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Il paese che accoglie i migranti

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Il paesino di Riace, in Calabria, sarebbe scomparso se non avesse aperto le porte ai migranti. Il report di The Observer

Il piccolo paese di Riace, in Calabria, negli ultimi decenni ha deciso di aprire le porte ai migranti che hanno sfidato il mare per raggiungere l’Italia: un esperimento che si è rivelato efficace per l’economia del borgo e lo ha salvato dalla scomparsa. Tom Kington ha raccontato questa storia ai lettori di The Observer.

Il programma di reinsediamento è stato ideato dal sindaco Domenico Lucano, che per anni ha cercato di fornire un aiuto concreto ai richiedenti asilo che giungono in Italia. Per questo ha trasformato un edificio in un centro di accoglienza per gli immigrati, che offre corsi di italiano per bambini, la creazione di posti di lavoro per i genitori e distribuisce gettoni con cui acquistare i prodotti alimentari nei negozi locali.

“I miei genitori mi hanno insegnato ad accogliere gli stranieri”, ha detto Lucano, che grazie al suo progetto nel 2010 è arrivato secondo alla competizione mondiale dei sindaci. Tutto è iniziato nel 1998 quando 200 Curdi che fuggivano dal conflitto con la Turchia sono arrivati sulla spiaggia accanto a Riace. Invece di stare a guardare, il sindaco ha offerto loro case che erano state abbandonate mentre la popolazione del villaggio diminuiva.

Adesso il villaggio, che conta 1.726 abitanti, è diventato la casa di 180 rifugiati. Grazie al loro arrivo l’istituto scolastico di Riace non è stato chiuso, e quest’anno la scuola materna conta 8 diverse nazionalità tra i suoi iscritti. Il paese, famoso per il ritrovamento delle statue bronzee che prendono il suo nome, rischiava di estinguersi mano a mano che i suoi cittadini si trasferivano nel nord Italia. “Un paese vicino Torino conta più abitanti di Riace che Riace stessa”, ha commentato il sindaco, definendo gli italiani che lavorano al centro di accoglienza “potenziali migranti” che non sono partiti grazie al suo progetto. I benefici non si fermano qui: accogliere i migranti significa ottenere un finanziamento dal governo (25 o 30 euro a migrante al giorno) e poter trovare forza lavoro per quei mestieri che gli abitanti locali non vogliono più fare.

Il ghanese Daniel Yaboah viene pagato 800 euro al mese per guidare gli asini che tirano carrelli su e giù nei vicoli per la raccolta differenziata dei rifiuti, mentre la nigeriana Tayo Amoo, 34 anni, sta imparando i trucchi del ricamo da una donna di Riace che originariamente ha appreso l’arte dalle suore del posto. Tayo faceva la giornalista in Nigeria, ma è stata imprigionata e accusata di aver insultato l’Islam. Nel 2010 è arrivata in Italia e da un anno le è stato riconosciuto il diritto di asilo.

Bahram Acar, uno dei curdi giunti con la prima barca nel 1998, ha trovato inizialmente supporto per lavorare come muratore, crescere una famiglia e ottenere la cittadinanza italiana. Quindici anni dopo, ancora a Riace, sta lavorando per aiutare i nuovi arrivati. “Sono stato aiutato, e ora sto aiutando,” dice.

Ma gli sforzi di Domenico Lucano non sono stati apprezzati da tutti. Infastidita dalla sua crescente influenza, nel 2009 la criminalità organizzata locale ha sparato attraverso le finestre di un ristorante dove stava mangiando e ha avvelenato due dei suoi cani. Lo scorso anno, invece, a causa di un errore burocratico, i finanziamenti sono stati bloccati e il sindaco è giunto a minacciare lo sciopero della fame.

In seguito alla tragedia di Lampedusa, Lucano ha organizzato una veglia per le centinaia di vittime. “Dobbiamo mostrare che ha toccato tutti noi”, ha detto, “ma non possiamo solo piangere – questo non è sufficiente.”

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