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Home » Esteri

Usa: un giudice del New Mexico ordina a Meta di versare 567 milioni di dollari in un fondo per la salute mentale infantile

Immagine di copertina
Il logo di Meta sullo schermo di uno smartphone. Credit: Dominika Zarzycka / SOPA Images/SIPA / AGF

Il verdetto del tribunale della contea di Santa Fe chiude così la seconda fase di una causa civile avviata nel 2023 dal procuratore generale Raúl Torrez, che accusava il colosso dei social di essere diventato terreno fertile per i predatori online. Ma la multinazionale ha già annunciato ricorso in appello

Meta dovrà versare 567 milioni di dollari in un fondo per il recupero della salute mentale dei minori e aumentare i controlli sui profili dei più giovani aperti sulle sue piattaforme social Facebook e Instagram, a seguito di una sentenza civile emessa negli Stati Uniti. L’ordine è arrivato ieri, giovedì 6 agosto 2026, dal giudice Bryan Biedscheid, a capo della prima sezione del tribunale distrettuale della Contea di Santa Fe, in New Mexico, che ha così chiuso la causa civile avviata nel dicembre del 2023 dal procuratore generale Raúl Torrez, secondo cui il colosso dei social era diventato “terreno fertile” per i predatori sessuali di minori, un’accusa sempre respinta dall’azienda. Nel verdetto, il giudice ha paragonato Meta a una fabbrica e i danni psicologici inflitti ai più giovani alle emissioni inquinanti che si propagano fino a gravare su famiglie, scuole, ospedali e forze dell’ordine. La sentenza arriva dopo che, a marzo, una giuria di Los Angeles aveva già condannato Meta a risarcire una giovane donna per i danni arrecati alla sua salute mentale dalla dipendenza sviluppata sulle sue piattaforme.

Il dibattito processuale
Il caso si è svolto in due fasi. Nella prima, un processo con giuria svoltosi dal 2 febbraio al 24 marzo, si è discusso se Meta avesse violato l’Unfair Practices Act ingannando gli utenti sui rischi delle sue piattaforme. La giuria ha giudicato l’azienda colpevole, riconoscendo 75mila violazioni della legge attraverso pratiche commerciali “sleali e ingannevoli” e “inique”, punibili con cinquemila dollari di ammenda ciascuna, per un totale di 375 milioni. Nella seconda fase, invece, un processo senza giuria svoltosi tra il 4 e il 22 maggio, il giudice Biedscheid ha valutato se le piattaforme di Meta costituissero una “public nuisance” (letteralmente: un “disturbo della quiete pubblica”), una condotta illecita che in New Mexico viene punita quando un’attività danneggia la salute o la sicurezza pubblica, o interferisce con i diritti della collettività. Un po’ come accade con le emissioni inquinanti delle fabbriche.
Paradossalmente, a proporre per prima l’analogia con le attività industriali è stata proprio la difesa di Meta. Così come si può imporre a una fabbrica di ridurre le emissioni senza chiuderla, sosteneva l’azienda, la giustizia non può spingersi fino a smantellare le sue piattaforme social. Il giudice ha accolto il paragone, ribaltandolo e considerando i social di Meta come un impianto industriale, la pubblicità e i contenuti come i suoi prodotti e i danni psicologici e lo sfruttamento sessuale dei minori come l’inquinamento da contrastare. Biedscheid ha precisato di non voler chiudere le piattaforme né vietare i contenuti che vi circolano, nel pieno rispetto del Primo Emendamento della Costituzione statunitense e della Sezione 230 del Communications Decency Act, la norma che protegge i social dalla responsabilità per i contenuti pubblicati da terzi. Proprio su questo punto, però, il giudice ha respinto la affermazioni della difesa di Meta, citando i precedenti giudiziari riguardanti altre piattaforme come TikTok e Snapchat. Le accuse della Procura, ha infatti sottolineato Biedscheid, riguardano le scelte di progettazione delle piattaforme, non i contenuti pubblicati dagli utenti. Su questa base, il magistrato ha imposto all’azienda di versare 567 milioni di dollari in un fondo per il recupero della salute mentale dei minori e una serie di più stringenti controlli sui profili dei minori.

Ecco cosa prevede il verdetto
Queste risorse, ha chiarito, dovranno essere sborsate nell’arco di cinque anni, con l’obbligo per Meta di un rendiconto semestrale al tribunale. Il grosso della somma, 420 milioni, andrà al trattamento clinico dei giovani pazienti; 90 milioni ad attività di screening e di diagnosi precoce; 33 milioni alle campagne di prevenzione; 15 milioni all’orientamento dei pazienti verso i servizi più adatti alla loro condizione; e infine 9 milioni alla gestione del fondo stesso. Il giudice ha comunque ridotto l’importo e la durata dell’esborso rispetto a quanto proposto dall’esperta Dana Weiner, che in aula aveva indicato un orizzonte di 15 anni. Un periodo così lungo, ha scritto Biedscheid nel verdetto, avrebbe finito per addossare a Meta anche danni futuri non ancora esistenti, tenuto conto che altre piattaforme social condividono la stessa responsabilità.
La sentenza impone, inoltre, a Meta di adottare una serie di altre misure nell’arco del prossimo quinquennio. I profili dei minori di 13 anni andranno cancellati insieme a tutti i dati raccolti; gli account degli under-18 non potranno più essere pubblici, non compariranno nelle ricerche né saranno suggeriti ad adulti estranei alla cerchia di amici del profilo e chiunque non ne faccia parte non potrà scrivere loro messaggi diretti. Per i minorenni, le notifiche push dovranno essere disattivate tutti i giorni, dalle ore 22:00 alle 7:00; e dalle 8:00 alle 15:00 nei giorni di scuola. Il conteggio dei “Like” ai profili dei minorenni dovrà restare nascosto e l’uso complessivo di Facebook e Instagram non potrà superare le 90 ore mensili. Dovranno inoltre essere vietate le interazioni romantiche o sessuali tra i chatbot di Meta e gli utenti minorenni, così come quelle con adulti che simulano conversazioni sessuali riguardanti i minori. Il giudice ha infatti osservato come sia “non solo prevedibile, ma ragionevolmente atteso” un uso improprio dei chatbot. Contro adescamento e “sextortion”, fenomeni su cui un agente investigativo audito in aula ha testimoniato di ricevere “decine” di segnalazioni al mese per il solo Instagram, Meta dovrà rafforzare gli avvisi agli utenti a rischio, applicare un divieto permanente al primo caso accertato di sfruttamento sessuale commesso da un adulto e garantire una revisione umana entro 48 ore di ogni segnalazione di abusi. Inoltre, il tasso di rilevamento di nuovo materiale pedopornografico dovrà migliorare di almeno il 5% rispetto ai dati attuali. Il colosso del web dovrà anche mostrare periodicamente dei banner con link ai centri anti-violenza e finanziare una campagna nelle scuole del New Mexico. È stato poi confermato anche lo stop alla crittografia end-to-end già deciso da Meta su Instagram e che non sarà esteso a Facebook né a WhatsApp. L’app di messaggistica, invece, non è stata ritenuta corresponsabile dal tribunale poiché non suggerisce contenuti o contatti.
Non tutte le richieste della Procura, però, sono state accolte. Il giudice ha infatti respinto una la richiesta di una più stringente verifica dell’età per i più giovani, richiamando i limiti del Children’s Online Privacy Protection Act, una legge che vieta di raccogliere dati personali dei minori di 13 anni, anche se solo per identificarli. A Meta è stato invece chiesto soltanto di migliorare gli strumenti di intelligenza artificiale per stimare l’età degli utenti e di sviluppare, entro due anni, un modello dedicato ai minori di 13 anni. È stata bocciata anche la richiesta di intervenire sugli algoritmi che suggeriscono profili e contenuti, giudicata “vaga” e comunque a rischio di violare il Primo Emendamento della Costituzione statunitense, così come quella di nominare un supervisore esterno permanente all’azienda, ritenuta “priva di criteri sufficientemente oggettivi”.

SCARICA QUI: [La storica sentenza della prima sezione del tribunale distrettuale della Contea di Santa Fe, in New Mexico, contro Meta]

Le reazioni dell’azienda e della Procura
Da parte sua, Meta ha già fatto sapere di non essere d’accordo con la sentenza e di volerla impugnare. “Lavoriamo duramente per mantenere le persone al sicuro sulle nostre piattaforme e siamo stati trasparenti riguardo alle sfide di identificare e rimuovere attori malevoli e contenuti dannosi”, ha fatto sapere in una nota la società. “Restiamo fiduciosi nel nostro storico impegno a tutela degli adolescenti online e continueremo a difenderci contro affermazioni che travisano i fatti”. Di segno opposto, invece, la reazione del procuratore generale Torrez, che ha definito la sentenza “una vittoria per ogni genitore preoccupato di quello che i social media stanno facendo a suo figlio, e per ogni bambino che merita di crescere più sicuro online”.

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