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Perché in Italia stiamo ancora pagando le tasse sui terremoti di oltre 30 anni fa

L'Italia non ha mai stipulato assicurazioni preventive sui disastri ambientali e per questo i cittadini sono chiamati a pagare tasse ad hoc elevate e poco trasparenti

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 29 Ago. 2016 alle 18:42
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Immagine di copertina

“I cittadini italiani sono gli unici, tra quelli dei paesi industrializzati, a non sapere ancora con esattezza quali siano le somme sborsate – tra tasse, balzelli fiscali e accise sulla benzina – per risarcire i danni delle calamità naturali abbattutesi negli ultimi anni. Siamo gli unici in Europa che pagano, attraverso le tasse e le accise, ancora i costi di ricostruzione per terremoti avvenuti oltre 30 anni fa”. 

A parlare è Antonio Coviello, docente di Marketing Assicurativo al Suor Orsola Benincasa di Napoli e ricercatore di terzo livello presso l’IRISS, l’Istituto di Ricerca su Innovazione e Servizi per lo Sviluppo, il quale si batte da tempo per promuovere un sistema assicurativo atto a ripartire i costi relativi alle calamità naturali in un regime di trasparenza per tutti i cittadini.  

Le sue parole giungono proprio nel momento in cui cominciano a sollevarsi le prime polemiche – da parte dei cittadini e delle associazioni di consumatori – sulle somme da stanziare per la ricostruzione all’indomani del terremoto che ha colpito il centro Italia lo scorso 24 agosto. 

“In Italia i danni causati da catastrofi naturali sono stati risarciti sempre tramite interventi successivi, generalmente ricorrendo a finanziamenti ad hoc. Il peso economico di questi interventi è altissimo: la stima dei costi complessivi del dissesto idrogeologico e dei terremoti è variabile ma può essere stimata, dal 1944 al 2013, in circa 254,3 miliardi di euro, cioè circa 3,7 miliardi di euro l’anno”, spiega il professore a TPI.

“Il 75 per cento di questa cifra” – continua Coviello – “ossia 190 miliardi di euro (2,8 l’anno) è relativo ai soli terremoti. Una cifra enorme è relativa al periodo dal 2010 al 2012, annate caratterizzate dai danni conseguenti il terremoto dell’Aquila e da quelli del terremoto in Emilia oltre che da varie alluvioni. Dissesto idrogeologico e sismi sono costati al nostro paese oltre 21 miliardi di euro (7,3 l’anno)”. 

Eppure negli altri paesi europei – ugualmente caratterizzati da un alto rischio sismico o da altri eventi catastrofici – le cose funzionano diversamente: “In ben altri 18 paesi, tra cui Francia, Belgio, Turchia, Giappone e Romania, da anni è stata affrontata la questione dei risarcimenti dei danni naturali con l’implementazione di un sistema assicurativo misto pubblico-privato in grado di offrire trasparenza ai propri cittadini che vengono tutelati preventivamente nel caso si verifichino calamità.”

“In Francia, ad esempio, esiste una cassa centrale di riassicurazione, ovvero un sistema che permette alle assicurazioni di garantirsi a loro volta con lo Stato, che funge per l’appunto da riassicuratore di ultima istanza, onde evitare che le compagnie possano trovarsi sprovviste dei mezzi necessari per ottemperare ai risarcimenti previsti. Sempre in Francia, sia i privati cittadini, che lo Stato (che si autotassa) pagano una polizza obbligatoria assicurativa sulla casa e sugli edifici pubblici che vengono appunto assicurati per il loro valore e ne viene così stimata la somma per la ricostruzione in caso di calamità”. 

Si tratta, semplicemente, della costituzione di un fondo, perfettamente identificabile e quantificabile, cui attingere qualora dovessero verificarsi catastrofi naturali. 

Secondo Coviello, “riuscire ad adottare un modello simile anche nel nostro paese significherebbe ovviare al malcontento derivante dall’inefficiente utilizzo delle risorse destinate al riguardo e avere la certezza matematica delle somme sborsate nel corso degli anni. Eppure sembra che non ci sia affatto la volontà da parte del Governo di approcciare questo nuovo sistema assicurativo”.  

Entrando nel dettaglio, Coviello spiega che “in base ai dati della Banca d’Italia del 2013, quasi il 40 per cento delle abitazioni italiane (10,6 milioni) sono soggette a rischio sismico, ossia appartengono alla fascia 1 o alla fascia 2, mentre oltre il 55 per cento dei comuni ha un rischio elevato o molto elevato di alluvioni: per affrontare queste problematiche, e anche per ovviare al malcontento derivante dall’inefficiente utilizzo delle risorse destinate al riguardo si è pensato da tempo di ricorrere ad un sistema assicurativo pubblico-privato, sul modello dei paesi esteri”. 

Delle abitazioni a rischio, ad oggi, solo l’1,65 per cento risulta assicurato, per una stima del valore di 85 miliardi di euro, secondo i dati delle compagnie assicuratrici. “Attivare una partnership pubblica e privata che preveda una franchigia minima a carico dell’assicurato (a seconda del rischio della zona), una copertura assicurativa a carico del proprietario e un sistema di riassicurazione pubblico anche a livello internazionale permetterebbe, in caso di calamità particolarmente catastrofiche, di moderare l’intervento dello Stato”. 

La soluzione, secondo Coviello, sarebbe molto più semplice di quanto si pensi: “L’Ania – l’Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici – ha calcolato che, in media, con 100, 150 euro l’anno ogni appartamento potrebbe assicurarsi da eventualità calamità. Oggi il cittadino-contribuente italiano non è abbastanza consapevole che anche senza sostenere direttamente il costo di una polizza in realtà spende soldi per gestire gli effetti delle calamità, senza però alcuna certezza sul quanto né sul quando del risarcimento dovuto”. 

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