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“Via regola dei 2 mandati e sì all’alleanza con altre liste”: il piano di Di Maio per salvare il M5s

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Le elezioni regionali in Abruzzo prima e in Sardegna poi hanno messo a dura prova il Movimento Cinque Stelle. Si è trattato di un vero crollo, se si confrontano le percentuali elettorali delle politiche del 2018, con quelle del 2019.

Luigi Di Maio, attaccato dai dissidenti, e preoccupato per il futuro del suo partito ha aperto “la discussione all’interno del M5S e con i cittadini italiani per la riorganizzazione del Movimento e per essere forti alle amministrative”.

La nuova organizzazione sarà sottoposta al voto della base, tramite la piattaforma Rousseau.

“Le amministrative non si possono paragonare alle politiche e non hanno nessun impatto sulla vita né del M5s né del governo”, ha ribadito Di Maio. Tra i cardini del nuovo riassetto grillino vi è la possibilità di alleanze con altre liste civiche, l’eliminazione della regola del doppio mandato per i consiglieri comunali e un contributo economico agli iscritti.

“L’anima resta la stessa ma il Movimento al governo cresce, diventa più adulto”, dice Di Maio per rassicurare i fedelissimi.

Sul banco degli imputati il primo nome della lista è quello di Luigi Di Maio. Ed è su di lui che si è concentrata, ormai da tempo, l’ira di Beppe Grillo (e non solo).

Il capo politico del M5s non è disposto a mettere in discussione il suo ruolo, davanti alle critiche di chi gli dice di addossarsi meno incarichi: “Il ruolo del capo politico si discute tra quattro anni. La carica dura cinque anni”, ha detto.

Stefano Buffagni, vicino a Di Maio, ha detto: “Dobbiamo dare di nuovo un motivo alle persone per capire perché c’è differenza tra noi e la Lega o tra noi e gli altri. Stiamo facendo una serie di errori”, ammettendo le difficoltà interne.

Luigi Di Maio ha accelerato il “suo” progetto per voltare pagina e radicare il Movimento 5 stelle sul territorio, e non solo sulla rete.

Così, se da un lato il capo politico continua a sostenere che “a livello di governo non cambia nulla”, dall’altro è pronto a mettere in atto “novità importanti” sull’organizzazione del progetto politico.

A breve dovrebbero partire le votazioni online su quello che è stato definito “il nuovo assetto” del Movimento.

Primo step: la deroga ai due mandati in caso di incarichi locali per evitare quello che in ambienti stellati viene definito il “rischio di imbarcare dei signor nessuno” per sostituire gli esponenti che hanno portato i 5s a diventare (per qualche mese) la prima forza politica d’Italia.

Questa possibilità potrebbe però essere non solo ai consiglieri comunali ma anche a chi è stato parlamentare per due mandati. Attenzione: niente terza candidatura per Montecitorio o Palazzo Madama ma strada aperta come consigliere comunale o sindaco.

Secondo step: dare al Movimento 5 stelle una “struttura verticale” simile a una qualsiasi segreteria politica. Ma guai a chiamarla così. A decidere i nomi dei “referenti” sarà il capo politico – quindi Di Maio – con successivo voto della “rete”.

Terzo step: le liste civiche. Questo il punto dove, con ogni probabilità, Di Maio dovrà scontrarsi con i “duri e puri” del Movimento. Il rischio, secondo gli “anti-Di Maio”, è che questo sia un escamotage per “apparentamenti con la Lega” in vista delle elezioni autunnali in Emilia Romagna.

Intanto, però, sono le prossime due tornate elettorali, le regionali in Basilicata del 24 marzo e le Europee di maggio, a preoccupare l’ala “movimentista” dei 5 stelle.

In prima fila, ovviamente, “i” Di Battista. Stavolta è papà Vittorio ad avvertire il gruppo dirigente del Movimento: “La via crucis continua”, il commento su Facebook dopo il flop sardo.

“Dopo la ‘stazione’ d’Abruzzo, quella sarda a cui seguiranno, il prossimo 24 marzo quella di Basilicata e, il 23 maggio, quella europea”.

“I patti vanno rispettati, dicevano gli antichi e gli antichi erano persone serie e capaci. Anche noi, voi, dobbiamo e dovete mantenere i patti. Quelli sottoscritti con il Popolo, in piazza, alla luce del sole”, è il richiamo di Di Battista padre.

“Quelli siglati in qualche ufficio, seduti su divani e divanetti di broccato, quelli che in cambio ti ‘concedono’ di fare il ministro o il sottosegretario”, avverte “non sono patti, sono compromessi”.

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