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La ministra Bongiorno (a sorpresa) contro il ddl Pillon: “Va cambiato”

Di Cristiana Mastronicola
Pubblicato il 11 Apr. 2019 alle 18:04 Aggiornato il 11 Apr. 2019 alle 18:04
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Immagine di copertina
Giulia Bongiorno; Simone Pillon

A Giulia Bongiorno il ddl Pillon non piace. In un’intervista rilasciata a la Repubblica, il ministro della Funzione pubblica ha sottolineato come sin dal principio lei avesse speso energie per chiedere una modifica.

Ddl Pillon: cosa prevede il disegno di legge sull’affido condiviso dei figli

Il vicepremier pentastellato Luigi Di Maio sostiene che il ddl del leghista Pillon sull’affido condiviso vada riscritto, perché, così com’è, metterebbe a rischio l’equilibrio dei figli. “L’esame in commissione Giustizia al Senato è stato rinviato a maggio. La materia va sicuramente disciplinata, ma sono stata la prima a sostenere che, pur se un buon punto di partenza, andasse modificata”, ha spiegato al giornale diretto da Verdelli il ministro Bongiorno.

“Non si può parlare genericamente di minori, senza distinguere un bambino di tre o di 12 anni. E poi, sono contraria alla suddivisione aritmetica del tempo tra genitori, andrà lasciato al giudice un margine di discrezionalità”, ha detto ancora il ministro.

A Verona, al Congresso mondiale delle Famiglie, il vicepremier leghista Matteo Salvini è stato invitato ed è stato lungamente acclamato. Lei, Bongiorno, su quel palco non è mai salita: “Se invitata, sarei andata anch’io. Come lui, per ribadire che sui diritti civili non si torna indietro”.

Il ministro della Funzione pubblica non è stato tra gli ospiti voluti a Verona. Che dietro ci sia proprio lo zampino del senatore Simone Pillon, tra i volti più in vista della manifestazione?

Intanto Giulia Bongiorno ha incassato da Montecitorio il via libera al disegno di legge che introdurrà nella pubblica amministrazione il controllo delle impronte digitali anti furbetti. Ora si attende l’ultimo step al Senato: “Alcuni parlavano di misura invasiva, di lesione della privacy. In realtà mi è stata sollecitata da dipendenti e dirigenti onesti, che sono la gran parte, stanchi di dover lavorare per i colleghi”.

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