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I bombardamenti della coalizione araba in Yemen costituiscono crimini di guerra

La denuncia diffusa dalla ONG Human Rights Watch. Negli attacchi aerei di tre mesi fa sono morti 26 bambini e sono state distrutte quattro case.

Di Giuseppe Loris Ienco
Pubblicato il 13 Set. 2017 alle 10:45 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 20:25
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Immagine di copertina

Secondo la denuncia diffusa da Human Rights Watch, gli attacchi aerei della coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita, che a giugno 2017 hanno causato la morte di 26 bambini in Yemen, costituiscono crimini di guerra.

Nelle parole dei rappresentanti della Ong, impegnata da quasi 40 anni nella difesa dei diritti umani, “i bombardamenti, che hanno colpito quattro abitazioni e un negozio di alimentari, oltre a uccidere 14 persone appartenenti allo stesso nucleo familiare, sono stati una violenza indiscriminata nei confronti dei civili, in violazione del diritto internazionale umanitario. Simili attacchi deliberatamente sconsiderati rappresentano veri e propri crimini di guerra”.

Da marzo 2015, l’Arabia Saudita è a capo di una coalizione araba attiva nello Yemen in supporto del presidente Abedrabbo Mansour Hadi, costretto all’esilio dai ribelli sciiti Houthi sostenuti dall’Iran.

Human Rights Watch ha invitato il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a inserire nuovamente gli stati della coalizione araba nella lista nera dei paesi che violano i diritti dei minori in guerra.

In un rapporto diffuso l’anno scorso, l’Onu aveva riconosciuto le responsabilità dell’alleanza guidata dalla Arabia Saudita nella morte di un gran numero di bambini nello Yemen, per poi fare marcia indietro poco tempo dopo.

L’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha ammesso che i paesi della coalizione sono stati rimossi dalla lista nera a causa delle minacce dell’Arabia Saudita di tagliare i fondi ai programmi d’aiuto Onu.

L’Arabia Saudita è tra i 47 membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Con il voto dell’ottobre 2016, Riyad è riuscita a ottenere nuovamente un seggio, nonostante le dure critiche delle associazioni umanitarie.

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