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L’eredità di Borsellino

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Ecco come vivono i testimoni di giustizia 27 anni dopo la strage di via d'Amelio

Oggi 19 luglio, ricorre l’anniversario dalla strage di via d’AmelioLa memoria di ciò che accadde 27 anni fa, però, deve essere soprattutto uno spunto per riflettere anche sulla situazione attuale e per capire come la lotta alla mafia si sia evoluta in questi anni e quali progressi siano stati fatti. La mafia non è più un tabù oggi, ma ci sono questioni di cui si parla meno di altre. Una di queste è quella che riguarda i testimoni di giustizia.

TESTIMONI DI GIUSTIZIA – Alcuni li chiamano “uomini senz’ombra” perché ogni giorno devono muoversi senza lasciare traccia del proprio passaggio, e sono costretti continuamente a celare il proprio passato ingombrante, il cui peso resta inesorabilmente sulle loro spalle. Sul piano giuridico i testimoni di giustizia sono coloro che rendono dichiarazioni relativamente a fatti delittuosi da cui sono stati danneggiati, o di cui sono stati involontari spettatori. Essi, per via del pericolo cui possono risultare esposti, sono soggetti a particolari misure di protezione, assistenza economica, al mantenimento del posto di lavoro – se dipendenti pubblici.

Troppo spesso, però, queste misure non sono sufficienti a tutelare la condizione dei testimoni di giustizia. Rita Borsellino, così si è espressa al riguardo: “In Italia c’è una buona normativa sui testimoni di giustizia ma questa stessa non viene applicata bene e spesso disattesa, determinando forti disagi e vuoti di sicurezza alle vite dei 70 testimoni di giustizia che hanno denunciato e vivono sotto la protezione dello Stato in condizioni difficili e penalizzanti anche da un punto di vista umano”, aggiungendo inoltre che “la delicata questione dei ‘testimoni di giustizia’ è un fenomeno poco noto in ambito europeo e sul quale occorre una maggiore sensibilizzazione da parte dei Paesi membri“.

Nel corso della stessa sessione di lavori della CRIM, alcuni testimoni di giustizia hanno fatto sentire le proprie voci e raccontato come la loro vita sia cambiata dal momento in cui hanno scelto di testimoniare, colpendo e commuovendo i delegati europei riuniti nel capoluogo siciliano.

Testimone di giustizia è Piera Aiello, originaria di Partanna, un paese della Sicilia occidentale che collabora con la magistratura dall’età di 24 anni, dopo l’omicidio del padre e del marito, entrambi legati alla mafia. Da 23 anni ormai vive sotto protezione, e nel 2012 ha raccolto la sua esperienza come testimone di giustizia nel libro “Maledetta Mafia” insieme al giornalista Umberto Lucentini. Testimone di giustizia è stata anche la giovanissima cognata di Piera, Rita Atria, che, seguendone l’esempio, lo è diventata a soli 17 anni. Dopo la morte di Paolo Borsellino – che lei chiamava “zio Paolo” – si è tragicamente tolta la vita. “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita“, ha scritto nel suo diario la ragazza.

Diversa è la storia di Giuseppe Carini, nato e cresciuto nel quartiere palermitano di Brancaccio, feudo del boss Michele Greco, che a soli 25 anni sceglie di collaborare con la giustizia dopo essere stato testimone dell’omicidio di Padre Pino Puglisi, il prete che insegnava il significato della legalità a un gruppo di ragazzi per allontanarli dalla strada. Testimoni di giustizia sono anche la calabrese Rosina Benvenuto, grazie alla cui collaborazione sono stati arrestati molti membri della cosca Labate e l’imprenditore di Bivona Ignazio Cutrò, ribellatosi al pizzo e divenuto, poi, Presidente dell’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia. Con loro tanti altri, che con il proprio coraggio hanno contribuito alla lotta alla criminalità organizzata.

L’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia, fondata su iniziativa degli stessi testimoni il 3 Febbraio 2013, è nata con l’intento di mettere in collegamento tra loro quei cittadini onesti che hanno avuto il coraggio di denunciare nelle aule dei Tribunali i misfatti delle mafie e i reati commessi dalle varie forme di criminalità organizzata, stando vicino ai loro familiari e costituendosi parte civile nei processi di mafia.

Cutrò ha dichiarato: ” È’ necessario che i testimoni di giustizia vengano rappresentati da persone che si trovano nella loro stessa situazione e che di conseguenza possano accedere a quanto gli spetta senza intermediari”.

L’anniversario della morte di Borsellino non può essere solo un momento in cui ricordare i morti di mafia, ma anche un’occasione per parlare di tutti coloro che ancora oggi stanno conducendo questa lotta.

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