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La madre che ha fatto arrestare suo figlio. Il racconto a TPI: “Urlò che mi odiava, ma poi mi ha perdonata”

Due anni fa è arrivata al gesto estremo di far arrestare suo figlio. Oggi Daniela Manzitti ha scritto un libro e aperto una associazione per aiutare le famiglie che si trovano nella sua stessa situazione

Di Maria Gabriella Lanza
Pubblicato il 26 Mar. 2019 alle 11:48 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 03:01
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Immagine di copertina
Daniela Manzitti con il figlio Michael

È il 31 ottobre 2017 quando Michael incontra sua madre, Daniela Manzitti, all’ospedale di Terlizzi, mentre attende che la sua compagna incinta faccia una visita di controllo.

“Oh mà”, le dice Michael con la sua solita espressione d’affetto, prima di accorgersi che non è sola: insieme a lei ci sono anche i carabinieri. Michael è latitante, è evaso dai domiciliari e sua madre dopo mesi di paura ha preso una decisione estrema, quella di farlo arrestare.

“Ti odierò per sempre”, le urla Michael quel giorno. Sono passati due anni e Daniela oggi ha scritto il libro Oh Mà! Storia di Michael, ragazzo difficile, edito da La Meridiana, e ha aperto una associazione per aiutare e sostenere tutte le famiglie che vivono il suo stesso dramma.

Chi era suo figlio Michael due anni fa?

Michael oggi ha 25 anni, ma dall’età di 19 anni ha iniziato a fare avanti e indietro dal carcere: rapine, scippi e poi la droga. In sei anni è stato in libertà solo pochi mesi. A luglio 2017 si trovava agli arresti domiciliari, è uscito per andare al Serd (Servizi per le Dipendenze patologiche) e non è più tornato. Trascorsero tre mesi e io e la mia famiglia non sapevamo più nulla di lui.

Quanto è stato difficile trovare il coraggio di farlo arrestare?

È stato il coraggio della paura. Il giorno prima dell’arresto, un mio amico carabiniere mi disse: “Daniela dimmi dove sta tuo figlio altrimenti un giorno tornerà da te in orizzontale”.

Queste parole mi ferirono profondamente. Allora lo supplicai: “Per favore sparate alle gambe, preferisco che stia su una sedia a rotelle, almeno potrò ancora prendermi cura di lui, ma non ammazzatelo”.

Mi lasciò il suo numero di cellulare e mi disse di fidarmi di lui, ma io non sapevo dove si nascondeva mio figlio. Quel giorno chiesi al Signore di dirmi cosa dovevo fare. La sera stessa, il 30 ottobre 2017, stavo lavando i piatti e sentii mia nuora parlare al telefono con una amica: si domandavano se Michael si sarebbe presentato all’ecografia del bambino.

Senza dire nulla a nessuno ho chiamato il mio amico e gli ho detto di venire l’indomani in ospedale. Forse se avessi avuto il tempo di pensare alle conseguenze, non lo avrei fatto. Per fortuna l’arresto si è svolto serenamente, non è successo nulla di grave. È stato come se il Signore mi stesse confermando che era la cosa giusta da fare.

Quel giorno suo figlio le ha urlato che non l’avrebbe mai perdonata, però le cose sono andate diversamente

Non mi voleva più parlare. Così scrissi una lettera al giornale di Corato in cui spiegavo le mie ragioni e feci un appello a don Mazzi per accoglierlo nella sua comunità. Anche se mio figlio mi odiava, sapevo che era vivo e al sicuro.

Dopo circa un mese e mezzo, Michael mi chiamò dal carcere e mi disse: “Oh mà vuoi venire al colloquio? Mi sono comportato come un cretino”. Ha trascorso dei mesi in comunità e poi è stato arrestato di nuovo per un reato del 2015 ancora da accertare.

Questa nuova detenzione è caduta come un fulmine a ciel sereno. Stava diventando un ragazzo meraviglioso e un padre affettuoso, stava faticosamente cambiando vita. Noi pensavamo che fosse tutto finito lì.

Perché ha deciso di scrivere questo libro?

Molta gente mi chiedeva perché avessi fatto arrestare mio figlio. Allora ho preso la decisione di mettere nero su bianco la nostra storia. Ho voluto dare una giustificazione anche a me stessa.

Rileggevo quelle righe e mi dicevo: “Hai fatto bene, non ti sentire in colpa”. Ho intitolato il libro “Oh Mà” perché così mi chiama sempre Michael. Queste due paroline mi legano a lui in un modo che solo una mamma può capire. Dentro c’è tutto il nostro mondo.

Lei ha anche aperto una associazione che ha lo stesso nome del libro, “Oh Mà”.

Ho sentito tante storie simile alla mia, storie di genitori di figli che si stanno rovinando la vita e loro non possono fare nulla per fermarli. Mi chiamano e mi dicono: “Daniela io ho paura di andare ai servizi sociali, ho un figlio minore. Non voglio denunciarlo e macchiargli la fedina penale. Come mi devo comportare?”.

Allora mi si è accesa la lampadina. Ho creato questa associazione che ha lo scopo prima di tutto di aiutare i ragazzi quando escono dal carcere e di reinserirli nel mondo del lavoro. Mio figlio quando era in libertà era pieno di buone intenzioni, mi diceva: “Vado da quello a chiedere un lavoro, sono sicuro che mi prenderà”.

Invece nessuno lo voleva: era come se avesse una lettera scarlatta sul petto. Allora tornava a delinquere, un po’ per ripicca e un po’ per l’uso di stupefacenti. Questa associazione avrà anche l’obiettivo di sostenere i genitori.

Ricordo bene che io non riuscivo a parlare con nessuno di Michael, non mi fidavo nemmeno del mio vicino di casa. Avevo sempre la speranza che potesse cambiare.

Pensavo: “E se avesse avuto solo un momento di sbandamento, io cosa faccio? Lo vado a denunciare e lo marchio a vita?”. Avevo paura di rivolgermi alle forze dell’ordine. In questa associazione ci saranno avvocati e psicologi che aiuteranno queste famiglie con ragazzi difficili. Ci metterò il mio nome e la mia esperienza.

Con questa associazione sta cercando di creare quella rete di sopporto che a lei e suo figlio è mancata?

In tutti questi anni sono sempre stata da sola, con il sostegno solo di mia figlia e di mia madre. Dopo quello che ho fatto, dando l’esempio a tante persone, mi aspettavo che le istituzioni locali e statali ci aiutassero, invece ci hanno abbandonato.

Questa associazione deve rappresentare una via di mezzo tra l’impotenza dei genitori a fermare i propri figli e la denuncia, che rappresenta sempre un gesto estremo. Mio figlio mi dice: “Mà se vuoi fare questo, fallo perché tu lo sai come è stato difficile per me. Quando uscirò ti darò una mano”.

Oggi cosa consiglia ai genitori che si trovano nella sua stessa situazione?

Sono sicura che facendolo arrestare gli ho ridato la vita, mi voglio vantare di questo. Durante la latitanza viveva senza mangiare, dormiva in case abbandonate o nascosto nel bagno dei treni. Michael è un ragazzo cresciuto in strada, perché io lavoravo anche 18 ore al giorno, ero una madre sola in difficoltà.

L’ho trascurato, non ho mai dimostrato il mio immenso amore per lui. Credevo che il mio gesto lo avesse riportato sulla strada giusta e gli avesse dato l’opportunità di crescere il suo bambino. Poi è stato nuovamente arrestato.

La mazzata di vederlo ancora in carcere è stata troppo grande. Posso consigliare di fare quello che ho fatto io, ma mi auguro che gli altri siano più fortunati di me.

In carcere Michael sta facendo percorso di reinserimento lavorativo?

Sta seguendo un corso di formazione alberghiera perché vorrebbe aprire un bar. Una parte dei proventi del libro andranno all’associazione e un’altra serviranno per realizzare il suo sogno.

Devo fare in modo che mio figlio abbia una vita dignitosa e non trovi tutto da rifare quando uscirà dal carcere. Negli ultimi due anni a Corato, dove viviamo, c’è stato una escalation di violenza legata allo spaccio di droga. Io voglio fare qualcosa per i miei figli e per questi ragazzi. È diventato lo scopo della mia vita.

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