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Ponte Morandi, la straziante lettera del Vigile del Fuoco: “In quell’inferno ho lasciato l’anima”

Di Laura Melissari
Pubblicato il 15 Apr. 2019 alle 09:09 Aggiornato il 15 Apr. 2019 alle 09:10
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Immagine di copertina

“Fu una telefonata. La sua voce e quella lucidità atroce: ‘Papà, mi è caduto il Ponte del Polcevera davanti. Corri qui. È una catastrofe’.

Sono Marco, sono un pompiere. A quelle parole di mio figlio, Emilio, anche lui vigile del fuoco, scattai. Andai in aeroporto e formai una squadra di cinque uomini compreso me: mi mancavano alla pensione solo 18 giorni. Molto probabilmente sarebbe stata l’ultima missione. E non avrei mai immaginato fosse a Genova, dentro quel suo petto, nella sua gabbia toracica.

Alle 13:00 ero lì sotto, sotto l’ex viadotto Morandi. Al Comando del Cratere, la stazione provvisoria dei pompieri nei luoghi del disastro, presi ordini e mi assegnarono a un punto ben preciso.

Mi chiamo Marco e sono un Vigile del fuoco.

Ero assegnato al greto del Polcevera, sotto il pilone riverso, la gola del Morandi impiccata a testa in giù. Mi guardai attorno. Non era la prima volta che vedevo i frangiflutti di una tragedia. Ma lì c’era qualcosa di inedito.

Le architetture stralunate, il capovolgimento delle geometrie naturali, un enorme viadotto piantato in un fiume – quelle che una volta erano state le sue braccia sfarzose – adesso alterate in una magnitudo genuflessa e arresa.

Fu un’Audi bianca. Cofano e tetto schiacciati, una piastra piatta, nessuna forma di auto, orizzontale di inferno. Dentro, quella maglietta colorata. I volti di chi finisce nelle tragedie hanno un codice dell’orrore, quasi comune a tutti: lo sguardo interrotto.

Alla stampa che mi intervistò dopo, dissi che in quella maglietta colorata, io avevo letto dello stupore. Mi chiesi perché avevo detto quella cosa ai giornalisti. Ora ho la risposta: era una proiezione, il viso dello stupore era in realtà il mio, il mio sgomento senza spiegazioni.

O forse, io e quella maglietta colorata eravamo semplicemente uniti, vivi e morti, in quel: “perché ?”. La domanda. Quella domanda. Scheletrica, abissale, divaricata, spalancata.

Mi chiamo Marco Vedelago, sono un uomo e ho fatto per una vita il Vigile del Fuoco. Lavorai molte ore quel giorno. Non trovai persone vive. Tornai a casa e lasciai che il getto d’acqua della doccia mi lavasse i segni, gli odori, le macchie dell’operazione più difficile della mia vita: il crollo del Ponte Morandi.

Pietrificato in una cabina di acqua tiepida, lasciai che sul mio volto scorresse non solo il getto della doccia. Ma che che uscisse anche l’acqua della mia anima lungo le guance. Nasceva dalle ciglia. E non riuscivo a fermarla più”.

400 Vigili del Fuoco lavorarono per turni e senza sosta nei giorni successivi al 14 agosto 2018. Con abnegazione e senso del dovere. Salvarono diverse vite umane. E per la psicologia del soccorso i soccorritori sono vittime di terzo grado ,dopo chi ha perso la vita e i loro familiari.

Ricordiamoci dei Vigili del Fuoco quando combattono per i loro diritti.

E il grazie a loro è oltre. È senza fine, come la loro umanità.

#vigilidelfuoco
#8mesi
#giustiziaperle43vittime

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