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Ragazzo ucciso a Roma, il criminologo a TPI: “Si grida all’insicurezza, ma in realtà gli omicidi sono diminuiti drasticamente”

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 28 Ott. 2019 alle 18:37 Aggiornato il 28 Ott. 2019 alle 18:47
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Immagine di copertina

Si sta facendo un gran parlare dopo l’omicidio di Luca Sacchi a Roma. In attesa che gli inquirenti chiariscano la dinamica dei fatti abbiamo voluto fare una riflessione più ampia su periferie, criminalità e sicurezza con Roberto Cornelli, Professore di Criminologia presso l’Università di Milano-Bicocca. Ecco le sue parole per TPI.

Con il delitto di Roma, ancora prima di avere notizie sulla reale dinamica dei fatti, è cominciata la solita battaglia di certa destra sulla “sicurezza”. Ciclicamente il tema entra nel dibattito politico per infiammare gli animi e per insistere sulla paura. Ma è una tecnica che funziona?

Già, prima ancora di sapere cosa sia successo, il discorso pubblico ripiomba sul tema della sicurezza e sui suoi cliché: le città sono pericolose, nessuno ci protegge e dunque da un lato occorre dare pieni poteri a chi promette di proteggerci, dall’altro è giusto organizzarsi per proteggersi da sé.

Ho dedicato venti anni di ricerche su questo tema (ad esempio il libro Paura e ordine nella modernità) che sarebbe difficile sintetizzare in poche righe. Ciò che posso dire, tuttavia, è che le modalità con cui parliamo della sicurezza stanno trasformando la nostra relazione con le istituzioni democratiche.

La richiesta di pieni poteri da parte di leader populisti e la corsa ad armarsi e ad acquistare beni e servizi privati per proteggersi sono due ricadute evidenti di un ventennio di continui allarmi sociali, che hanno teso i nervi dell’opinione pubblica e reso fragili le nostre istituzioni.

Per qualcuno forse il problema continua a essere la sicurezza reale o percepita, nonostante i dati dicano altro. Io penso, invece, che il tema di cui dovremmo preoccuparci sia la tenuta del nostro sistema democratico. E dispiace notare che buona parte della politica, sindaci compresi, non si renda conto di questo.

Uno dei soliti giochetti è anche quello di accusare il sindaco di turno (o il ministero dell’Interno) con questa solita visione che il dirigente politico sia un “uomo d’ordine” più che un amministratore. Quanto c’è di vero in accuse di questo tipo?

Gli enti locali ormai da molti anni sono il luogo in cui riversare ansie e responsabilità in tema di sicurezza, mentre i sindaci hanno margini di azione solo preventivi e non certo di ordine pubblico o repressivi.

Ma, detto apertamente, sono gli stessi sindaci a essersi messi in questa situazione. Lo dico a ragion veduta, essendo stato sindaco e avendo vissuto alcuni passaggi in presa diretta: agli inizi degli anni Duemila, i sindaci hanno chiesto maggior protagonismo nelle politiche di sicurezza, ma al posto di seguire una linea che chiedesse sostegno (anche finanziario) a progetti e servizi di prevenzione sociale, comunitaria, di socialità e integrazione, di riqualificazione urbana e di mediazione e assistenza alle vittime, hanno richiesto a gran voce strumenti para-penali, misure amministrative punitive e nuove possibilità sanzionatorie.

Così, per fare solo alcuni esempi, le ordinanze sulla sicurezza urbana introdotte da Maroni così come i cosiddetti Daspo (gli ordini di allontanamento) voluti da Minniti ed estesi da Salvini sono strumenti nelle mani dei sindaci che sono stati da loro richiesti per governare col pungo di ferro i problemi sociali delle loro città.

Non c’è da stupirsi che si chieda conto ai sindaci, i quali per primi hanno alimentato l’illusione che si potesse garantire sicurezza assoluta. Cosa che le forze dell’ordine, che hanno una qualche esperienza in più in questo campo, si guardano bene dal fare, sapendo quali sono i rischi della frustrazione di aspettative in un campo delicato come l’incolumità personale.

Siamo un Paese meno sicuro rispetto al passato?

Al contrario, il tasso di omicidi è calato ancora nel 2018 e il declino della violenza letale nei Paesi europei è un dato ormai assodato.

Gli ultimi dati disponibili ci dicono che non siamo mai stati così sicuri per la nostra incolumità e che anche i furti, che pure rimangono su livelli alti (in media con quanto accade in Europa), dopo un periodo di assestamento, stanno iniziando a calare.

Aumentano invece le truffe, anche per via all’espansione delle opportunità del web e l’usura. Ma su questo reato di solito non si costruiscono campagne securitarie, che privilegiano descrivere la città come in preda a violenze diffuse.

Quale approccio dovrebbe avere una politica “responsabile” sul tema della sicurezza?

Sarebbe materia di un intero corso universitario. Anzi già lo è. In poche battute direi che oggi ci sono tre tendenze che vanno contrastate: la tendenza a considerare tutti i problemi di una città come problema di ordine pubblico che richiede misure forti; la tendenza ad agire prima di avere chiari situazioni, contesti e possibili effetti negativi delle azioni; e infine, ma che considero prioritaria, la tendenza a considerare la sicurezza come problema da affrontare con soluzione tecniche e non come tema politico (anzi il tema politico della modernità) dove possono competere diverse visioni della società.

Riconoscere queste tendenze e capire come superarle costituisce il primo passo per politiche di sicurezza che si liberino da alcuni crampi che irrigidiscono il dibattito e richiedono sempre le stesse soluzioni.

Occorre, dunque, recuperare sensibilità per la questione sociale, ridare valore ai saperi e alla conoscenza delle realtà locali e istituzionali e comprendere finalmente che, al di là delle strumentalizzazioni di esponenti politici più o meno consapevoli, la questione della sicurezza (urbana e dell’antiterrorismo) sta facilitando l’erosione del progetto democratico.

E questo nonostante sia piuttosto evidente non solo a chi studia la violenza ma anche a chiunque giri per il mondo che proprio le democrazie del secondo dopoguerra, con i loro corollari di pace e di rispetto della dignità umana, hanno garantito condizioni di sicurezza mai viste prima.

Ma si sa: quando si crea un clima di panico spesso ci si affida al “senso comune”, dimenticandosi altrettanto spesso di esercitare il “buon senso”.

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