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“Vesto le donne in carrozzina”: TPI intervista Samanta Bullock, la modella paraplegica che ha lanciato il brand di moda per disabili

Di Giulia Riva
Pubblicato il 25 Giu. 2019 alle 21:35 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:27
Immagine di copertina
Samanta Bullock

Samanta Bullock moda disabili – Quarant’anni compiuti lo scorso agosto, capelli scuri, occhi altrettanto. Brasiliana d’origine, nata a Osòrio nel 1978, e inglese per amore: nel 2008 si è sposata e si è trasferita a Londra. Atleta internazionale – medaglia d’argento nel tennis in carrozzina ai Giochi paralimpici panamericani nel 2007, ha partecipato alla cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi di Londra 2012 –  e modella: nel 2006 è stata la prima, in Brasile, a percorrere una passerella in sedia a rotelle circondata da colleghe che camminavano sui tacchi.

Samanta Bullock è molte cose. Da una manciata di giorni è anche stilista. A metà giugno sul sito Samantabullock.com ha debuttato la sua prima collezione. Parole d’ordine: inclusive fashion, moda inclusiva. “Significa che la moda è per tutti”, chiarisce subito. “È semplice: nessuno escluso”. A TPI ha raccontato la sua storia.

Samanta Bullock moda disabili | “Per esistere, bisogna essere visti” – “Al giorno d’oggi, ancora, troppo spesso le disabilità vengono ignorate”, spiega. “Non mi riferisco solo al fatto che se vuoi andare al ristorante non c’è una rampa d’accesso al locale”, continua.

“Succede anche quando vai a fare shopping: nei negozi non trovi vestiti adatti a chi passa la maggior parte della sua vita seduto e magari si deve spingere su due ruote tutto il giorno. Molti capi sono poco pratici. Quando rispondono alle necessità di chi ha determinati problemi, invece, sono indumenti ospedalieri. Niente di lontanamente modaiolo o accattivante”, sbuffa.

“Ma io con mio marito voglio uscire, viaggiare, andare alle feste. Perché non dovrei? Sono finita su una sedia a rotelle: non significa che debba trascorrere la mia vita rinchiusa in casa. Per questo ripeto spesso che ‘per esistere, dobbiamo essere visti’: un bel vestito incrementa l’autostima, aiuta a sentirti sicura di te, a superare le sfide si ogni giorno. La vita è più difficile per chi ha handicap fisici, lo so bene. Ma perché sentirsi brutti mentre si affrontano le difficoltà, se puoi stare comoda e sentirti bellissima? È già tutto abbastanza complicato là fuori, puoi vivere meglio se ti senti self-confident”, ride.

Samanta Bullock moda disabili | I primi passi da modella – “Ho cominciato a fare la modella a 8 anni, per delle amiche di mamma che avevano negozi di abbigliamento da bambini. Ho capito subito che avrei voluto trasformare quel gioco in un lavoro, così ho cominciato a prendere lezioni: come camminare, che postura tenere, come truccarsi… Ci sono un sacco di cose da imparare per diventare modella, non basta saper mettere un piede in fila all’altro tenendo in equilibrio dei volumi sulla testa. Ma a 14 anni ero già indossatrice professionista. E giocavo a tennis a un buon livello”, racconta Bullock.

L’incidente – “Un giorno, mentre maneggiavo per gioco la pistola di papà, è partito un colpo per errore. Così sono diventata paraplegica. È stata dura, ne ho passate tante. Soprattutto perché la lesione ha portato con sé dolore cronico: un dolore intenso”, ricorda la donna.

La gente pensa che il problema sia finire in carrozzina, ma la sedia a rotelle è una piccolissima parte di quello che ti succede, è solo la porzione visibile dei cambiamenti che investono la tua vita. Soffrire di un dolore cronico significa conviverci ogni singolo giorno, per tutto il tempo. Vuol dire addormentarsi nonostante si senta dolore e risvegliarsi con la stessa sensazione. Ho dovuto imparare ad adeguarmici. Sono trascorsi 12 anni senza più praticare il mio sport preferito, il tennis”, prosegue.

La vita da atleta – “Nel frattempo mi sono iscritta all’università, alla facoltà di Legge, e ho cominciato a lavorare per il Senato, a Brasilia. Avevo 27 anni. Lì ho scoperto il tennis in carrozzina e sono diventata la numero uno. (Lo dice di fretta, en passant, come se stesse appuntando su un post-it la lista della spesa, ndr). Questo mi ha portato a viaggiare molto: ho dovuto lasciare l’università per intraprendere la carriera da atleta professionista. Ho giocato tre Coppe del mondo, ho vinto un argento ai Giochi paralimpici panamericani. È stato un bel periodo della mia vita: la carriera da sportiva mi dava soddisfazione, avevo buoni amici”, commenta con gioia.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

“Quest’esperienza mi ha permesso di conoscere tante altre persone in carrozzina, cosa che non mi era mai capitata prima. Vedere i loro sforzi mi ha fatto capire che era normale non sentirsi ok, che era naturale provare dolore. Prima di allora non conoscevo nessuno nella mia condizione. Ovviamente sapevo di non essere l’unica: ma un conto è incrociare un’altra sedia a rotelle per strada o sentir parlare di paraplegici alla tv, altra questione è chiacchierare con qualcuno e capire che sei sulla stessa barca. Dà un senso d’appartenenza”, ammette.

Samanta Bullock moda disabili | In passerella su ruote – “Il mio ruolo nel mondo del tennis paralimpico mi ha dato visibilità, hanno cominciato a chiedermi di partecipare a servizi fotografici per pubblicizzare l’attrezzatura sportiva. E io ho ricominciato a prenderci gusto. Sono tornata a fare la modella, in un certo senso. Il mio obiettivo era lo sport, però ho capito che c’era spazio per migliorare, per dare vita a qualcosa di nuovo. Stiamo parlando di quasi 15 anni fa: allora nessuno in carrozzina era sui social, i disabili erano tagliati fuori da tutte le sfere catalogabili come “fashion”.

“La mia prima sfilata in sedia a rotelle è stata nel 2006, in Brasile: non esistevano eventi simili pensati per persone con disabilità, ho partecipato a una sfilata in mezzo a modelle sui tacchi. Non è stato facile trovare abiti che cadessero a pennello anche da seduta, ma soprattutto non è stato facile entrare in passerella: c’erano tre gradini, all’ingresso. Due colleghe mi hanno letteralmente sollevata di peso, con carrozzina e tutto il resto. È stato molto divertente”, dice. (Intuisco che sta sorridendo anche se siamo al telefono e non posso vederla in faccia, ndr).

“Poi è stata la volta della London Fashion Week, della Dubai Fashion Week, della settimana della moda di New York. Finché nel 2009 una compagnia portoghese che progettava vestiario per disabili mi ha chiesto di diventare la loro ‘cover girl’: lo sono stata per 5 anni. Ma che senso ha fare la modella se i vestiti non ti stanno bene addosso?”, si chiede.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

“Così due anni fa ho cominciato a pensare di lanciare un mio brand. Non volevo solo un marchio mio, volevo dare vita al mio guardaroba ideale. Abiti di moda, con materiali di qualità, attenti all’ambiente e a un uso corretto delle risorse. L’obiettivo è sempre stato creare qualcosa che facesse esclamare alle persone: ‘Oh mio Dio, è grandioso! È quello che voglio indossare per il resto della mia vita!’. Tutti i tessuti sono soffici, si adattano alle forme. Cerniere in punti strategici rendono più facile infilare e sfilare gli indumenti. O anche ‘solo’ andare alla toilette quando devi gestire un catetere… Grazie ai designer che collaborano con me, credo di esser riuscita dell’impresa. Ognuno concretizza la sua idea di inclusione in modo diverso: chi con tessuti ecologici, chi trasformando i fondi di caffè in materia prima per realizzare gioielli. Ora siamo otto in squadra, ma prima di fine anno il team si allargherà”, preannuncia.

Samanta Bullock moda disabili | Un pizzico di italianità – Se le si chiede quale sia il suo indumento preferito, va in crisi. Riflette a lungo, ripetendo tra sé e sé la domanda. “Adoro i vestitini”, risponde sulle prime. Ma poi ci ripensa e ammette che, quando si tratta di accessori e guardaroba, le piace tutto.

Tra le cose più difficili da trovare in un negozio qualsiasi annovera i jeans: “Se hanno la vita troppo bassa, appena ti siedi scoprono il lato B. Se invece è troppo alta, ti soffocano. I jeans della mia collezione, al contrario, vogliono essere sexy mantenendo il decoro”, scherza.

“Ma il pezzo di cui vado più fiera sono le tute ideate insieme a Carola Del Cielo, la designer genovese che sta dietro al marchio Caroline London. Sono jumpsuit scomponibili: top e pantaloni si uniscono grazie a cerniere. Permettono di giocare con uno stesso outfit in versioni diverse, di sbizzarrirsi col mix and match. E se ti scappa la pipì, non devi spogliarti da cima a fondo. Alzi la mano chi non sogna una tuta così, che si muova in carrozzina oppure no”, dichiara.

Imparare dal tennis – Prima di riagganciare, torna sulla sua esperienza da sportiva. “Il tennis mi ha insegnato che ogni punto conta, ma se sbagli una palla devi imparare a dimenticartene subito e ricominciare da quella successiva. È quello che ho fatto con la mia vita dopo l’incidente, giorno dopo giorno. ‘Cosa posso fare oggi?’, mi domando ogni mattina. Se sto bene mi alzo dal letto e lotto per conquistare un nuovo traguardo. Ma so che ci sono anche i giorni in cui il dolore è troppo forte e devo fare un passo indietro, fermarmi, riposare. È un punto perso, ma fa parte del gioco, non pregiudica la partita. E il giorno dopo si ricomincia”, ribadisce.

Poi saluta con un augurio: “Fai ciò che puoi nel miglior modo possibile, sempre”.