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Quando negli anni Cinquanta a Matera nei Sassi vivevano come “le bestie”

Fino al 1952 gli abitanti della cittadina lucana abitavano in sporche e anguste grotte scavate nel tufo. Alcide De Gasperi ne ordinò l'abbandono con una Legge Speciale

Di Cristiana Mastronicola
Pubblicato il 19 Gen. 2019 alle 12:18 Aggiornato il 19 Gen. 2019 alle 16:23
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Immagine di copertina

Matera è capitale della cultura 2019 e il 19 gennaio si aprono le 48 settimane nel corso delle quali la città sarà promotrice di eventi culturali che avranno al centro proprio la città gioiello della Basilicata. [Qui tutto quello che c’è da sapere sugli eventi di Matera 2019].

Il fascino e la bellezza di Matera, però, sono frutto di un percorso di riqualificazione lungo e pesante per una cittadina che fino a metà degli anni Cinquanta restava un luogo dimenticato da Dio. La cittadina, infatti, si articolava in grotte scavate nella montagna. Qui, dentro questi buchi angusti, vivevano gli abitanti di Matera.

Fu Carlo Levi a portare l’attenzione sulla situazione inaccettabile di Matera. Nel suo “Cristo si è fermato a Eboli”, del 1945, l’autore riporta quello che vede: non crede ai suoi occhi. Si trova davanti degrado e miseria.

“Dentro quei buchi neri dalle pareti di terra vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento erano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha in genere una sola di quelle grotte per abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini, bestie”, scrive Levi.

L’Italia scopriva Matera e apriva gli occhi di fronte al più eclatante esempio di arretratezza e povertà del Sud Italia. I Sassi erano case che ospitavano famiglie numerose, luride, in cui anche le più elementari condizioni sanitarie venivano meno. Acqua corrente e fogne non esistevano e persone e animali convivevano negli stessi spazi scavati nel tufo.

Le malattie falcidiavano la popolazione contadina, abituata a lavorare la terra e a lottare per la sopravvivenza. Con la denuncia di Carlo Levi, la politica accese i riflettori su Matera e iniziò ad adoperarsi per risolvere la situazione.

Il primo a recarsi in Basilicata fu Palmiro Togliatti, leader del partito comunista. Arrivò nel capoluogo lucano nel 1948 e, senza mezzi termini, definì quella dei Sassi una “vergogna nazionale”. restituire dignità a quelle persone era l’obiettivo che il paese doveva porsi.

L’impegno per cambiare Matera arrivò da diversi personaggi illustri. Adriano Olivetti, imprenditore e ingegnere, in qualità di presidente dell’Istituto Nazionale dell’Urbanistica diede impulso alla nascita della “Commissione per lo studio della città e dell’agro di Matera”. Così un gruppo di intellettuali, capeggiati proprio da Olivetti e dal sociologo Frederic Friedmann, iniziò a pensare a una nuova Matera.

La commissione si prefisse di avviare un’indagine per studiare le condizioni in cui gli abitanti dei Sassi vivevano e progettare così delle soluzioni abitative che restituissero dignità alle persone e conservassero allo stesso tempo il senso di comunità tra i cittadini.

L’impulso più grande al risanamento di Matera avvenne con la visita di Alcide De Gasperi. Nel luglio del 1950 il primo ministro si recò nella cittadina lucana: De Gasperi si accorse della situazione emergenziale che investiva la cittadina e incaricò l’allora ministro lucano Emilio Colombo di studiare un disegno di legge per risolvere il problema dei Sassi.

Era il 17 maggio del 1952 quando De Gasperi con la “Legge Speciale per lo sfollamento dei Sassi” impose a 17mila persone di lasciare le case scavate nel tufo per spostarsi nelle nuove abitazioni. Così due terzi di Matera abbandonava le grotte e metteva piede in case vere.

“Lo Stato assume a suo carico la spesa per il risanamento dei quartieri Sasso Caveoso e Sasso Barisano dell’abitato di Matera e per la costruzione di case popolari particolarmente adatte per contadini, operai ed artigiani, in sostituzione di quelle attualmente esistenti in detti quartieri che saranno dichiarate inabitabili ed abbattute”, diceva De Gasperi.

Il lavoro di indagine di Olivetti e della commissione da lui presieduta permise, grazie anche a fondi provenienti dal piano Marshall degli Stati Uniti, la costruzione di nuovi quartieri. Le case popolari nascevano vicine ai terreni dei contadini che abitavano i Sassi.

I Sassi si svuotarono e a distanza di pochi metri nascevano due “Matere”: quella fantasma dei Sassi e quella nuova. I Sassi abbandonati divennero ricettacolo di sporcizia e degrado. Attorno agli anni Sessanta si iniziò a porre l’attenzione per quei luoghi che erano stati emblema della resistenza dei cittadini.

A metà degli anni Ottanta una Legge Speciale (la 771/1986) permise ai cittadini di tornare ad abitare i vecchi rioni in tufo. L’obiettivo era quello di tornare a far vivere la vecchia Matera, pronta a trasformarsi nella testimonianza dello spirito di adattamento e sopravvivenza degli abitanti alla miseria della vita.

Ma il riconoscimento più importante si ebbe nel 1993, quando l’UNESCO, il 9 dicembre a Cartagena, ha dichiarato i Sassi Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Il 17 ottobre del 2014, dopo un percorso di sei anni, Matera viene eletta capitale della cultura 2019. Un riscatto lungo quasi settant’anni.

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