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Il bus non riesce a caricarlo, bambino in carrozzina deve rinunciare alla gita. Perché nessuno si è opposto?

Come è possibile che si sia persa un’ulteriore occasione per sensibilizzare e insegnare qualcosa di profondamente giusto ai nostri ragazzi? Il commento di Iacopo Melio

Di Iacopo Melio
Pubblicato il 25 Mar. 2019 alle 19:29 Aggiornato il 25 Mar. 2019 alle 19:37
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Immagine di copertina

Siamo a Borgo Roma, rione della capitale, dove un bambino di dieci anni in carrozzina ha dovuto rinunciare alla gita scolastica. La preside della scuola elementare, in accordo con i genitori dello studente, ha annullato l’uscita per lui, mentre tutti gli altri compagni sono andati. Come se nulla fosse, verrebbe da dire, anche se poi “nulla” non è stato.

Ma cosa è successo di preciso? Marco (nome di fantasia per rispettare la sua privacy) aspettava da tempo questa occasione. Come l’abbiamo aspettata tutti, in fondo: ancora ricordo la gioia, l’impazienza, la preparazione nei giorni precedenti al fatidico giorno, dalla merenda da scegliere allo zaino da sistemare con cura. Io portavo sempre le carte di “Uno” per il viaggio e un panino morbido col salame, farcito di immancabile maionese. Erano e sono momenti non solo educativi e formativi, ma anche di inclusione vera.

A Marco era toccata una merenda al sacco insieme ai propri amici. Eppure, nonostante i suoi oggettivi limiti motori non siano mai stati un grosso problema per lui (a proposito di questo, si sta addirittura programmando a breve una visita a Venezia, che poi forse la città più inaccessibile del nostro Paese, sempre con la scuola), stavolta qualcosa è andato storto.

Un “qui pro quo”, come lo definisce la dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo. Marco è rimasto in classe, da solo con la propria assistente, perché il pullman che avrebbe dovuto trasportare tutti quanti i ragazzi, un mezzo di quelli con le rampe abilitati al carico e scarico delle carrozzine (prenotato attraverso il Comune) non è mai arrivato. Al suo posto si è presentato un autobus completamente inaccessibile alle persone con disabilità, e a niente sono valsi i tentativi di rimedio all’ultimo momento.

“Abbiamo subito contattato la ditta affinché provvedessero a inviare un mezzo idoneo”, dichiara la preside a un giornale locale. “Ma non ne avevano altri a disposizione. Così, dopo aver valutato altre soluzioni, compreso quella di far portare il ragazzo dal papà con la sua auto attrezzata, dato che si era reso gentilmente disponibile, il ragazzo ha preferito rinunciare”.

Ecco, è proprio qui che non posso non stringere, per questo, un abbraccio simbolico a Marco. Una stretta di piena stima per questa sua scelta di sana ribellione. Perché al di là della buona volontà da parte della scuola nel trovare altre soluzioni da poter percorrere; al di là dell’accondiscendenza della famiglia di Marco, fin troppo comprensiva, nel far restare loro figlio da solo classe; credo che sia “sano” avvertire degli educativi malumori alla bocca dello stomaco.

Credo che sia giusto battere un poco i piedi per terra, incaponirsi quanto basta, e sbuffare un liberatorio “eh ma però…”, a costo di risultare pesanti e politicamente corretti. Perché davanti a certi fatti, spesso invisibili o dati quasi per scontati, occorre porre i riflettori.

Come è possibile che nessun altro genitore, ad esempio, si sia opposto davanti a questa soluzione di normale inadempienza? Come è possibile che un inghippo simile abbia lasciato quasi indifferente la famiglia più colpita, ma soprattutto tutte le altre quindici, venti, o forse venticinque che non si sono mosse in segno di solidarietà?

In fin dei conti una gita fuori porta, al sacco, non ha costi esorbitanti. Si sarebbe potuta recuperare in tanti modi la metà di quella spesa, per poi rimandare l’uscita ad un secondo momento, finalmente organizzandola senza nuove brutte sorprese.

Come è possibile che si sia persa un’ulteriore occasione per sensibilizzare e insegnare qualcosa di profondamente giusto ai nostri ragazzi? Vale forse di più studiare una mattinata sui libri, o imparare con la pratica, quella vera, fatta di empatia e inclusione, che cosa significhi aprirsi veramente all’altro e alle sue difficoltà, prendendole a braccetto e sostenendole come si può?

Spero che molto presto ci possano essere, per Marco, nuovi momenti di spensieratezza e gioia. Lontani da una merenda di gruppo dalla quale lui è stato escluso per colpa della superficialità (non della scuola, si intende). Che magari, per lui, tutto questo resterà solo un noioso ricordo. Per me, almeno stasera, un boccone amaro che sa di pane e salame. Senza maionese.

>>> Quindici motivi (quasi seri) per cui un disabile ha bisogno di una carrozzina nuova

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