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Che fine fa il cibo che non mangiamo

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Secondo i dati della Fao, ogni anno un terzo del cibo mondiale prodotto e messo in commercio viene sprecato, e inquina l’ambiente

In tutto il pianeta più di 800 milioni di persone sono denutrite, ma il 65 per cento della popolazione mondiale vive in Paesi dove i disturbi legati a un peso eccessivo causano più morti della fame.

Nel 2012 sono state 1,3 miliardi le tonnellate di cibo che nessuno ha mangiato.

Stando ai dati della Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ogni anno un terzo del cibo mondiale prodotto e messo in commercio viene sprecato e inquina l’ambiente.

La direttiva europea Waste Framework Directive (Wfd) del 2008 definisce ciò che viene sprecato “un oggetto che il detentore scarta, decide di scartare, o è necessario che scarti”.

Nonostante nella lingua italiana, la traduzione della parola “waste” equivalga a “rifiuto”, rifiuti (o scarti) e lo spreco non sono la stessa cosa.

Paolo Azzurro, dottorando al dipartimento di Scienze e tecnologie agro-alimentari all’Università di Bologna, spiega che: “Man mano che si va avanti nella filiera alimentare, fin quando si arriva negli anelli della distribuzione, della ristorazione e del consumo domestico, sempre più gli sprechi alimentari coincidono con i rifiuti, perché finiscono all’interno del ciclo di raccolta rifiuti. Cosa che non succede per esempio in agricoltura oppure nella pesca”.

Nel rapporto della Fao viene fatta una distinzione tra le diverse fasi della filiera: produzione, imballaggio, trasformazione, distribuzione e consumo.

Due sono i momenti in cui è maggiore l’impatto ambientale: quelli all’inizio (produzione) e alla fine (singoli consumatori) della filiera. “Il 54 per cento degli sprechi alimentari si verifica a monte, in fase di produzione, raccolto e immagazzinaggio. Il 46 per cento avviene invece a valle, nelle fasi di trasformazione, distribuzione e consumo”. Nel secondo caso sarebbe meglio dunque parlare di rifiuti.

Eva Alessi, responsabile sostenibilità di Wwf Italia, spiega: “Se nei Paesi in via di sviluppo la parte principale che riguarda lo spreco alimentare è quella dal campo alla trasformazione, da noi la parte di spreco principale va dalla trasformazione fino al frigorifero di casa, con una percentuale e quindi una responsabilità anche molto forte attribuibile a noi cittadini. Arriviamo a sprecare, secondo quelli che sono i dati ufficiali, quasi un 40 per cento di quello che acquistiamo”.

Le cifre dimostrano che esiste un paradosso etico. Ovviamente, il cibo in eccesso nel piatto di qualcuno non finisce nel piatto di qualcun altro. Finisce per inquinare. Anzi, ha già inquinato.

Che gli alimenti vengano adeguatamente smaltiti grazie a un processo di raccolta differenziata e al compostaggio, o che vengano buttati insieme a tutto il resto, hanno già comportato un danno ambientale. Lo scarto è soltanto l’ulteriore anello di una lunga catena di problemi.

Questo significa che ogni volta che non mangiamo il cibo che acquistiamo e cuciniamo, stiamo inquinando.

Lo facciamo senza rendercene conto perché nessuno ci ha detto che gli alimenti inutilizzati hanno un impatto economico, sociale e non per ultimo ambientale. O meglio: lo hanno già avuto, ma il nostro gesto lo rende vano.

Immaginiamo per un attimo di percorrere a ritroso il tragitto che ha portato nel cassonetto la pasta che avanza, perché non la mangiamo, e di scoprire così in che modo il nostro gesto ha un impatto sull’ambiente.

È quello che hanno fatto gli studiosi del Wwf. Nel lungo percorso che lo porta nella nostra busta della spesa, nel nostro piatto al ristorante, nel nostro vassoio al fast-food, il cibo lascia dappertutto le sue impronte, così come vengono chiamate nel rapporto del Wwf le conseguenze negative degli sprechi sull’ambiente.

Il costo ambientale del maccherone che non ci va di mangiare si può quantificare proprio seguendo le sue tracce, secondo quelli che sono i principali indicatori ambientali: l’acqua che viene consumata, le emissioni di Co2 e l’azoto inserito nei cicli biogeochimici.

In altre parole, la filiera alimentare è così complessa e mal concepita da non garantire cibo per tutti, il che compromette il futuro del pianeta.

Da anni lo spreco è nell’agenda dei politici impegnati per l’applicazione della risoluzione europea del 2012 voluta anche dall’europarlamentare italiano Paolo De Castro.

La volontà è quella di migliorare l’efficienza dei produttori, ridurre gli imballaggi, introdurre la doppia etichettatura e sensibilizzare i consumatori perché – sostiene De Castro – “lo spreco alimentare è un problema che investe tutti, dal singolo cittadino fino al Parlamento Europeo, passando per la Commissione Europea”.

Non è certo un caso se l’Expo 2015 di Milano avrà come filo conduttore il tema di “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” e come mascottte il volto sorridente formato da frutta e verdura che ricorda un quadro di Arcimboldo.

Nel frattempo in Italia le piccole iniziative di condivisione del cibo sul modello del sito tedesco foodsharing.de – tra cui Ifoodshare e Pasto Buono – hanno riscosso un successo inaspettato. In questi siti, privati e produttori possono mettere a disposizione e cedere gratuitamente ad altri il cibo che rimane in eccesso e che diversamente andrebbe sprecato.

Sempre in quest’ottica, numerosi orti urbani sono spuntati in alcuni giardini di diversi quartieri di Roma e hanno iniziato a proporsi come alternativa alla grande distribuzione, contribuendo a ridurre lo spreco attraverso l’accorciamento della filiera alimentare.

Come sottolinea Stefano Masini, responsabile dell’area ambiente e territorio della Coldiretti: “Il problema del cibo non è legato a una mancanza di risorse, ma a una cattiva distribuzione delle stesse”. Il cibo per tutti non manca, ma finisce nel bidone.

I cibi che spesso vengono buttati, anche se non più vendibili perché danneggiati o già cucinati o perché per legge è trascorso troppo tempo dalla loro messa in commercio, sono beni perfettamente utilizzabili dall’uomo.

Ma si perdono per strada e per giunta danneggiano l’ambiente.

Ha collaborato all’iinchiesta Silvia Di Cesare

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