Forse è stato trovato l’interruttore della bomba dell’attentato alla stazione di Bologna

Di Giovanni Macchi
Pubblicato il 27 Giu. 2019 alle 22:06 Aggiornato il 27 Giu. 2019 alle 23:11
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Immagine di copertina

ATTENTATO STRAGE STAZIONE BOLOGNA – Potrebbe essere stato trovato l’interruttore della bomba che il 2 agosto 1980 esplose alla stazione di Bologna. Esplosione che causò la nota “strage di Bologna“: 85 morti e 200 feriti. Dove? Fra le macerie ai Prati di Caprara, dove per anni sono rimasti i detriti della stazione di Bologna.

Il nuovo particolare emerge dalla perizia disposta dalla Corte di assise nel processo a carico dell’ex Nar Gilberto Cavallini e depositata dal geominerario esplosivista Danilo Coppe e dal tenente colonnello Adolfo Gregori, del Ris di Roma. Con una levetta simile a quelle usate nell’industria automobilistica, “la sua deformità fa ritenere l’interruttore molto vicino all’esplosione”. In una sala d’attesa di una stazione ferroviaria “secondo chi scrive non aveva ragione di esserci”.

Un dispositivo simile a quelli trovati nell’ordigno destinato a Tina Anselmi e in quello trasportato della terrorista tedesca Margot Christa Frohlich quando venne arrestata a Fiumicino nel 1982.

Christa Margot Frohlich era una terrorista tedesca appartenente al gruppo di Ilich Ramirez Sanchez, meglio noto come Carlos o ‘Carlos lo sciacallo’, e fu indagata e poi archiviata (nel 2015) assieme a Thomas Kram.

Nel descrivere l’interruttore, Coppe e Gregori lo identificano come “un prodotto di qualità molto bassa” e rilevano che “la levetta on/off pare essere di tipo comune. Non riporta alcuna scritta identificativa ed è simile ad alcune usate nell’industria automobilistica per attivare, ad esempio, luci o tergicristalli”, anche se “il fatto che sia montata su un supporto la rende meno “automobilistica””.

La perizia poi conferma che la bomba era costituita “essenzialmente da Tnt e T4 di sicura provenienza da scaricamento di ordigni bellici e da una quantità apprezzabile di cariche di lancio. Non si può escludere completamente la presenza di una percentuale di gelatinato a base di nitroglicerina”.

Nelle conclusioni dell’elaborato si legge anche che su basi esclusivamente probabilistiche “si ritiene che, se c’era un dispositivo tra la sorgente di alimentazione e l’innesco, questo poteva essere un timer meccanico. Non si esclude però, in via ipotetica, che l’interruttore di trasporto fosse difettoso o danneggiato tanto da determinare un’esplosione prematura-accidentale dell’ordigno”.

Un elemento definito “significativo e innovativo” dall’avvocato Gabriele Bordoni, difensore di Gilberto Cavallini, come anche il fatto che secondo i periti, nella sala d’attesa della stazione di Bologna non c’erano le condizioni perché un corpo venisse completamente dematerializzato.

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