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Ma un criminale con disturbi psichiatrici va tenuto in carcere?

Stefano Anastasia, garante delle persone private della libertà, denuncia a TPI gli effetti nocivi della detenzione per chi versa in uno stato di infermità mentale

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 28 Feb. 2017 alle 15:49
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Immagine di copertina

Il 24 febbraio 2017 un ragazzo di 22 anni si è suicidato nel carcere di Regina Coeli a Roma. Ha utilizzato le lenzuola del letto per impiccarsi alla grata della finestra nel bagno della sua cella. Il suo nome era Valerio, soffriva da anni di disturbi psichiatrici.

Il giovane era stato affidato alla Rems di Ceccano (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture che hanno preso il posto degli Ospedali psichiatrici giudiziari), centro dal quale negli ultimi mesi era scappato tre volte.

Dopo il terzo tentativo di fuga, il giudice competente del tribunale penale di Roma ha ritenuto di dover trasformare la custodia nella Rems in una custodia cautelare in carcere, in regime di sorveglianza speciale con l’accusa di violenza e resistenza al pubblico ufficiale e danneggiamento.

Prima di suicidarsi Valerio aveva inviato diverse lettere ai genitori in cui confessava la difficoltà di stare e in carcere. Un’ultima lettera indirizzata al fratello pochi giorni prima di togliersi la vita conteneva un disperato grido di aiuto.

La missiva, pubblicata dall’associazione Antigone per volontà della madre di Valerio, riportava frasi come “Io qui sto impazzendo, non ce la faccio più. Il giudice mi ha ridato la Rems, ma basta, sono stanco. Sono stanco di mangiare, di scappare, di fare qualunque cosa. Ora ti lascio con la penna ma non con il cuore fratellone mio”.

La madre di Valerio sta procedendo con l’avvocato Simona Filippi perché intenzionata ad andare a fondo della situazione. La donna, infatti, ritiene che suo figlio con evidenti disturbi psicologici non dovesse stare in carcere.

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“Bisognerebbe chiarire come mai un ragazzo al quale era stato accertato da tempo lo stato di infermità mentale, sia stato mandato in carcere”, spiega a TPI Stefano Anastasia – garante delle persone private della libertà e tra i fondatori dell’associazione Antigone, che si occupa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale. 

“Valerio”, spiega Stefano, “poteva essere riportato all’interno della Rems, dove sicuramente avrebbe avuto un’assistenza sanitaria dal punto di vista psichiatrico e psicologico idonea. Non è una sorpresa che le persone che hanno questi problemi di salute siano “irregolari”, ossia tendano ad allontanarsi. Ma non parliamo di un detenuto dal profilo criminale particolare, di difficile ritrovamento, stiamo parlando di persone che hanno necessità di cure e assistenza, cure che potevano essere fornite nella Rems, e non certo nel carcere di Regina Coeli”.

Secondo il garante, infatti, “la struttura carceraria ha fatto il possibile per vigilare su Valerio, ma non era il luogo dove tenere un ragazzo in quelle condizioni”.  

“Normalmente la custodia cautelare viene disposta se c’è il rischio che la persona possa sottrarsi al processo, per pericolo di fuga, o se c’è il rischio che quella persona possa compromettere le prove oppure possa commettere un nuovo reato della stessa specie”, spiega Anastasia. “Mentre per la custodia nelle Rems i criteri validi sono esattamente quelli di infermità mentale. Immagino che in questo caso il giudice abbia fatto valere uno dei criteri validi per la custodia cautelare in carcere anche se i reati commessi da Valerio erano veramente di poco conto: tra i più gravi risultava la resistenza al pubblico ufficiale. Forse questa applicazione delle misure cautelari è stata eccessivamente rigorosa”.

Secondo quanto sostenuto dal garante Anastasia, dunque, si è forse operato con un eccesso di zelo dinanzi a un soggetto che, qualora fosse stato socialmente pericoloso, avrebbe dovuto andare fin da subito in carcere. 

“Il provvedimento di tenere Valerio in carcere solleva forse una responsabilità verso una persona che doveva essere seguita in altro modo. La valutazione su come trattare un caso così delicato andrebbe fatta con grande accortezza: gli effetti nocivi di un’incarcerazione su un soggetto di questo genere possono essere terribili, proprio come è avvenuto per questo caso. Non voglio sollevare problemi di responsabilità diretta, ma una riflessione è doverosa”, ha concluso il garante.

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