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Se Falcone fosse vivo, riderebbe amaro di questa antimafia fatta a parole ma che non si traduce in fatti

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 24 Mag. 2019 alle 13:24 Aggiornato il 24 Mag. 2019 alle 13:30
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Se fosse vivo Giovanni Falcone, se potesse vedere in che stato è l’antimafia urlata, rabberciata, rivenduta attraverso i selfie di un ministro che tenta di appropriarsi dei risultati di forze dell’ordine e di magistratura (che è buona quando si occupa di mafiosi ma è cattiva s prova ad occuparsi di lui), forse non ci verrebbe nemmeno lui alla sua commemorazione.

Se fosse vivo Giovanni Falcone, riderebbe amaro di questa divisione che ancora si continua a fare tra mafia e politica come se fossero due identità separate e non invece un unico indissolubile cancro che siamo ben lontani dal voler estirpare con la forza che richiederebbe.

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Riderebbe Giovanni Falcone di un’antimafia fatta a parole ma che non si traduce in fatti, riderebbe forse di un decreto che di fatto aiuta (lo Sblocca cantieri) le imprese mafiosi ad infilarsi tra le maglie dei subappalti, guarderebbe con amarezza ciò che succede oggi a Palermo, dove da una parte (nell’Aula Bunker) le istituzioni lo commemorano con la cerimoniosa farsa di chi ricorda un uomo ma evidentemente non ne ha imparato la lezione.

Riderebbe amaro dello stato di estimo e collaboratori di giustizia lasciati a se stessi, uno dei messaggi che di più piace alle mafie.

Riderebbe amaro anche di questa memoria che da noi ci si impegna a commemorare piuttosto che esercitare, forse ce lo direbbe che la memoria è un muscolo e come tale andrebbe allenato per tenerlo sempre lungo, pronto, attento, pronto a scattare, a fiutare il pericolo e a riconoscere i reati spia. E invece la nostra memoria di Giovanni Falcone (come quella del giudice Borsellino) sembra che qualcuno ce la voglia lasciare intonsa, forse sarà perché la verità è un bene prezioso e per questo qualcuno vuole risparmiarcela. No.

Noi oggi non possiamo permetterci di commemorare Giovanni Falcone senza prometterci di volere cambiare. Cambiare nei costumi, cambiare quest’Italia che chiede chi ti manda? Al posto di chiedere chi sei? Cosa sai fare?, cambiare un Paese che è troppo belo quando profuma di legalità e libertà per perdere l’occasione di aspirare a essere quello che potrebbe essere.

E non è nemmeno questione di questo o quel ministro, no, siamo noi che dobbiamo decidere di allenare il muscolo della memoria e provare, nel nostro piccolo, umilmente, di essere per un centimetro, un goccio appena, Giovanni Falcone nelle cose che facciamo, negli accidenti che subiamo, negli incontri che incrociamo.