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I comuni italiani dove rischiano di non nascere più bambini

Cosa c'è dietro la chiusura dei reparti di ostetricia e ginecologia in vari comuni italiani? Ecco alcuni dei punti nascita a rischio e cosa sta succedendo in Italia

Di Anna Ditta
Pubblicato il 26 Apr. 2019 alle 18:03
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Immagine di copertina
Credit: MIGUEL ANGEL MOLINA

È già accaduto a Lipari, nelle Isole Eolie, ma anche a Codogno, in provincia di Lodi. Da nord a sud, la chiusura dei punti nascita in Italia continua a mietere “vittime” tra i reparti di ostetricia e ginecologia.

È quello che rischia di accadere a Sulmona, comune abruzzese ancora in attesa di certezze in merito alla sua sopravvivenza dopo che a febbraio è arrivato alla regione il parere negativo del Comitato percorso nascite nazionale (Cpnn).

Ma potrebbe succedere anche a Noto, dove la cittadinanza si è mobilitata da alcune settimane contro il trasferimento dei reparti di pediatria e ginecologia, che sarebbe dovuto essere temporaneo e che invece sembra essere definitivo.

La stessa sorte sembra essere riservata nei prossimi mesi a diversi punti nascita in varie regioni. Ma come mai questa tendenza che interessa vari comuni del nostro paese?

Punti nascita: cosa prevede la legge

Le motivazioni sono diverse. Innanzitutto c’è l’obiettivo di chiudere i punti nascita che effettuano meno di 500 parti all’anno, sancito nove anni fa con l’Accordo Stato-Regioni del 16 dicembre 2010 (Linee di indirizzo per la promozione ed il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo).

L’Accordo fissa in mille nascite all’anno lo standard a cui tendere in ogni struttura nel triennio 2010-2012, per cui – in teoria – i punti nascite che non superano i mille parti l’anno dovrebbero essere accorpati tra loro.

Per promuovere questo percorso di riorganizzazione dei punti nascita a livello nazionale è stato istituito il Comitato Percorso Nascita nazionale, costituito nel 2011 e rinnovato ad aprile 2018.

Ma a nove anni dall’intesa Stato-Regioni, questo obiettivo non è astato ancora raggiunto.

In Italia esistono 474 punti nascita secondo i dati pubblicati di recente dal Ministero della Salute e relativi al 2017 basati sull’analisi delle Sdo, le schede di dimissione ospedaliera. Complessivamente, si tratta di 386 istituti pubblici, 80 istituti privati accreditati e 8 istituti privati non accreditati.

Circa il 25 per cento di questi punti nascita ha effettuato in quell’anno meno di 500 parti, ritenuto lo standard minimo per cure perinatali qualitativamente accettabili.

Esiste la possibilità di derogare al limite dei mille nascite (senza arrivare comunque al di sotto di 500 parti all’anno) ma solo sulla base di “motivate valutazioni legate alla specificità dei bisogni reali delle varie aree geografiche interessate con rilevanti difficoltà di attivazione dello STAM (servizi di trasporto assistito materno)”.

A partire dal 2015, invece, al Cpnn è stato attribuito il compito di esprimere un parere “consultivo” su richieste di deroga relativamente a punti nascita con volumi di attività inferiori ai 500 parti/anno avanzate da Regioni e Province Autonome.

La Regione con la percentuale maggiore di istituti al di sotto delle 500 nascite è il Molise, dove gli ospedali che superano questa soglia ammontano solo al 33,3 per cento. Seguono la Sardegna (47,1 per cento), la provincia autonoma di Trento e l’Umbria (entrambe con il 50 per cento), il Lazio (63 per cento), la Basilicata (66,7 per cento) e l’Emilia Romagna (67,9 per cento).

Mancanza di personale: il caso di Noto

Se la chiusura dei punti nascita con meno di 500 parti sembra lenta ma inesorabile, perché prevista per legge, non è così per tutti quei reparti in cui il problema è la mancanza di personale medico e infermieristico, che compromette la possibilità di coprire i turni e assicurare la continuità del servizio.

È stato questo, ad esempio, il motivo alla base del trasferimento dei reparti di pediatria e ginecologia dall’ospedale Trigona di Noto a quello di Siracusa.

Entro il 30 marzo i reparti sarebbero dovuti rientrare a Noto, rimanendo a Siracusa solo il tempo necessario a effettuare il bando pubblico per reperire il personale mancante.

Ma questo non è accaduto e i cittadini si sono mobilitati con il Comitato ProTrigona per chiedere il rientro dei reparti e il rispetto del numero dei posti letto garantito dalla legge Balduzzi. Il sindaco di Noto, Corrado Bonfanti, ha parlato con TPI di una “manovra prettamente politica” dietro il trasferimento dei reparti.

Con la chiusura dei punti nascita, in sostanza, il numero dei nuovi nati in questi paesi potrebbe ridursi a zero, o quasi.

Ci sono infatti sempre delle eccezioni, a rischio e pericolo delle partorienti e dei bambini: all’ospedale di Lipari, nonostante il punto nascite fosse già chiuso, nel 2017 è nata Chiara, mentre mamma Grazia attendeva l’arrivo dell’elicottero. Nel 2018 sull’isola ci sono stati altri due parti, uno dei quali sulla pista dell’elisoccorso.

>>L’ospedale cade a pezzi e mancano i medici: viaggio di TPI nella sanità da incubo di Sessa Aurunca

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