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Ilva, la bozza Calenda e il piano Di Maio a confronto

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Credit: Getty Images

Il ministro Di Maio ha rivendicato i risultati raggiunti sul caso Ilva, affermando di aver strappato ad ArcelorMittal un accordo migliore rispetto a quello del suo predecessore

Il 6 settembre 2018 la multinazionale indiana ArcelorMittal e i sindacati dei lavoratori hanno raggiunto un accordo sull’acciaieria Ilva di Taranto (qui il riassunto della vicenda).

L’intesa è stata raggiunta dopo quasi 24 ore di trattative presso il ministero dello Sviluppo economico e il ministro Luigi Di Maio ha subito presentato l’accordo come una grande vittoria per il suo governo.

L’azienda indiana, vincitrice della gara pubblica indetta nel 2017 per la vendita dello stabilimento di Taranto, ha infatti accolto la richiesta dei sindacati, sostenuta dallo stesso ministro Di Maio, di garantire all’Ilva 10.700 assunzioni subito su un totale di 13.800 impiegati.

Inoltre, ArcelorMittal si è impegnata a garantire una valutazione di impatto sanitario, controlli stringenti su inquinamento e il controllo delle emissioni, anche quando si supereranno i 6 milioni di tonnellate di produzione.

Il vicepremier, una volta raggiunto l’accordo, ha ancora una volta attaccato l’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, affermando di essere riuscito ad ottenere un risultato migliore rispetto a quello previsto dal piano del suo predecessore.

Calenda, tuttavia, ha risposto al ministro Di Maio con un post su Twitter in cui mette a confronto i due accordi, mostrando quanto poche siano in realtà le differenze.

Quali sono quindi le differenze e i punti in comune tra la bozza di Calenda e l’accordo di Di Maio?

Le assunzioni

La bozza presentata dall’ex ministro Calenda prevedeva l’assunzione diretta di 10mila lavoratori da parte di ArcelorMittal, mentre altre 1.500 persone sarebbero state assunte dalla società per le attività esternalizzate composta da Ilva e Invitalia, controllata dal Tesoro.

Il nuovo accordo di Di Maio prevede invece 10.700 assunzioni e sono previste garanzie per i restanti 3mila addetti, ancora in esubero, che saranno reintegrati entro il 2023, al termine di tutte le bonifiche ambientali.

Anche la bozza di Calenda prevedeva garanzie per l’assunzione degli esuberi una volta terminate le bonifiche, ma non era prevista una clausola che obbliga Mittal a riassumere chi, nel 2023, sarà ancora senza lavoro, come invece è stabilito dall’accordo di Di Maio.

Entrambi i piani prevedono il mantenimento dei livelli salariali e di diritti e tutele pre Jobs Act, compresa quindi l’applicazione dell’articolo 18.

Uscita volontaria

Per quanto riguarda l’uscita volontaria, la bozza Calenda prevedeva lo stanziamento di 200 milioni di euro per gli esodi con un massimo di 100mila euro lordi a persona.

L’accordo sostenuto da Di Maio si differenzia di poco: i fondi per l’uscita volontaria sono stati aumentati fino a raggiungere i 250 milioni.

Le tutele ambientali

Secondo il piano Calenda, i principali interventi a tutela dell’ambiente e della salute dovevano terminare nel 2020.

L’accordo di Di Maio, invece, prevede il completamento della metà dei principali interventi ad aprile 2019 e la seconda metà nel 2020.

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