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L’Italia è ancora un Paese per vecchi

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La disoccupazione giovanile è al 43 per cento, in aumento del 4,2 rispetto al 2013. Quest'anno 100mila ragazzi lasceranno l'Italia

Non è bastata la promessa del presidente del consiglio Matteo Renzi, che a febbraio annunciava di voler rottamare la classe dirigente italiana. Nonostante le misure adottate dal suo governo per riorganizzare il mercato del lavoro, l’Italia rimane ancora un Paese per vecchi, secondo il quotidiano britannico The Guardian.

L’Istat rileva che il tasso di disoccupazione giovanile (tra i 15 e i 24 anni) è stabile al 43 per cento, con un calo dello 0,3 da aprile, ma in aumento del 4,2 rispetto al 2013. Quest’anno saranno 100 mila i ragazzi che lasceranno l’Italia e molti di loro finiranno dietro a qualche bancone londinese.

I genitori italiani, che un tempo facevano di tutto affinché i figli abitassero vicino a loro, anche dopo essersene andati via da casa, ora vogliono soltanto che imparino l’inglese e partano il prima possibile.

I ragazzi italiani che riescono a trovare un posto di lavoro possono ritenersi fortunati davanti a un contratto a tempo determinato. Ottenere un mutuo è sempre più difficile, ecco perché il 38 per cento – tra i 25 e i 29 anni – vive ancora con mamma e papà (e non per scelta). Per mantenere i figli, i genitori sono i primi a tenersi stretto il proprio posto almeno fino alla pensione, non aiutando il ricambio generazionale.

E se i giovani italiani non hanno un lavoro, pensare di avere un figlio diventa un lusso. Oggi si stimano 8,84 nati ogni 1.000 abitanti, secondo i dati del CIA World Factbook). I figli non sono più un investimento, ma un costo.

Forse, l’unico cambiamento si trova nel concetto di raccomandazione. I “vecchi”, dopo lo scoppio della crisi economica – che ha portato alla chiusura di 372mila aziende – hanno incontrato maggiori difficoltà a inserire i propri “pargoli” nel mercato lavorativo tramite conoscenze o favoritismi.

Per Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, nonostante qualche segno di ripresa, è inutile raccontarsi favole. Ci stiamo lentamente avvicinando al fondo. In città come Bergamo, nota per le sue piccole industrie, un tempo si diceva: “Se lasci l’università, puoi sempre andare a lavorare in fabbrica”, ma se molte chiudono i battenti anche questa opzione svanisce.

Molti giovani si pentono di non aver continuato l’attività dei genitori preferendo percorsi di studio che si sono rivelati inutili ed eccessivamente lunghi. Tuttavia, i ragazzi non sono responsabili del tempo impiegato per ottenere una laurea nel sistema educativo italiano, in cui “anziani professori universitari sono più impegnati a distribuire posti di lavoro ai membri di famiglia che a seguire i propri studenti”.

Marco Tullio Giordana, nel suo La meglio gioventù, racconta un’Italia per tanti versi simile a quella odierna. Era il 1966 e un professore universitario si rivolgeva in questo modo a un suo studente.

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