Cantone smentisce le voci sulle dimissioni dall’Anac: “Non lascio l’incarico”

Di Laura Melissari
Pubblicato il 6 Feb. 2019 alle 10:50 Aggiornato il 6 Feb. 2019 alle 11:13
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Immagine di copertina

Voci davano come prossime le dimissioni di Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione (Anac) da cinque anni prima della scadenza naturale del suo mandato prevista per il 2020. Nel corso della giornata però è arrivata la smentita dello stesso Cantone, che in una nota scrive che non ha intenzione di dimettersi.

“Mi sono sentito sopportato e siccome non sono uomo per tutte le stagioni ho meditato a lungo e poi ho capito che era arrivato il momento di tornare a fare il mio mestiere”, aveva detto Cantone, come riportava il quotidiano Il Corriere della Sera. La decisione, che è stata poi smentita, aveva a che fare con il governo giallo-verde, da cui Cantone sarebbe stato prima attaccato e poi ignorato.

Si pensava che Raffaele Cantone avesse già chiesto al Consiglio superiore della Magistratura di tornare a fare il magistrato, e che avesse inoltrato la domanda per un posto da procuratore a Perugia, Torre Annunziata e Frosinone, ma adesso sembra che sia tornato sui suoi passi.

Tra i punti di attrito con il governo c’è quello del ddl anticorruzione, criticato dal presidente dell’Anac perché “ha alzato a 150 mila euro il tetto per gli appalti con procedura diretta” e le divergenze con Matteo Salvini sulla riscrittura del codice degli appalti.

Il premier Giuseppe Conte, pochi giorni dopo l’entrata in carica, aveva attaccato l’Autorità presieduta da Cantone, sostenendo che “dall’Anac non abbiamo avuto i risultati che speravamo”.

“Sembra che il problema del Paese sia diventato l’anticorruzione”, aveva detto Cantone.

“Non immagino neanche lontanamente che si possa definitivamente spazzare via la corruzione, chi lo dice o non sa cosa sono i corrotti o prende in giro il Paese”, aveva spiegato Cantone nella giornata del 5 febbraio 2019.

Cantone, sempre attivo nell’ambito della lotta alla mafia, vive sotto scorta dal 2003, quando fu minacciato di attentato dal clan dei Casalesi. Era stato nominato presidente dell’Autorità anticorruzione il 27 marzo 2014, dall’allora governo Renzi.

È stato sostituto procuratore presso il tribunale di Napoli, dove si è occupato principalmente di criminalità economica e nel 1999 è entrato nella Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli, di cui ha fatto parte fino al 2007.

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