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Se c’è un’Italia che brucia è anche affar nostro

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Credit: sardiniapost.it

Basta mandare in rovina ettari ed ettari di boschi e pinete per poter trasformare quei luoghi in terra di nessuno? Il commento di Lara Tomasetta

Bruciare tutto. Bruciare solo per impiantare nuovi boschi, solo per avere un nuovo piccolo e temporaneo lavoro, bruciare per gestire, per comandare. Bruciare per sbaglio, anche quello.

Quanta terra sta bruciando, quanti anni e talvolta secoli di natura stanno andando in fumo?

Secondo il dossier Legambiente, dalla metà di giugno a oggi in Italia sono bruciati 26mila ettari di bosco: abbiamo già coperto il totale del 2016.

I boschi bruciano ovunque tra il centro e il sud: in Sicilia, in Calabria, in Puglia, nel Lazio, in Campania, in Toscana.

Appelli disperati giungono dai sindaci di tanti piccoli e grandi comuni di ogni regione. Non solo, anche il WWF non sa più a chi chiedere aiuto per la riserva naturale Cratere degli Astroni, situata nei pressi di Agnano, Napoli.

Sul sito dell’associazione la richiesta di aiuto pubblicata il 18 luglio non può lasciare indifferenti: “La situazione nel cratere di Astroni che ormai brucia da mercoledì scorso è precipitata. L’incendio è fuori controllo e le fiamme sono arrivate all’ingresso della riserva. Attualmente una ventina di persone, compreso il personale WWF, sono circondate dalle fiamme. La situazione è estremamente preoccupante perché le fiamme non solo hanno divorato più della metà dell’oasi WWF ma adesso mettono in pericolo anche l’incolumità delle persone presenti sul posto”.

Dopo le immagini di un Vesuvio che sembrava eruttare tanto dal fumo, dalle fiamme e dalla cenere che avvolgevano le sue pendici, altre impressionanti scene sono giunte ai nostri occhi raccontando una Calabria sola e dimenticata: oltre una ventina di incendi stanno interessando la costa tirrenica cosentina dove sono andati in fumo numerosi ettari di macchia mediterranea.

Ma dalla città quegli incendi sembrano lontani, irreali. Ne percepiamo la presenza e l’orrore solo quando il fumo arriva sopra le nostre case, solo quando il velo della fuliggine adombra il nostro cielo, solo quando l’aria si fa irrespirabile e le fiamme lambiscono i nostri tetti.

Ma è davvero così semplice? Basta mandare in rovina ettari ed ettari di boschi e pinete per poter trasformare quei luoghi in terra di nessuno? É davvero possibile che alcune persone – talvolta disperate e accecate dalla mancanza di un lavoro – possano prima pensare e poi realmente violentare in modo permanente un sito solo per avere la possibilità che gli venga affidato il compito di rimboscare quell’area?

La legge 353 del 2000 “Legge-quadro in materia di incendi boschivi” vieta anche per cinque anni le attività di rimboschimento, proprio per evitare di dar vita a un meccanismo malato che incentiva a bruciare foreste con lo scopo di piantarne altre.

La legge inoltre – e questo alimenta perplessità ancora più forti sulle motivazioni che sono alla base degli atti mafiosi – vieta per 10 anni di realizzare edifici, strutture e infrastrutture finalizzate a insediamenti civili e attività produttive nelle aree colpite dagli incendi. Inoltre “le zone boscate ed i pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco non possono avere una destinazione diversa da quella preesistente all’incendio per almeno quindici anni”.

Quindici anni di attesa. Chi appicca gli incendi sperando di costruire abitazioni o edifici sarà certamente a conoscenza di questa legge. Dunque perché non ne è scoraggiato?

Secondo Legambiente, il 60 per cento degli incendi è causato volontariamente sia da persone con problemi psicologici, sia da piccoli gruppi di persone in cerca di un’entrata economica, sia da vere e proprie organizzazioni criminali che vogliono impossessarsi dei terreni devastati per gestire le concessioni edilizie o creare discariche abusive.

Il resto degli incendi nasce da un mix devastante tra condizioni meteorologiche avverse – siccità, caldo e vento – e disattenzione o incuria dell’uomo. Alcuni grandi incendi scoppiano perché i contadini bruciano sterpaglia senza avere il giusto controllo delle fiamme. In altri casi, anche solo il motore di una macchina agricola lasciata accesa può innescare la scintilla del fuoco che facilmente si propaga tra la vegetazione rinsecchita.

E a noi cosa resta? Quanto tempo ci vorrà prima che quella natura torni alla vita? Chi ci sarà a controllare che le leggi poste a tutela di quei luoghi saranno realmente rispettate nel corso degli anni?

Possiamo continuare a credere che tutto questo non ci riguardi, che “se la sono cercata”, che se quell’Italia brucia non è affar nostro.

O possiamo cominciare a guardare al problema senza voltarci dall’altra parte, chiedendo perché sembra che i mezzi per spegnere quegli incendi non siano sufficienti, perché dare fuoco alla terra desti ancora tanto interesse nelle menti criminali e perché nessuno vigili al momento opportuno pur conoscendo tempi e modalità di queste azioni vigliacche e pericolose. Come la nostra indifferenza.

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