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Fico a TPI nel 3° anno senza Regeni: “La verità vale più di ogni altro interesse; Al Sisi mi ha mentito, ora basta bugie”

A tre anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, TPI fa il punto sullo stato delle cose e i rapporti tra Italia ed Egitto con il presidente della Camera Roberto Fico

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 3 Feb. 2019 alle 11:24 Aggiornato il 4 Feb. 2019 alle 08:22
Immagine di copertina
Credit: Photo by Andreas SOLARO / AFP

Il 3 febbraio 2019 sono trascorsi esattamente tre anni da quando il corpo di Giulio Regeni venne ritrovato, martoriato, in una strada di periferia nei pressi del Cairo.

Tre lunghi anni in cui la luce su quell’omicidio misterioso non si è mai spenta. La caparbietà e la dignità con cui la famiglia Regeni, i legali – in Italia e al Cairo – e i tanti attivisti hanno sempre chiesto e lavorato per la verità sono il punto fermo di un percorso ancora lungo.

In occasione di questo importante anniversario, TPI fa il punto sullo stato delle cose con il presidente della Camera Roberto Fico, uomo delle istituzioni che ha mostrato sin dall’inizio di tenere particolamente al caso Regeni.

Dall’inizio del Suo mandato ha adottato decisioni coraggiose nei confronti dell’Egitto, le promesse che le sono state fatte da al-Sisi sono state tradite, ma il presidente egiziano è l’unico che può sbloccare la situazione. Qual è il passo decisivo per arrivare alla verità?

Il presidente al-Sisi si era impegnato a rimuovere ogni ostacolo per l’inizio di un processo che facesse verità sul rapimento, le torture e l’uccisione di Giulio Regeni. Fino a questo momento non è stato così, non ha tenuto fede a quello che mi aveva detto quando sono stato al Cairo. Il passo decisivo è aumentare la portata della richiesta di verità, non la chieda solo l’Italia ma tutta Europa. Questo è il motivo per cui ho scritto ai miei colleghi presidenti di Parlamento. Un’Europa compatta può essere un ulteriore passo fondamentale.

La lettera che ha inviato ai presidenti dei Parlamenti europei è un invito a prendere le distanze dall’Egitto, così come ha fatto l’Italia con il parlamento egiziano?

La lettera segue l’approvazione di una risoluzione del Parlamento europeo. Ho chiesto a tutti i miei colleghi presidenti di darle seguito, adottando tutte le iniziative che prevedono le loro assemblee. A loro chiedo solidarietà all’Italia ma soprattutto gesti concreti. Giulio era un ricercatore europeo. Non dimentichiamolo mai.

Il ministro dell’interno Matteo Salvini ha assunto posizioni contrastanti sul caso Regeni, all’iniziale durezza assunta quando era europarlamentare si contrappone una linea più morbida da vice premier. Ma chi detta davvero la linea dei rapporti tra i due paesi?

Non mi interessa fare polemica con il ministro dell’Interno. È interesse italiano avere verità. La pretende la famiglia e la pretende lo Stato. Anche il presidente Conte si è espresso in tal senso.

Che senso ha oggi la presenza dell’ambasciatore Cantini al Cairo? Ricordiamo che il suo ritorno era motivato da uno scopo ben preciso: la verità su Giulio. Ad oggi la sua missione sembra fallita.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

La decisione di rimandare l’ambasciatore al Cairo ricordo è stata presa dal governo Gentiloni. L’ambasciatore ha avuto una lettera di incarico con un contenuto preciso. E la sua presenza ha senso nel momento in cui si fanno dei passi in avanti concreti sulla morte di Giulio Regeni. Chiaramente ogni decisione al riguardo spetta alla Farnesina.

Quanto pesano oggi le relazioni economiche tra i due paesi? Quale ruolo gioca oggi nei rapporti tra Italia ed Egitto il gigantesco giacimento di gas naturale Zohr, dove l’azienda italiana Eni svolge un ruolo fondamentale?

Le relazioni economiche fra Italia ed Egitto sono consistenti. E non possono non tenere conto della condizione dei diritti umani. Perché i rapporti economici e commerciali non possono vivere isolatamente, e chi intraprende relazioni non può voltarsi dall’altra parte ma deve dare la sua piccola percentuale di contributo all’avanzamento dei diritti umani, così come alla verità per Giulio Regeni. E questo vale per l’Egitto come per tutta la presenza europea e straniera nel continente. Parlo in generale di un approccio culturale che dobbiamo avere anche nel fare impresa.

Banca Intesa ed Eni: come l’Italia può utilizzare queste importanti cooperazioni a suo favore per fare pressioni sull’Egitto? O come può l’Italia fare pressione sull’Egitto nonostante questi rapporti?

Le relazioni commerciali non possono prescindere dai diritti umani.

Il punto è: stiamo ancora sacrificando la verità sull’altare di una realpolitik (Alfano docet)?


Dentro il Rojava, guerra di Siria

Per le istituzioni la verità è una priorità che non può essere sacrificata.

La condanna ad Amal Fathy, moglie di uno dei legali della famiglia Regeni al Cairo, è il risultato di quello che potremmo definire un ricatto all’egiziana maniera. Perché l’Italia non si ribella?

Penso che anche su Amal Fathy l’attenzione deve essere massima. L’ambasciata italiana, insieme ad altre, ha seguito le sue udienze ma ora, dopo i fatti più recenti e la risoluzione approvata dal Parlamento europeo, occorre fare dei passi in più. La tutela dei consulenti egiziani della famiglia Regeni è un pezzo fondamentale di questo percorso per la verità, e bene ha fatto il Parlamento europeo a sottolinearlo con chiarezza. Ricordo anche che la Procura di Roma, che sul caso Regeni sta facendo un lavoro straordinario, sta indagando sulle pressioni subite dal marito di Amal, Lofty.

L’Egitto è il paese delle sparizioni forzate e degli arresti ingiustificati. Cosa ci si può aspettare da un presidente il cui consenso si legittima con la violazione dei diritti umani?


Al-Sisi è l’interlocutore con cui abbiamo a che fare, dobbiamo continuare a trovare le strade, i modi e gli argomenti affinché il tema dei diritti umani stia al centro, non di lato, e per convincerlo che la verità è giusta, che gli Stati che fanno luce su se stessi sono Stati più forti.

Allo stato attuale nel registro degli indagati di Roma sono iscritti il generale Sabir Tareq e i colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal, colonnelli, il maggiore Magdi Sharif e l’agente Mhamoud Najem, agente. Parliamo di alte cariche dello stato egiziano. Questo atto avrà davvero dei risultati?

La Procura di Roma ha fatto un atto coraggioso, frutto di un lavoro straordinario di indagine, non solo bisogna riconoscerlo ma serve darle tutto il sostegno istituzionale che merita. Sicuramente è un atto importante che dà un messaggio chiaro: l’Italia non rinuncia alla verità.

Se le indagini della procura di Roma dovessero confermare responsabilità sulla morte di Giulio appartenenti alle alte sfere dell’apparato di sicurezza egiziano, quale sarà la risposta dell’Italia?

La Procura di Roma ha tutto il sostegno delle istituzioni. A fianco di questo incessante impegno giudiziario deve andare un altrettanto incessante e forte impegno politico a pretendere la verità.

Come mai dal Regno Unito così poca collaborazione sul caso Regeni?

Certamente da parte dell’Università di Cambridge c’è stata poca collaborazione. Auspico una maggiore attenzione da parte delle autorità britanniche. 

Giulio era un cittadino italiano e un europeo, come Lei stesso ha ricordato. Con quale spirito i giovani italiani ed europei di oggi possono pensare di andare a studiare o a fare ricerche in Egitto? Si sentiranno sicuri? Potranno contare sull’incondizionato supporto del governo italiano?

Sono certo che la Farnesina è capace di fornire tutto il sostegno e il supporto ai nostri connazionali che vivono in Egitto.