il proprio nome. Saltare a conclusioni affrettate sul possesso o meno di un titolo di viaggio, e alla conseguente descrizione dello smartphone posseduto dal ragazzo, che si rivelano per giunta false, è razzismo.

È razzismo nella misura in cui si scrive “non sono più disposto a chiamarli rifugiati”, o “gente che senza diritto e senza motivo ha varcato il nostro uscio di casa”. Questo è razzismo, senza se e senza ma.

Negli ultimi tempi chi critica comportamenti razzisti è tacciato di “buonismo”, con una netta accezione negativa.

Come a suggerire che chi non fa discorsi d’odio, chi non si scaglia contro gli stranieri qualunque cosa succeda, chi non è attratto da campagne elettorali che vogliono mettere “prima gli italiani”, lo fa solo perché è un povero buonista.

Nello stesso post si dice “mi raccomando, scannatevi tra razzisti e buonisti”.

Non è buonismo, è umanità. È vivere civile, è dire: ci avete stancato con questi discorsi infuocati, carichi di odio, che giustificano il loro razzismo, profondo e inconfondibile, con un “siamo stanchi di questa immigrazione incontrollata”.

L’immigrazione è una questione seria, non può essere ridotta a un tifo da stadio e TPI lo ha affrontato tante volte, con cognizione di causa, smontando i falsi miti, le bugie e il carico di odio che avvelena il discorso:

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