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“Quella violenza mi ha ferito, ma vado avanti”: parla a TPI il clochard preso a calci a Carrara

Di Irene Rubino
Pubblicato il 17 Feb. 2019 alle 19:26 Aggiornato il 18 Feb. 2019 alle 08:09
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Immagine di copertina

È la mattina di un freddo martedì di febbraio quando Umberto, detto “Umbertino” o “spicciolino”, chiede l’elemosina in via Roma, nel centro storico di Carrara. Lo fa ogni giorno.

Umberto è un volto noto agli abitanti di questa piccola città. Sosta davanti a un portone con le sue povere cose, qualche lattina di birra, il bicchiere per gli spiccioli. Scopre ben presto di aver scelto il posto sbagliato: uno dei condomini, insofferente alla sua presenza su quei gradini, gli inveisce contro.

Prende la rincorsa, lo aggredisce alle spalle colpendolo con un violentissimo calcio a mezz’aria. Nessuno dei presenti interviene.

Il venerdì successivo, il 15 febbraio, il video fa il giro del web, fa il pieno di click, viene ripreso sulle reti nazionali. “Clochard aggredito nell’indifferenza dei passanti”, così titolano i giornali. Piovono reazioni di sdegno: dal sindaco di Carrara Francesco De Pasquale (M5s) al deputato pontremolese Cosimo Maria Ferri (PD), la condanna delle istituzioni è unanime.

I commenti su Facebook, soprattutto dei concittadini di Umberto, fotografano invece un’opinione popolare divisa. C’è chi arriva a sostenere che, urinando su quel portone, il clochard se la sia cercata.

Conosco il popolo carrarese per il suo altruismo, la sua capacità di accogliere, il suo cuore generoso. Così mi chiedo se davvero abbia prevalso l’indifferenza di cui parlano le cronache. Vado a cercare Umberto.

Sui gradini di quello stesso portone in via Roma non trovo lui ma Stefano, un clochard suo amico fraterno, con la cagnolina. “Ho scelto di sedermi qui di proposito,” mi rivela.

Gli chiedo come stia Umbertino; non granché, dice, però resiste, è nei paraggi. Gli offro un caffè. Seduti a un tavolo mi dice: “Come si può fare una cosa del genere, ho aspettato su quella soglia per vedere se qualcuno avrebbe avuto il coraggio di cacciarmi”.

Andiamo insieme da Umberto. Lo troviamo pochi metri più avanti in direzione di piazza d’Armi, dove via Roma si apre e la vista si spalanca sui monti. Oltre ai segni dei suoi mali adesso porta addosso anche quelli dell’aggressione. Lo abbraccio. Gli domando cosa sia successo. “Ero fermo a quella porta, quell’uomo è arrivato, mi ha rincorso e mi ha dato un calcio,” ricostruisce sinteticamente. Sembra ferito più nell’anima che nel corpo.

“Sono agitato, molto teso, devo ancora riprendermi,” confessa, “so solo che quello che è successo mi ha causato molto dolore, ma vado avanti. Vorrei che tu scrivessi questo: se in un giorno come tanti, qualcuno va in giro e incappa in persone che lo infastidiscono, può confrontarsi con loro civilmente, nel rispetto delle regole. Voglio dire: a chi non succede di sedersi un attimo e rilassarsi, chiudere gli occhi e risvegliarsi dopo cinque, dieci minuti?”.

Proprio nel momento in cui Umberto afferma di aver sporto denuncia, passa di lì il suo aggressore. “Cosa denunci, scemo?”, gli grida dietro. Umberto s’infervora, ma i presenti lo riportano a più miti consigli. Stefano decide invece di seguire l’uomo fino al famoso portone, dove scompare per qualche minuto. Al suo ritorno voglio sapere cosa si siano detti. “Gli ho consigliato di calmarsi,” mi spiega.

Umberto al suo fianco non ha solo Stefano. A intervalli regolari di cinque, dieci minuti viene fermato da qualcuno che gli chiede come sta. Gli dice di farsi coraggio, spesso con gli occhi lucidi. Gli dà una carezza, gli prende la mano.

Gli dà consigli: resta calmo, non reagire alle provocazioni, chiedi aiuto, inizia il percorso in comunità. Fa cadere qualche moneta nel suo bicchiere. Gli porta in dono coperte e viveri.

Una donna e suo figlio gli consegnano una busta: è piena di pietanze preparate apposta per lui. “Con questa ci ceni – gli si rivolge dolcemente la signora – è già tutto pronto, non hai nulla da preparare. Adesso trova un posto, non restare qui”.

Proprio in quel momento l’aggressore di Umberto ritorna, cammina alle sue spalle e sputa per terra a pochi centimetri dai suoi piedi.

Arriva il fratello di Umberto, Giancarlo, per portarlo via con sé e prendersene cura. “Oggi non rilascia dichiarazioni,” mi dice.

Quel giorno scriverà su Facebook: “Umberto è un essere umano. Un essere umano con varie problematiche: è portatore di handicap e a neppure un anno di età gli è stata diagnosticata una malattia genetica con il nome di sindrome di Aarskog che ha causato, oltre a leggere deformità fisiche, anche ritardi nello sviluppo e ritardo mentale degenerativo. Questa patologia, fin da piccolo, gli ha causato una crescita particolarmente difficile. Quel ritardo lo ha reso permanentemente inadeguato alle sue aspettative ed a quelle dei familiari e dei suoi compagni. È stato causa di un’emarginazione che nella maturità ha assunto un connotato particolarmente severo. Umberto è un bambino di dieci-dodici anni nel corpo di un uomo di quasi 40. Negli anni si sono aggiunti la tossicodipendenza e l’alcolismo che non hanno sicuramente giovato al suo benessere fisico e mentale”.

Chiede ai testimoni di farsi avanti: “Umberto ha bisogno di aiuto, non di violenza gratuita e vile”.

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