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TPI intervista i grandi viaggiatori – Emma Bonino: “Non siamo alberi con radici, ma pesci che si muovono ovunque”

Di Massimiliano Salvo
Pubblicato il 6 Giu. 2019 alle 18:38 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:36
Immagine di copertina
Emma Bonino. Credit: TIZIANA FABI / AFP

Non conta i Paesi che visita. “Non l’ho mai fatto”, assicura. Eppure la senatrice Emma Bonino, leader di +Europa, potrebbe sbizzarrirsi. Settantuno anni, un turbante esotico che ormai è un distintivo, nella sua vita ha viaggiato ovunque. Per comizi e vacanze, in qualità di politico italiano ed europeo, insieme a attivisti radicali, amiche e fidanzati.

Nel racconto della sua carriera c’è di tutto: pranzi a Cuba con Fidel Castro, visite ai campi profughi in Zaire, incontri semiclandestini in Myanmar, messe di Natale e Betlemme, sopralluoghi dopo i tornado in Honduras. E ancora: visite alle vittime delle mine antiuomo in Bosnia e Iraq, oppure nella Sierra Leone assediata dalla rivoluzione. Per non parlare di quella fotografia che la ritrae mentre si cala con una corda da un elicottero in mezzo all’Oceano Atlantico, o in Guinea Bissau durante il primo incontro tra il governo e la fazione dei ribelli.

Nella sua vita c’è “tanto Medio Oriente e tanta Africa”, dice, “ma poca Asia e America del sud”. L’Italia e l’Europa per lei sono quasi senza segreti, tanto le ha attraversate in ogni angolo tra seminari e proteste di piazza. Sempre con la stessa convinzione: “Viaggiare insegna molte cose”. E un dubbio: “Credo di non essere mai stata a Lucca”.

Emma Bonino, esiste un momento nella sua vita in cui ha pensato: “Voglio diventare una viaggiatrice”?

A 16 anni, quando la scuola organizzò una gita di qualche giorno in Francia. Mi piacque moltissimo sentire la gente parlare in modo strano, diverso da come ero abituata. Da allora ho viaggiato per turismo, lavoro, impegno politico e sociale. Mi ha sempre incuriosito. E il mio viaggiare fisico è sempre stato accompagnato da un viaggio interiore.

Lei è stata ministra degli Esteri del governo Letta tra il 2013 e il 2014, commissario europeo per gli aiuti umanitari, la pesca e la tutela dei consumatori dal 1994 a 1999. Che cosa significa viaggiare a livello istituzionale?

Dà una profonda conoscenza del mondo politico, ma si viaggia così di corsa da perdere il resto della società. Si entra in albergo, si fa la riunione, si torna a casa. È una parte del mondo anche questa, ma è un mondo diverso.

C’è un’area geografica che l’ha affascinata particolarmente, dove vorrebbe vivere?

Vivo in Italia e sto benissimo, ma mi sono trovata molto bene anche nei cinque anni passati al Cairo. Dopo la sconfitta bruciante alle elezioni del 2001 mi serviva un po’ di distacco, tutti mi consigliavano di passare un periodo a Londra, altri negli Stati Uniti. Ma io scelsi l’Egitto.

Come mai?

Perché mi ero resa conto che conoscevo molto il mondo ma era a digiuno di Mediterraneo. Marco Pannella mi spinse verso questa scelta. E così dal 2001 alla fine del 2005 ho abitato al Cairo, dove sono stata visiting professor all’Università americana.

Ha vissuto anche in altri Paesi?

Nel 2002 sono stata diversi mesi in Ecuador alla guida di una missione di osservatori dell’Ue per monitorare le elezioni. Sono stata per lavoro anche in Afghanistan. La prima volta nel 1997, quando ho lanciato la campagna “Un fiore per le donne di Kabul”. (Emma Bonino, allora commissario europeo, guida una missione a Kabul e a Faizabad. Da quando un anno prima hanno preso il potere, i Talebani impongono un regime oppressivo sulle donne. Le donne afghane non sono autorizzate a uscire di casa senza indossare il burqa, né possono parlare in pubblico; sono tagliate fuori dal mondo del lavoro e dall’istruzione, non possono usufruire dell’assistenza sanitaria. La campagna culmina in occasione della Giornata internazionale della donna l’8 marzo 1998, con manifestazioni a Bruxelles, Roma, Mosca, New York, ndr).

Sono poi ritornata sei mesi in Afghanistan nel 2005 – continua Emma Bonino – quando ero capo della missione di osservazione elettorale dell’Unione europea. Poi ho vissuto a Bruxelles e ovviamente a Roma, dove ho la casa. Ma è casa mia anche Bra, in Piemonte, dove sono nata.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Esistono luoghi in Italia e in Europa che una giramondo come lei non ha mai visitato?

Detestando il freddo ho sempre trascurato il Trentino e la Val d’Aosta. E poi credo di non essere mai stata a Lucca. In Europa invece conosco molto poco la Polonia. Recentemente volevo andare a Danzica dal sindaco Pawel Adamowicz (morto il 14 gennaio, dopo essere stato accoltellato durante una manifestazione pubblica, ndr). Lo avevo incontrato a un convegno in Vaticano sugli immigrati, lui mi aveva invitato: ma purtroppo non ho fatto in tempo a organizzarmi.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Lei ha conosciuto anche la polizia di diversi Paesi, in occasione di diversi arresti. Come è andata?

Nel 1987 ho passato una notte in carcere in Polonia, fui separata dagli altri militanti maschi e poi espulsa dal Paese. Faceva un freddo da morire. (Emma Bonino stava manifestando a Varsavia contro la dittatura comunista del generale Jaruzelski e a favore di Solidarnosc, mentre azioni analoghe per la libertà erano compiute da esponenti radicali nelle altre capitali del Patto di Varsavia, ndr).

Poi sono stata arrestata negli Usa, a New York. (Nel 1990 e nel 1991 Emma Bonino viene arrestata a New York in con il radicale Marco Taradash, mentre distribuisce siringhe sterili per denunciare il divieto che impedisce ad oltre 175.000 tossicodipendenti sieropositivi della città di acquistare siringhe senza la ricetta medica, ndr).

E poi mi hanno arrestato con l’intera delegazione dell’Ue che guidavo in Afghanistan, nell’autunno del 1997. Ci accompagnarono con le armi in un carcere a cielo aperto nel centro di Kabul, che poi quando sono tornata a vivere in Afghanistan ho visitato. Lì era impossibile dialogare con i carcerieri. È stato un momento di grande tensione: nessuno sapeva come sarebbe finita.

Una persona che è stata in Paesi in guerra, con rivoluzioni in corso, di che cosa ha paura quando viaggia?

Non è mai bene aver paura, di nulla. Ma è sicuramente essenziale essere prudenti, anche se molto dipende dai Paesi che si visitano. In genere è bene viaggiare leggeri. Evitare di fare gli spiritosi. E stare attenti all’acqua che si beve.

Esiste un viaggio che le è rimasto nel cuore?

I tre mesi in barca a vela all’inizio degli anni Ottanta, con il mio compagno dell’epoca. Abbiamo navigato nei Caraibi, da Martinica sino a Grenada. Era una situazione di grande inesperienza, senza radar né gps. Quello non è stato solo un viaggio in mari blu spettacolari, ma un viaggio interiore. Il senso del tempo era cambiato, il silenzio era diventato un modo di vivere.

Per una persona della sua età, che cosa significa l’Europa di oggi?

Basta un dato: ci sono 4 milioni di persone coinvolte nel progetto Erasmus, più le relative famiglie che hanno vissuto questa esperienza. Chi conosce l’Europa, la ama.

Gli occidentali volano sempre più spesso da una parte e l’altra del pianeta per turismo. Al tempo stesso però, tante persone povere non possono lasciare il proprio paese nemmeno se muoiono di fame. Non è un paradosso?

È un paradosso che c’è sempre stato. Chi poteva, già ai tempi di Cristoforo Colombo si muoveva. Andando in Paesi con più problemi del nostro, mi è venuto più volte da fare un pensiero tremendo: temo che molto spesso la povertà degli altri sia il nostro esotismo. D’altronde la mobilità è globale, le persone non sono alberi con le radici, ma pesci che si muovono ovunque, come nel mare. Non li si può fermare.

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