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Perché nessuno può avvicinarsi al corpo di Imane Fadil

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 18 Mar. 2019 alle 13:49 Aggiornato il 19 Set. 2019 alle 01:51
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Immagine di copertina
Imane Fadil

Il 15 marzo 2019 è stata diffusa la notizia della morte di Imane Fadil, la modella di origini marocchine testimone chiave del processo Ruby.

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La ragazza di 34 anni è deceduta il primo marzo, ma la notizia è trapelata solo due settimane dopo.

Adesso la procura di Milano ha stabilito che nessuno può avvicinarsi al corpo di Imane Fadil, nemmeno parenti e amici, così da evitare il rischio di contaminazioni in attesa di capire quali siano le cause della morte.

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Una delle piste seguite dagli inquirenti è quella dell’avvelenamento e la prima versione parla proprio di morte per “un mix di sostanze radioattive”.

Il test che serve a calcolare la radioattività presenti nei tessuti, secondo quanto comunicato nei giorni scorsi, avrebbe evidenziato che nel corpo della giovane vi erano radiazioni oltre i limiti di guardia.

Questo quanto riferito al Corriere della Sera da un laboratorio specializzato di Milano incaricato dalla Procura di effettuare le analisi sul corpo della ragazza.

Poco dopo la clinica Maugeri di Pavia ha invece smentito l’ipotesi avvelenamento, spiegando di non aver effettuato alcun test sulla possibile presenza di sostanze radioattive nel corpo della giovane.

Dopo 20 giorni di ricovero della Fadil, i medici dell’Humanitas avevano inviato a Pavia dei campioni di siero per analizzare la presenza o meno di sostanze tossiche.

I risultati forniti dagli esperti pavesi hanno individuato tracce nel sangue di cobalto, cromo, molibdeno e nichel, metalli tipici di protesi ortopediche e dentarie, con valori leggermente più alti rispetto alla media. Tuttavia non si tratta di livelli tali da far pensare all’avvelenamento.

Per sapere se davvero si sia trattato o meno di avvelenamento si attendono i risultati dell’autopsia, disposta per i prossimi giorni.

Intanto i pm il 18 marzo hanno ascoltato il direttore sanitario dell’Humanitas di Rozzano, dove Imane Fadil era ricoverata, mentre si procede all’analisi del cellulare della giovane.

La ragazza di 34 anni durante il mese di ricovero aveva detto al fratello e all’avvocato che temeva di essere stata avvelenata.

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