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Home » Esteri

Armi, gas, investimenti e rotte commerciali: così l’Egitto ha scelto (per ora) di non aderire al Patto della Mecca con Turchia, Arabia Saudita e Pakistan

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Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Credit: AMMAR ABD RABBO-POOL/SIPA / AGF

Pur avendo presenziato a quattro riunioni preparatorie nell'ultimo anno, il Cairo si è tenuto fuori. Aderire significherebbe schierarsi e la tradizione egiziana si fonda sul non allineamento. Ma è interesse del regime mantenere i piedi in più scarpe

Quando, nel 1955, l’allora sottosegretario di Stato degli Stati Uniti George Allen rimproverò Gamal Abdel Nasser di aver acquistato armi dalla Cecoslovacchia alleata dell’Unione sovietica, il presidente dell’Egitto espresse dubbi sull’affidabilità di Washington, sollevando preoccupazioni sulla crescente influenza e le ambizioni territoriali di Israele. Il Cairo è da sempre scettico sull’eccessiva dipendenza da un unico ombrello di sicurezza esterno.
Per questo, pur avendo presenziato a quattro riunioni preparatorie nel corso dell’ultimo anno, l’Egitto non ha aderito al cosiddetto “Patto della Mecca” tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan perché (ancora) non gli conviene. Malgrado l’ottimismo da parte di Ankara per una prossima adesione, il ministro degli Esteri del Cairo, Badr Abdelatty, ha infatti parlato di una «valutazione molto seria» prima di adottare una decisione definitiva. In particolare, il regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi starebbe considerando gli impegni presi in altri trattati e la conformità dell’accordo con l’articolo 152 della Costituzione del 2014, che subordina l’invio di truppe all’estero al via libera del Parlamento. Ma cautele e pretesti nascondono qualcosa di più.
L’Alleanza prevede che un attacco a un Paese membro valga come un’aggressione a tutti, una clausola paragonata all’articolo 5 della Nato. I firmatari ne hanno ridimensionato la portata, presentando il Patto come un esperimento di autonomia regionale. Per il Cairo, però, aderire significherebbe comunque schierarsi e la tradizione egiziana si fonda sul non allineamento. L’Egitto, infatti, media da sempre con l’Iran, intrattiene rapporti con Israele in virtù del trattato di pace del 1979, collabora con gli Emirati Arabi in Libia e con l’Arabia Saudita in Sudan, riceve armi dagli Stati Uniti e finanziamenti da Riad, organizza esercitazioni aeree congiunte e co-produce droni con la Turchia, investe in gas con Grecia e Cipro, coopera sul nucleare civile con la Russia e accresce gli scambi commerciali e attrae investimenti dalla Cina. Non a caso, all’inizio del mese, per la prima volta in un decennio, Xi Jinping è arrivato al Cairo, dove ha firmato un accordo per avviare la terza fase della zona industriale sino-egiziana presso il Canale di Suez, la principale fonte di valuta estera del regime. L’adesione a un blocco militare, seppur in embrione, potrebbe essere letta come un’esplicita scelta di campo, dai costi troppo alti.
Per il Cairo, le principali minacce alla propria sicurezza restano l’escalation ai confini con la Striscia di Gaza e Israele, la disputa sul controllo del flusso idrico del Nilo con l’Etiopia, gli ostacoli alla navigazione nel Mar Rosso da parte degli Houthi in Yemen e il caos alle frontiere con i vicini Libia e Sudan. Ad oggi, di fronte a queste sfide, soltanto Washington può offrire una copertura militare credibile, se poi sia anche efficace se ne può discutere. Ma la nascita del “Patto della Mecca” non ha cambiato l’equazione. Scegliere l’Alleanza turco-saudita costringerebbe l’Egitto a schierarsi negli scacchieri più delicati. Se il Patto resterà una partnership a tema e non diventerà un blocco rigido, forse troverà il modo di salire a bordo. Fino ad allora, come da tradizione, i piedi del Cairo resteranno in più scarpe.

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