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Chiara Corbella verso la beatificazione: la 28enne che rifiutò le cure per portare avanti la gravidanza

Immagine di copertina
Chiara Corbella Petrillo, la 28enne che rifiutò di curare un tumore per portare avanti la gravidanza.

La 28enne morì per un tumore il 13 giugno del 2012, un anno dopo la nascita del figlio Francesco

La diocesi di Roma ha avviato il processo di beatificazione per Chiara Corbella Petrillo, la donna di 28 anni che nel 2011 scelse di non curarsi dal cancro per portare avanti una gravidanza. Chiara morì il 13 giugno del 2012, lasciando il marito Enrico e il figlio Francesco, nato il 30 maggio del 2011.

La storia di Chiara, romana, cattolica praticante, è quella di tante donne messe alla prova dalla vita. Prima della gravidanza di Francesco, la donna aveva avuto altri due figli.

Entrambi, però, a causa di gravi malformazioni, non ce l’avevano fatta. Maria Grazia Letizia era nata anencefalica ed era morta poco dopo il parto. Anche Davide Giovanni, affetto da una grave malattia, era morto a poche ore dalla nascita.

Francesco per Chiara ed Enrico era un miracolo. I controlli assicuravano che la gravidanza stava procedendo bene e, infatti, Francesco cresceva sano nel ventre della madre. Quello che Chiara non sapeva era che la vita stava per porla di nuovo di fronte a una grande sfida.

Al quinto mese di gravidanza a Chiara viene diagnosticato un tumore. Un modo per salvarsi c’era: iniziare la terapia. Curarsi avrebbe significato avviare un ciclo di chemio a cui il piccolo Francesco non sarebbe sopravvissuto.

Nonostante le sofferenze che aveva passato, la 28enne non si è data per vinta. Ha scelto con forza la vita del figlio alla sua, sostenuta da una fede cieca.

“Nel matrimonio il Signore ha voluto donarci dei figli speciali: ma ci ha chiesto di accompagnarli soltanto fino alla nascita, ci ha permesso di abbracciarli, battezzarli e consegnarli nelle mani del Padre in una serenità e una gioia sconvolgente”, si legge nei suoi appunti.

Sulla scelta di portare avanti la gravidanza, sin dall’inizio, Chiara non aveva avuto dubbi: “Per la maggior parte dei medici Francesco era solo un feto di sette mesi. E quella che doveva essere salvata ero io. Ma io non avevo nessuna intenzione di mettere a rischio la vita di Francesco per delle statistiche per niente certe che mi volevano dimostrare che dovevo far nascere mio figlio prematuro per potermi operare”.

Dopo la nascita di Francesco, Chiara inizia le cure: chemio e radio insieme. Ma è troppo tardi per sperare che abbiano qualche effetto. Meno di un anno dopo la nascita del figlio, Chiara morirà, a Roma.

Due mesi prima di morire, l’ultimo faticoso viaggio a Medjugorie, “per ringraziare la Madonna del sostegno che ci ha dato finora”. Fino alla fine a colpire chi la incontrava era l’incrollabile fede e il sorriso.

Il giorno dei suoi funerali, celebrati davanti a mille persone, nella chiesa di Santa Francesca Romana si respirava un clima sereno. Il marito Enrico ha suonato le canzoni che aveva composto insieme alla moglie, violinista.

A sei anni dalla morte, la Chiesa ha potuto avviare, secondo la legge canonica, il processo di beatificazione. Occorre che passino almeno cinque anni per consentire “maggior equilibrio ed obiettività nella valutazione del caso e per far decantare le emozioni del momento. Tra la gente deve essere chiara la convinzione circa la sua santità (fama sanctitas) e circa l’efficacia della sua intercessione presso il Signore (fama Signorum)”.

La fama di santa, Chiara l’ha avuta già da viva. Dal momento in cui ha scelto di portare avanti la gravidanza andando incontro alla morte, in tanti hanno riconosciuto in lei un esempio di vita.

Ora che il processo è stato avviato, bisognerà attendere le numerose udienze durante le quali verranno ascoltati i testimoni e verrà raccolta la documentazione necessaria per “l’opera che la grazia divina ha compiuto in Chiara e la sua straordinaria collaborazione con essa”, come si legge sul sito dell’associazione nata in ricordo della 28enne.

Nell’Editto pubblicato dalla diocesi di Roma che dà il via la processo si legge: “La sua oblazione rimane come faro di luce della speranza, testimonianza della fede in Dio, Autore della vita, esempio dell’amore più grande della paura e della morte”.

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