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Home » Esteri

Gaza: il Board of Peace di Donald Trump presenta un primo piano da 2,45 miliardi per la ripresa e la ricostruzione della Striscia

Immagine di copertina
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, partecipa alla riunione del Board of Peace a Washington del 19 febbraio 2026. Credit: Daniel Torok / Avalon / AGF

L'iniziativa semestrale prevede 66 progetti per ripristinare la sicurezza, sgomberare le macerie, offrire alloggi temporanei agli sfollati e promuovere lo sviluppo economico. Ma i fondi non sono ancora disponibili e l'attuazione definitiva dipenderà dall’esito delle elezioni di ottobre in Israele

Il Board of Peace, presieduto a vita da Donald Trump, presenterà oggi un piano di ripresa semestrale da 2,45 miliardi di dollari per la ricostruzione e la governance della Striscia di Gaza. A rivelarlo è il portale statunitense Axios, che ha visionato in anteprima il documento, la cui esistenza è stata poi confermata dall’agenzia di stampa britannica Reuters, che però non ha potuto verificare i dettagli in maniera indipendente. L’unica certezza, per ora, è che i fondi non sono ancora disponibili.
Il piano sarà illustrato oggi dall’inviato della Casa bianca Steve Witkoff e dal consigliere nonché genero di Donald Trump, Jared Kushner, che ha guidato per conto dell’amministrazione l’intero sforzo diplomatico per la tregua a Gaza. Saranno presenti anche l’Alto Rappresentante del Board of Peace, Nickolay Mladenov, l’ex primo ministro britannico Tony Blair, il presidente del comitato di tecnocrati palestinesi Ali Shaath e il comandante dell’Isf, il generale Jasper Jeffers, oltre ai consiglieri di punta del Board, Yakir Gabay, Liran Tancman, Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum. Alla riunione sono attesi inoltre i rappresentanti di 35 nazioni, compresi alcuni osservatori dell’Unione europea e di alcuni dei suoi Stati membri che non siedono formalmente nel Board.
“La nostra missione è ardua e il lavoro che ci attende non sarà facile”, aveva detto ieri all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Donald Trump, parlando del piano per Gaza del Board. “Ma con il forte sostegno dei nostri partner internazionali, tra cui gli Emirati Arabi Uniti, l’UE e altri, siamo fiduciosi di poter avere successo e trasformare la visione del piano in realtà”.

Un cantiere da sessantasei progetti
Il documento è il frutto di un anno di lavoro. Decine di esperti internazionali hanno collaborato dietro le quinte con i rappresentanti dei 28 Paesi membri del Board of Peace e con il comitato di tecnocrati palestinesi responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici nella Striscia. Il risultato è una rete di 66 iniziative, suddivise in sei macroaree d’intervento: sviluppo infrastrutturale, sviluppo umano, accelerazione economica, trasformazione digitale, affari legali, e infine pace e sicurezza.
“Il piano mostra come creare un governo dal nulla, un’economia in rovina e un territorio risollevato dal disastro”, ha confidato ad Axios un funzionario dell’organismo presieduto da Donald Trump. L’orizzonte d’intervento è molto vasto. I danni fisici provocati dai bombardamenti e dall’offensiva di Israele di Gaza sono stimati in 35,2 miliardi di dollari, mentre la completa ripresa e la ricostruzione totale della Striscia richiederanno circa 71,4 miliardi di dollari nell’arco del prossimo decennio.

L’ostacolo politico
Se sulla carta i conti tornano, il campo impone un delicato equilibrismo. Affinché il progetto prenda effettivamente vita, il Board of Peace ha bisogno della cooperazione attiva di Israele e di Hamas. Il governo del premier Benjamin Netanyahu ha già approvato in linea di massima alcune parti del piano discusse in precedenza, tuttavia si è rifiutato di avviarne l’attuazione. Il motivo è puramente tattico e legato alle elezioni previste in Israele il 27 ottobre.
Dal canto suo, Hamas ha accettato in linea di principio il disarmo. Ma questa promessa non è ancora stata messa alla prova sul campo, in buona parte perché Israele non è disposto a implementare un cessate il fuoco di 14 giorni necessario affinché il processo di smilitarizzazione abbia inizio. Gli architetti del piano sperano che l’impasse possa sbloccarsi dopo il voto in Israele e la formazione di un nuovo esecutivo. Tuttavia difficilmente le urne produrranno un vincitore netto alla Knesset e la probabile formazione di un governo di transizione e il conseguente stallo politico prolungato rischia azzoppare ulteriormente l’avvio del piano di ricostruzione a Gaza.
Il progetto del Board of Peace, infatti, si basa su un approccio che non è incentrato esclusivamente sulla ricostruzione fisica immediata, ma su un investimento da quasi 900 milioni di dollari nel consolidamento della sicurezza per evitare la ripresa delle ostilità. Ma entriamo più nel dettaglio

Infrastrutture ed emergenza abitativa
La fetta più corposa degli stanziamenti è destinata alle infrastrutture, assorbendo da sola circa un miliardo di dollari. La priorità assoluta nel breve termine è tirare fuori la popolazione dalle tendopoli provvisorie. Per centrare l’obiettivo, quasi 400 milioni di dollari sono stati vincolati all’acquisto di roulotte coibentate per gli sfollati. A questo si affianca il progetto degli Emirati Arabi Uniti, che finanzieranno un “Quartiere Emiratino” pilota nell’area di Rafah, nel sud della Striscia, dove sorgerà un complesso pensato per ospitare 50mila persone che oggi vivono accampate, dotandole di utenze indipendenti.
Il resto dei fondi infrastrutturali prevede invece 275 milioni per lo sgombero delle macerie e degli ordigni inesplosi; 50 milioni per ripristinare le strutture ospedaliere; e altri 30 milioni per riparare la rete stradale danneggiata dal conflitto. Il progetto prescrive inoltre il ripristino dei valichi di frontiera, delle infrastrutture elettriche e idriche, la distribuzione di 25mila kit portatili per l’energia solare e un intervento strutturale per riempire definitivamente i tunnel sotterranei situati sotto i siti la cui ricostruzione è considerata prioritaria. A diretto sostegno della popolazione, ulteriori 300 milioni saranno investiti in programmi di sanità, istruzione e welfare.

Sicurezza e gestione dei confini
Il secondo pilastro dell’intervento è la sicurezza, a cui andranno 885 milioni di dollari. Una spesa che prevede un esborso strategico di 275 milioni per costruire una sede permanente fortificata a Rafah, che ospiterà cinquemila membri della Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isa). Altri 140 milioni serviranno invece per reclutare, addestrare, equipaggiare e dispiegare il contingente di sicurezza multinazionale.
Un totale di 120 milioni di dollari sarà invece destinato alla mobilitazione della polizia palestinese. Un obiettivo che potrebbe però essere difficile da raggiungere. Sebbene migliaia di residenti di Gaza siano già stati selezionati e sottoposti a rigidi controlli per servire nelle nuove forze dell’ordine locali, al momento Israele ha impedito loro di lasciare la Striscia per raggiungere l’Egitto dove avrebbero dovuto essere addestrati.
Per quanto riguarda il disarmo di Hamas e delle altre fazioni, poi, il piano prevede lo stanziamento di altri 20 milioni di dollari in un programma di riacquisto delle armi, offrendo incentivi affinché l’arsenale e le munizioni vengano consegnati e smaltiti in sicurezza. In prospettiva, l’obiettivo è che il comitato di tecnocrati palestinesi responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici nella Striscia assuma la completa gestione dei valichi di frontiera con Israele e l’Egitto, controllando sia il transito delle merci che dei passeggeri.

Oltre l’emergenza
Ma non ci si ferma alla sola assistenza umanitaria. Il piano intende rilanciare il settore privato e gettare le basi tecniche per un’amministrazione civile. Le iniziative allo studio del Board of Peace spaziano dall’implementazione di un sistema di identità digitale ai pagamenti elettronici, includendo la connettività 4G e lo sviluppo di reti digitalizzate per l’istruzione e la sanità. Saranno inoltre previsti sussidi a fondo perduto per sostenere le piccole imprese, insieme a un nuovo fondo d’investimento specifico per Gaza. La ripresa, come sottolineato dal Board of Peace e dal comitato di tecnocrati, dovrà essere essere guidata dai palestinesi e basata sul concetto di piena “appartenenza palestinese” (in inglese: “Palestinian ownership”).
Lo scoglio più grande però resta la liquidità. Ad oggi, non è ancora assicurata la disponibilità dell’intera somma di 2,45 miliardi. Dal Board e dal comitato di tecnocrati che affianca si getta tuttavia acqua sul fuoco, chiarendo che non sarà necessario disporre immediatamente di tutta la liquidità nel momento in cui il nuovo esecutivo farà il suo ingresso a Gaza. L’intero piano si basa così sulla scommessa che, una volta superati gli ostacoli politici posti da Israele, i Paesi donatori faranno la propria parte.

La situazione sul campo
Mentre la diplomazia discute, le condizioni della popolazione sono sempre più gravi. Almeno 1,98 milioni di persone, circa il 94% dei residenti della Striscia, necessitano di un alloggio. Circa due terzi delle famiglie, secondo le Nazioni Unite, vivono in tende o rifugi improvvisati, più della metà in condizioni definite “precarie o pessime”. Almeno l’89% delle famiglie ha segnalato agli operatori umanitari la presenza di roditori all’interno dei propri alloggi e il 71% ha subito allagamenti a causa delle precipitazioni. Lo scorso inverno, secondo una denuncia dell’Unicef, almeno 11 bambini, compresi neonati, sarebbero deceduti di ipotermia.
Ma nella Striscia si continua a morire anche oggi. Almeno 3 persone sono state uccise e altre 18 sono rimaste ferite, secondo il ministero della Salute di Gaza che opera sotto l’egida delle autorità de facto del territorio costiero, a causa degli attacchi aerei compiuti nelle ultime 24 ore da Israele. Queste cifre, che non includono i decessi provocati dal crollo di edifici, portano il bilancio complessivo delle vittime a 1.402 morti e 4.881 feriti dal cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre scorso e a 73.922 deceduti e 174.995 feriti dall’inizio delle ostilità. Inoltre, come denunciato dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Türk, tra il novembre scorso e il settembre di quest’anno, oltre 630 corpi sono stati recuperati dalle macerie, mentre la Protezione civile locale stima che sotto i resti degli edifici bombardati potrebbero esserci ancora circa ottomila persone.

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