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Rasia Dal Polo a TPI: “Salvini mi ha proposto di fare il sindaco di Milano, ma non chiamatemi leghista. Io candidato del centrodestra? Situazione in stand-by”

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 7 Mar. 2021 alle 15:07 Aggiornato il 8 Mar. 2021 alle 09:02
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Immagine di copertina
Roberto Rasia Dal Polo è un comunicatore nato a Genova, ma da tempo vive e lavora a Milano (foto: robertorasia.it)

Elezioni Milano, intervista a Roberto Rasia Dal Polo

Chi sarà il candidato sindaco del centrodestra a Milano, nella sfida a Beppe Sala? I nomi che circolano sono tanti: Ferruccio Resta, Gabriele Albertini, Alessandro Marangoni e Maurizio Dallocchio sono i più noti, ma nessuno sembra intenzionato ad accettare la sfida. Soltanto uno dei papabili, finora, ha dato pubblicamente la sua disponibilità. Si tratta di Roberto Rasia Dal Polo, nato a Genova nel 1974 e poi affermatosi a Milano come giornalista, scrittore e dirigente d’azienda.

Come anticipato lo scorso dicembre da TPI, il suo nome è stato individuato dalla Lega, ma ancora oggi si trova in una curiosa situazione di stand-by. Non solo: il rinvio delle elezioni amministrative ad autunno potrebbe allungare notevolmente i tempi. “A metà marzo è atteso il picco dei contagi della terza ondata di Covid-19, poi arriverà Pasqua… Temo che che la tempistica si diluisca ulteriormente”, confida il diretto interessato nella sua intervista esclusiva a TPI.

Come sta vivendo questa situazione decisamente insolita?
“È vero: la situazione è molto strana, perché di fatto c’è un solo candidato. Se Beppe Sala ha già annunciato di voler correre per un secondo mandato, il centrodestra ancora non ha un candidato ufficiale: al momento io le sto parlando da libero cittadino e da collega”.

Perché non avete ancora preso una decisione? A che punto siete?
“Diciamo che a gennaio ci siamo andati molto, molto vicino. Poi però Matteo Renzi si è inventato una crisi di Governo profonda, che ha ribaltato tutto e che ha assorbito tutte le attenzioni, come dichiarato anche da Matteo Salvini. I passaggi per la formazione del Governo Draghi hanno richiesto circa un mese e quindi proprio non c’è stata la possibilità di mettere la testa sulle amministrative. Poi è arrivato questo rinvio, che tuttavia era un po’ nell’aria, visto che sarebbe stato davvero difficile votare in questa situazione. Chi aveva interesse a votare subito giustamente portava avanti le sue istanze, come avrei fatto anche io a parti invertite”.

Come inciderà questo rinvio sulla campagna elettorale?
“Ci sarà certamente un rush finale nel mese di settembre, chiunque sia il candidato. Questo perché ad agosto Milano si svuota notevolmente: vedremo come andrà quest’anno, ma solitamente è così. Credo che i mesi caldi della campagna saranno giugno, luglio e settembre. So che a Torino alcune attività erano già cominciate e quindi proseguiranno per non lasciare buchi. Se anche noi a Milano avessimo già iniziato, da un lato sarebbe stato buono per farmi conoscere – nel caso fossi stato io il candidato – ma dall’altro sarebbe stato troppo presto: non puoi stare per nove mesi in campagna elettorale! Oggettivamente, la situazione è un po’ curiosa”.

È corretto definirla “il candidato proposto da Salvini”?
“Sì, ma vorrei riassumere brevemente le tappe precedenti. Il mio nome è stato individuato la scorsa estate dalla Lega, nella persona di Stefano Bolognini, commissario della Lega a Milano e assessore di Attilio Fontana in Regione Lombardia. Matteo lo aveva incaricato di proporre dei nomi per il candidato Sindaco a Milano e lui, fatte le sue analisi, mi ha chiesto se volessi mettermi a disposizione della città. Ci conoscevamo già, ci stimavamo professionalmente, ma precedentemente non parlavamo di politica”.

Lei ha accettato, ma non subito…
“All’inizio ero scettico. Avevo già ricevuto in precedenza delle proposte per entrare in politica, come è abbastanza naturale per una persona che comunica e che insegna agli altri a comunicare: sono profili frequentemente approcciati dalla politica. Però si trattava di progetti magari più piccoli, che non mi avevano mai indotto ad accettare. La proposta su Milano mi ha incuriosito, ma quando ho incontrato Salvini ho detto: Vi ringrazio, ma non posso: non sono un politico. E, aggiungo, non sono nemmeno un leghista”.

Come si collocherebbe, sul piano politico?
“Sono senza dubbio un moderato, le cui radici affondano nel centrodestra. Questa è la mia estrazione. Sono un professionista con una partita IVA individuale e un microimprenditore, avendo da dieci anni una SaS (società in accomandita semplice). Anche se in questi mesi è prevalso uno storytelling che mi descrive principalmente come manager di un’azienda con cui lavoro da tre anni, questa mia identità è apprezzata in una città come Milano, dove si sa bene che avere una SaS significa darsi da fare e portare un bilancio in utile, per quanto piccolo. Parlo la stessa lingua dei vari commercianti, ristoratori e titolari di piccole attività che animano la città”.

Il trend dei manager in politica non riguarda solo Milano. Cosa ne pensa?
“Per quanto esistano in tutti i partiti delle persone valide, purtroppo la politica sconta una serie di errori – più a livello nazionale che locale – che la gente ci rinfaccerà per un bel po’. Va in questo senso anche la scelta della Lega di puntare su di me: l’intenzione di posizionare il partito in modo più moderato e centrista era in atto già da tempo, soprattutto per il lavoro di Giancarlo Giorgetti, che stimo molto, ma anche grazie all’intuito di Salvini, il quale ha capito che si stava aprendo uno spazio enorme a livello nazionale. La domanda di centrismo mi pare ancora più forte qui a Milano, dove la gente in fondo vuole lavorare, stare tranquilla quando torna a casa, magari trovando un parcheggio e senza prendersi una storta sul marciapiede”.

Torniamo all’iter della sua candidatura?
“Certo. Tra settembre e ottobre, dopo aver parlato con Bolognini e Salvini, ho dato la mia disponibilità. A dicembre Matteo ha fatto il mio nome al tavolo del centrodestra, dopo che si era parlato anche delle altre figure da lei citate. Avrei voluto essere presentato come un cittadino scelto dal centrodestra. Invece sono stato raccontato come ‘il candidato della Lega’ e questo ha fatto sì che Forza Italia e Fratelli d’Italia si irrigidissero un po’. Io sono effettivamente espressione della Lega, come le ho detto, ma nel senso che a propormi non poteva che essere il partito principale della coalizione milanese. Ribadisco: sono un moderato e non sono un leghista”.

Lei stima Giorgetti, ma si dice che lui preferirebbe un altro candidato: Simone Crolla. Le risulta?
“L’ho sentito anche io, ma sinceramente non lo so. Non conosco Simone personalmente, ma so che è stato deputato di Forza Italia e quindi credo che sia più vicino a loro. C’è da dire che negli ultimi due mesi se ne sono sentite veramente tante e forse la gente è anche un po’ stufa”.

Con molto fair-play Lei ha espresso la sua stima per Sala, peraltro venendone ricambiato…
“Sì, qualcuno mi ha criticato per questo e immagino che sia accaduto anche a lui. Eppure, nel caso che il candidato fossi io, mi farebbe davvero piacere che fossimo ricordati per una campagna elettorale moderata nei toni e incentrata sui fatti. Non venendo dalla politica, ma dal mondo delle aziende, vengo giudicato proprio dai fatti e dagli obiettivi conseguiti. Io ragiono così, quindi mi piacerebbe molto parlare delle cose concrete riguardanti Milano, città che amo. Al netto degli scontri forse inevitabili, vorrei rimanere lucido e basarmi sui fatti, perché secondo me l’amministrazione-Sala non è esente da critiche”.

Parliamo allora delle cose concrete: quali aspetti ritiene che richiedano un cambiamento?
“Per dieci anni ho condotto su Radio 24 un programma di motori, in collaborazione con Quattroruote, nel quale si parlava di mobilità intelligente (il termine sostenibile non andava ancora di moda). Ecco: su questo ci sono molte cose che, se toccherà a me, vorrei dire. È un argomento sul quale mi sento forte, perché lo conosco bene e perché sento che la gente lo considera come un punto dolente. Le piste ciclabili non sono certo una cosa sbagliata (amo andare in bici, come in moto), ma non tutte sono state fatte bene. Ci sono stati degli errori oggettivi, come riconosce anche parte della sinistra. Il traffico è un problema al quale bisogna trovare delle soluzioni, che secondo me finora sono state cercate nelle direzioni sbagliate”.

Su quali altri punti vorrebbe che ci fosse discontinuità?
“Ancora più importante del traffico è il tema dell’inquinamento, sul quale le auto incidono in maniera secondaria. Si potrebbe fare molto di più sulle caldaie dei condomini. Il Comune potrebbe davvero fare qualcosa, soprattutto se in linea con la Regione. Un asse normativo sarebbe importante, come si è visto nel rapporto tra Giovanni Toti e Marco Bucci, che ha permesso ai genovesi di ottenere cose che aspettavano da trent’anni. Parlo di cose molto pratiche, non certo ideologiche.

Tuttavia, il primo punto sul quale vorrei lavorare è cercare di accompagnare le attività commerciali fuori da questa maledetta crisi. Conosco personalmente il titolare di Andrew’s Ties, cravattificio storico che pochi giorni fa ha chiuso il suo negozio in Galleria Vittorio Emanuele II dopo 35 anni, con tante polemiche, perché non ha trovato ascolto da parte del Comune. È chiaro che in questo momento un’attività il cui business si basava al 96% sui turisti aveva bisogno di dilazioni o altri aiuti. Evidentemente c’è stata su alcune cose un po’ di mancanza di ascolto.

Inoltre, credo che per uscire dalla crisi ci si debba basare sulla cultura. Questo per me è un tema chiave: come lei vengo dal giornalismo, che è cultura, e ho anche un percorso teatrale alle spalle. Lavoro e cultura devono essere perni della ricostruzione di una grande Milano, ma se per il lavoro servono supporti tecnici (per riuscire a ridurre le tasse, ad esempio), nella cultura anche con pochi soldi si possono fare cose straordinarie. Infine indicherei le periferie, in quanto mi pare che sia uno dei pochi nervi scoperti della sinistra. Lo stesso Sala ha detto che, se potesse tornare indietro, farebbe di più sul tema. Non è facile”.

Non lo è, specialmente nell’era del Covid. Proprio sulla gestione della pandemia si è creata una spaccatura tra Comune e Regione…
“Non voglio dare le colpe all’uno o all’altro, ma in mezzo alla spaccatura ci siamo noi cittadini, che delle polemiche faremmo volentieri a meno. Spero che il candidato, chiunque sia, ami Milano – comprese le periferie – e abbia anche senso pratico. Questo perché andiamo incontro ad anni difficilissimi dal punto di vista economico. Roberto Tasca, assessore al Bilancio della Giunta Sala, ha dovuto fare le capriole per chiudere il bilancio. Ed è stato anche bravo a farle, ma la chiusura del bilancio 2021 sarà un problema enorme, che coinvolgerà voci come Sea, le accise, i biglietti di Atm…

Parliamo di centinaia di milioni di euro in meno! Bisogna essere pratici come lo sono i milanesi, sia di destra che di sinistra, gente che ha bisogno di lavorare per vivere. Il lavoro è un problema enorme di portata nazionale, spero che Giorgetti faccia bene come ministro dello Sviluppo Economico. Mario Draghi è un’altra persona molto pratica, che parla poco e predilige il fare. Ecco: io non so ancora chi sarà il candidato, ma vorrei che questo fosse il suo approccio”.

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