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Il mistero della bambina rapita da un dingo che ha diviso l’Australia per decenni

È morto il 9 gennaio Michael Chamberlain, che nel 1980 fu protagonista del processo più noto di sempre in Australia, legato alla scomparsa della sua bambina di due mesi

Di TPI
Pubblicato il 10 Gen. 2017 alle 19:35
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La morte di Michael Chamberlain, un professore, scrittore e pastore avventista australiano, avvenuta all’età di 72 anni il 9 gennaio, non ha avuto una particolare risonanza, e in pochi probabilmente potrebbero dire di considerarlo una personalità conosciuta.

La vita del professor Chamberlain, scomparso a causa di una leucemia dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua vita scrivendo libri e insegnando al liceo della città di Gosford, Australia, è stata infatti per molti versi quella di un uomo di chiesa e intellettuale come molti altri, se non fosse stato per un episodio specifico che segnò la sua esistenza in modo indelebile.

Era il 17 agosto 1980, Chamberlain aveva all’epoca 36 anni ed era sposato dal 1969 con Lindy Murchison, anche lei una fedele della Chiesa avventista del Settimo giorno, per la quale Chamberlain svolgeva la professione di pastore nello stato del Queensland.

I due avevano avuto tre figli: Aidan, nato nel 1973, Reagan, del 1976, e Azaria, una bambina nata l’11 giugno 1980, solo nove settimane prima dell’evento che avrebbe sconvolto la vita di questa apparentemente ordinaria famiglia.

Nell’agosto di quell’anno, infatti, la coppia decise di partire con i figli al seguito per una vacanza in campeggio alle pendici di Ayers Rock (oggi conosciuta anche con il suo nome aborigeno Uluru), la celebre montagna sacra che svetta nell’Australia centrale tra chilometri e chilometri di pianura desertica.

Un grido nella notte

Lindy e Michael Chamberlain arrivarono sul posto il 16 agosto, e la prima giornata trascorse senza sorprese. La sera del 17, intorno alle 20, i coniugi erano intenti a preparare la cena nei pressi di un fuoco da campo quando un pianto di bambino risuonò all’improvviso nella notte. 

Lindy Chamberlain si precipitò verso la vicina tenda dove era stata lasciata a dormire la piccola Azaria, di due mesi, quando vide, a suo dire, un animale allontanarsi dai pressi della tenda, e lanciò un grido terrorizzato: “Un dingo ha preso la mia bambina!”. 

La culla dove fino a poco prima la bambina dormiva era vuota, le coperte ancora calde, ma non vi era più alcuna traccia di Azaria. Secondo quanto riferirono i coniugi Chamberlain sin dal primo momento, era stato un dingo, un canide selvatico tipico delle aree desertiche australiane, ad afferrare la neonata e a fuggire senza che nessuno fosse stato in grado di ritrovarlo nella notte.

Da subito vennero inviate delle squadre di ricerca in tutta la zona, ma da subito furono anche forti le perplessità degli inquirenti sull’ipotesi sostenuta dai genitori della bambina: un dingo non era mai stato protagonista di eventi del genere, ma anzi considerato inoffensivo, e furono avanzati dubbi sul fatto che l’animale fosse in grado di trascinare via un bambino di circa 5 chili di peso.

Allo stesso tempo, gli indizi che invece le cose fossero andate proprio così non mancavano: poco prima del grido della bambina era stato sentito dagli altri campeggiatori presenti sul posto un ringhio riconducibile a un dingo, e furono trovati peli, impronte canine e segni di trascinamento nei pressi della tenda.

Quando però la notizia fu riportata sui media australiani, cominciarono a diffondersi tra la popolazione sentimenti di sospetto nei confronti della coppia e della loro teoria, giudicata troppo assurda anche considerando il tradizionale comportamento mansueto dell’animale in questione. Il fatto che i Chamberlain fossero poi membri della Chiesa avventista, da molti giudicata una sorta di setta poco affidabile, non migliorava la loro apparenza agli occhi dell’opinione pubblica.

Passarono giorni di ricerche senza alcun risultato, finché una settimana dopo la sparizione fu trovata, a circa 4 chilometri dal campeggio, la tutina che indossava la piccola Azaria, con tracce di sangue all’altezza del colletto, ma senza tracce di saliva di dingo.

Lindy Chamberlain dichiarò che questo fatto fosse dovuto a una giacca che la bambina aveva indosso sopra la tuta, ma che nessuno aveva fino ad allora rinvenuto.

Il processo mediatico

Iniziò un processo, e inizialmente il coroner incaricato di studiare le prove dichiarò l’innocenza dei Chamberlain rispetto alla sparizione della figlia. Questo non fu abbastanza, perché nei mesi successivi fu avviata una seconda inchiesta e venne avanzata l’ipotesi dell’impronta insanguinata di una mano umana sulla tuta rinvenuta nell’outback, nonostante in seguito fu ipotizzato che si trattasse di polvere rossa del deserto.

L’inchiesta, conclusasi nell’ottobre 1982, due anni dopo la sparizione della bambina, vide questa volta un verdetto opposto: Lindy Chamberlain fu condannata ai lavori forzati a vita per aver ucciso sua figlia (si ipotizzò con un paio di forbicine per unghie nell’auto di famiglia) e aver simulato la sua scomparsa, mentre suo marito Michael fu condannato a diciotto mesi per favoreggiamento in seguito all’omicidio, una pena sospesa con la condizionale perché si dedicasse a crescere i due figli maggiori.

In molti si chiesero se la condanna non avesse subito l’influenza dell’opinione pubblica, che fu da subito ostile ai Chamberlain: la loro fede religiosa innanzitutto, e poi l’atteggiamento da molti ritenuto troppo freddo, distaccato e apparentemente insensibile di Lindy, considerata per i suoi toni razionali e impassibili una candidata perfetta per il ruolo di infanticida.

Giornali, riviste, televisioni: l’intera Australia, e non solo, si fermò per seguire il processo alla coppia, in un circo mediatico che portò anche alla pubblicazione di un libro, Evil Angels, dello scrittore John Bryson, da cui nel 1989 fu tratto un film presentato a Cannes, Un grido nella notte, con nientemeno che Meryl Streep chiamata a interpretare la Chamberlain.