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Neonato ha la polmonite, ma in ospedale a Torino gli prescrivono un aerosol: muore tre giorni dopo

Immagine di copertina
La donna è morta a febbraio a 64 anni

È stata aperta un'inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti

La procura di Torino ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti per trovare i responsabili della morte di un neonato deceduto dopo essere stato dimesso dall’ospedale di Maria Vittoria.

L’episodio risale al 2 febbraio, quando una coppia di genitori ha portato nella struttura sanitaria il figlio di 20 giorni: il bambino aveva una forte tosse, rifiutava il latte, dormiva tutto il giorno ed era anche svenuto.

I genitori del neonato si erano rivolti al pediatra, che aveva consigliato loro di portare il figlio in ospedale, ma una volta lì i medici si sono limitati a prescrivere un aerosol e lo hanno dimesso dopo averlo visitato.

La cura prescritta però non è stata sufficiente: il 2 febbraio il neonato è svenuto, i genitori hanno richiesto l’intervento degli operatori del 118, ma una volta in ospedale non c’è stato niente da fare. I medici non sono riusciti a salvare il bambino, che è deceduto poco dopo.

In seguito l’autopsia, eseguita dal medico legale Francesco Bison, avrebbe stabilito che il bambino era stato colpito da una polmonite fulminante dovuta a un virus. Adesso si attendono ulteriori analisi per stabilire nel dettaglio le cause del decesso e capire se le cure a cui il neonato è stato sottoposto sono state o meno adeguate.

“Vogliamo solo giustizia. Stava male e così l’abbiamo portato al pronto soccorso. Ma l’hanno visitato, dimesso e gli hanno prescritto l’aeresol”, hanno spiegato i genitori del bambino.

“Abbiamo fatto tutto ciò che ci è stato detto ma, la mattina del 2 febbraio, nostro figlio ha girato gli occhi, ha perso i sensi. Abbiamo chiamato il 118: i medici hanno cercato di rianimarlo per quasi un’ora. Poi l’hanno portato all’ospedale, ma quando siamo arrivati ci hanno detto che non ce l’aveva fatta. Ora continuiamo a guardare le sue foto: è tutto ciò che ci rimane”.

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