Icona app
Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Banner abbonamento
Cerca
Ultimo aggiornamento ore 14:26
Immagine autore
Gambino
Immagine autore
Telese
Immagine autore
Mentana
Immagine autore
Revelli
Immagine autore
Stille
Immagine autore
Urbinati
Immagine autore
Dimassi
Immagine autore
Cavalli
Immagine autore
Antonellis
Immagine autore
Serafini
Immagine autore
Bocca
Immagine autore
Sabelli Fioretti
Immagine autore
Guida Bardi
Home » Esteri

L’Esagono di Israele: lo scudo strategico di Tel Aviv per contrastare l’espansionismo di Turchia e Iran in Medio Oriente

Immagine di copertina
I primi ministri di India e Israele, Narendra Modi e Benjamin Netanyahu. Credit: Credit: GIL COHEN-MAGEN/SIPA - AGF

Netanyahu ha fallito l’obiettivo di diventare la potenza egemone del Medio Oriente. E ora prova a uscire dall’isolamento internazionale costruendo una nuova rete di alleanze con India, Grecia, Cipro e Paesi arabi e del Corno d’Africa. Ma è una scommessa piena di incognite

Lo scorso giugno, poche ore dopo la firma del memorandum of understanding tra Stati Uniti e Iran, J. D. Vance ha commentato così la trapelata insoddisfazione di Benjamin Netanyahu: «Donald Trump è l’unico capo di Stato al mondo che in questo momento nutre simpatia per Israele. Se fossi nel governo israeliano, probabilmente non attaccherei l’unico potente alleato che mi è rimasto in tutto il mondo».
Con il suo consueto stile assertivo, il vicepresidente americano stava facendo notare al primo ministro di Israele che le sue politiche aggressive degli ultimi tre anni hanno portato lo Stato ebraico all’isolamento nella comunità internazionale. Tesi difficile da confutare. La pulizia etnica nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania (inquadrata come tale dall’Ufficio Onu per i diritti umani) e le incursioni in Libano e Siria hanno indignato le opinioni pubbliche a tutte le latitudini e spinto l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ad approvare 45 risoluzioni contro Tel Aviv, più del doppio rispetto a quelle deliberate per censurare tutti gli altri Paesi messi assieme. Le violenze contro il popolo palestinese hanno scavato una voragine nelle relazioni con Turchia ed Egitto e hanno provocato il congelamento del processo di normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita (che, anzi, oggi si allea con la stessa Turchia e con il Pakistan). Persino governi storicamente amici, come quelli europei, hanno preso formalmente le distanze da Netanyahu, sul quale pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra e contro l’umanità. Come se non bastasse, la guerra lanciata lo scorso 28 febbraio – insieme agli Stati Uniti – contro l’Iran non solo ha fallito l’obiettivo di rovesciare il regime degli ayatollah, ma ha anche innescato un’escalation in cui sono rimasti coinvolti tutti i Paesi del Golfo con gravi ripercussioni sugli approvvigionamenti globali di idrocarburi e fertilizzanti. Israele rischia di farsi attorno terra bruciata anche in Africa: alla fine del 2025 il riconoscimento ufficiale del Somaliland è stato dichiarato illegale da 22 Stati africani e mediorientali. Dunque l’affermazione di Vance è quantomeno molto vicina alla verità: lo Stato ebraico è sempre più isolato nel contesto internazionale.
È in questo scenario di fondo che Netanyahu sta provando a cucire una nuova rete di alleanze, un sistema di partnership che lui stesso ha definito «esagonale» e che, secondo le sue parole, dovrebbe abbracciare India, Grecia, Cipro, più altri non meglio precisati Paesi arabi, africani e asiatici. «L’intenzione – ha annunciato il premier lo scorso febbraio, alla vigilia della visita in Israele del primo ministro indiano Narendra Modi – è quella di creare un asse di nazioni che condividano la stessa visione sulla realtà, le sfide e gli obiettivi, in contrapposizione agli assi radicali. Sia l’asse sciita radicale, che abbiamo colpito duramente, sia l’emergente asse sunnita radicale».

Minaccia ottomana
Se è evidente che l’«asse sciita» di cui Netanyahu parla è quello costituito dall’Iran e dai suoi proxy in Libano, Iraq e Yemen, con cui Israele ha avviato conflitti armati frontali, più incerti sono invece i contorni dell’«asse sunnita». A partire dalla firma degli Accordi di Abramo, lo Stato ebraico aveva infatti accelerato il percorso di avvicinamento verso alcuni Paesi arabi a maggioranza sunnita, ma gli eventi dell’ultimo triennio hanno di fatto bloccato quel processo. Secondo gli analisti, oggi quando il premier israeliano indica l’«asse sunnita» si riferisce presumibilmente, in primis, a Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, firmatari di recente di un importante patto di mutua difesa a La Mecca. Includere Islamabad tra i nemici contro cui è necessario fare fronte comune spiegherebbe del resto il coinvolgimento nell’operazione dell’India.
È Ankara, però, il rivale emergente che più inquieta Tel Aviv. Netanyahu accusa il premier turco Recep Tayyip Erdoğan – sempre più attivo tra Siria, Iraq penisola arabica e Somalia – di avere «aspirazioni aggressive» e di voler «restaurare l’Impero Ottomano». E anche l’ex primo ministro israeliano Naftali Bennett, tra i principali avversari interni di Bibi, parla apertamente di «una nuova minaccia turca».
C’è proprio questa tensione latente – stando a quanto trapelato – all’origine dell’azione condotta, il mese scorso, dall’aeronautica dello Stato ebraico contro una base aerea a Idlib, in Siria: l’attacco sarebbe stato intrapreso con l’obiettivo di ostacolare il rafforzamento militare turco nella zona. Inoltre, Israele sta esercitando forti pressioni sull’Amministrazione Usa affinché non dia il via libera alla vendita alla Turchia di quaranta caccia F-35.
A complicare le già fragili relazioni tra Tel Aviv e Ankara è stato anche il genocidio di palestinesi nella Striscia di Gaza, al punto che il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan si è spinto a dichiarare, riferendosi al governo israeliano: «Queste persone sono diventate un peso che l’umanità non può più sopportare». Attirandosi così denunce di antisemitismo.

Nel Mar Egeo
La competizione israelo-turca arriva fino al Mar Egeo, dove la crescente cooperazione tra lo Stato ebraico, Grecia e Cipro si intreccia con le storiche rivendicazioni marittime avanzate dal Paese anatolico.
È di poche settimane fa la notizia dell’accordo da 3,5 miliardi di dollari siglato da Atene con Tel Aviv per dotare il Paese ellenico dello Scudo di Achille, un sistema di difesa aerea multistrato di  fabbricazione israeliana. In precedenza i greci avevano acquistato da Israele anche 36 sistemi di artiglieria missilistica Puls. Quanto a Cipro, dopo aver ricevuto nel 2024 l’apparato anti-aereo israeliano Barak Mx, in queste settimane Nicosia è tornata a bussare alle porte del partner ebraico per chiedere una fornitura di carri armati Merkava.
Nel dicembre dello scorso anno Israele, Grecia e Cipro hanno sottoscritto un piano di rafforzamento della partnership militare attraverso appalti per la difesa, esercitazioni congiunte e cooperazione energetica. Una convergenza che viene dichiaratamente avversata dalla Turchia. Dal punto di vista di Netanyahu, i due Paesi mediterranei rappresentano la porta d’accesso all’Unione europea. Il premier segue molto da vicino, ad esempio, gli sviluppi del progetto del Great Sea Interconnector, un cavo elettrico sottomarino – cofinanziato dall’Ue – che dovrebbe estendersi per 1.208 chilometri, connettendo l’Europa continentale con Grecia e Cipro e, in prospettiva, con Israele.
I tre Paesi collaborano anche con gli Stati Uniti: lo scorso giugno,  a Houston, in Texas, hanno lanciato l’Eastern Mediterranean Energy Centre con l’obiettivo di cooperare in materia di sicurezza energetica, gas offshore, infrastrutture, ricerca e protezione delle infrastrutture critiche. Il ruolo di Atene e Nicosia nell’alleanza esagonale a cui lavora Israele assume così un duplice risvolto: da un lato partner di sicurezza nel Mediterraneo, dall’altro snodi infrastrutturali di collegamento con l’Europa. Con il progetto del gasdotto EastMed rimasto in sospeso, lo Stato ebraico potrebbe guardare con interesse ai porti sull’Egeo come hub strategici per portare nel vecchio continente il gas naturale estratto nei propri giacimenti offshore, in primis quello di Leviathan. Ed è qui che entra in gioco l’India.

Il ruolo di Modi
Esattamente tre anni fa, al vertice del G20 di Nuova Delhi, il primo ministro Modi presentò il progetto Imec, un corridoio infrastrutturale multimodale che dovrebbe collegare l’India all’Europa attraverso Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania e Israele. Pensata come contrappeso della Nuova Via della Seta cinese, l’iniziativa prevede la costruzione di ferrovie, porti in acque profonde, reti elettriche e cavi dati ad alta velocità. Tuttavia, con le turbolenze che hanno smottato il Medio Oriente a partire dal 7 ottobre 2023, il piano non ha registrato grandi passi in avanti ed è tuttora in fase di stallo. Anche l’attività dell’I2U2, il blocco strategico costituito nel 2022 tra India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, si è sostanzialmente arenata.
In compenso, Nuova Delhi continua a lavorare per rafforzare il proprio legame con lo Stato ebraico. Lo scorso febbraio, in occasione della visita di Modi a Gerusalemme, India e Israele hanno firmato un pacchetto di 17 accordi di cooperazione in materie come intelligenza artificiale, sicurezza informatica, agricoltura e pagamenti transfrontalieri. Da ambo le parti c’è la volontà di potenziare la sinergia oltre l’ambito della difesa, su cui i rapporti sono consolidati da anni (l’India è il principale acquirente di armi israeliane e l’azienda statale israeliana Rafael Advanced Defense Systems è in trattative per avviare una linea di produzione di intercettori Iron Dome nel Paese asiatico).
Per Modi, il piano dell’Esagono di Netanyahu rappresenta un’occasione per ampliare la rete commerciale indiana verso Ovest. L’armonia tra i due Paesi rischia però di essere guastata dalla ritrosia di Nuova Delhi a rompere le relazioni con l’Iran: riluttanza dettata da ragioni economiche e diplomatiche.

Dagli Emirati al Somaliland
La rivalità strategica con Teheran è invece il principale collante che tiene allineati fra loro Israele e i Paesi arabi potenzialmente inclusi nel progetto esagonale. Nell’ultimo anno e mezzo i missili e i droni lanciati dalla Repubblica Islamica hanno testato la cooperazione militare tra lo Stato ebraico e le monarchie del Golfo. Il legame è solido in particolare con gli Emirati Arabi Uniti, che quest’anno hanno anche schierato una batteria Iron Dome. A maggio, nel pieno della guerra contro gli ayatollah, Netanyahu ha fatto sapere di essere stato nel Paese emiratino, notizia subito smentita da Abu Dhabi, dove, a causa del diffuso sentimento pro-palestinese, si preferisce non reclamizzare gli stretti rapporti con Israele.
La guerra contro l’Iran passa ooi anche attraverso il Corno d’Africa. È in quest’ottica che va analizzato il riconoscimento del Somaliland, un territorio che, per il suo affaccio sul Golfo di Aden, può fungere da presidio strategico sui traffici commerciali nel Mar Rosso e, soprattutto, sulle attività degli Houthi nello Yemen.
Il riconoscimento è stato ufficialmente condannato dalla stragrande maggioranza dei Paesi della regione, ma non dall’Etiopia, che con le autorità del Somaliland aveva firmato un accordo nel 2024 per garantirsi l’accesso al mare. Addis Abeba e Tel Aviv hanno storicamente relazioni amichevoli: in Etiopia c’è un’importante comunità ebraica etiope (Beta Israel) e in Israele vivono circa 160mila ebrei di origine etiope (peraltro spesso vittime di discriminazione). Mashav, l’agenzia israeliana per gli aiuti umanitari, negli ultimi dieci anni ha fornito all’Etiopia aiuti sotto forma di progetti di cooperazione in agricoltura e nel settore idrico. E ingegneri israeliani hanno partecipato al progetto della Grande Diga del Rinascimento Etiope, al centro di una lunga disputa con Egitto e Sudan poiché bloccherebbe l’approvvigionamento idrico necessario per l’irrigazione.
A proposito di Sudan, nel 2020 l’allora governo provvisorio di Khartum si era avvicinato a Israele aderendo agli Accordi Abramo, ma negli anni seguenti la guerra civile che ha devastato il Paese e il crollo di immagine dello Stato ebraico nel mondo hanno impedito che il processo si completasse.

Guerra perenne
Tra India, Mar Egeo, penisola araba e Corno d’Africa, l’Esagono di Netanyahu sembra dunque voler combinare interessi economici e obiettivi di sicurezza. Israele, da un lato, punta a ritagliarsi un ruolo di ponte tra Asia ed Europa sfruttando corridoi commerciali, energetici e infrastrutturali e, dall’altro, si muove per ampliare la propria rete di influenza per contrastare nemici vecchi (l’Iran) e nuovi (la Turchia).
Ma c’è anche un’ulteriore possibile interpretazione: quella di un primo ministro che, con elezioni imminenti e sondaggi a picco, e per di più tre processi pendenti, prova a smentire la tesi di un Paese rimasto solo ai margini della comunità internazionale. In questo senso, come ha sostenuto Andreas Krieg, professore associato di studi sulla sicurezza al King’s College di Londra, l’iniziativa di Bibi «si configura come una copertura».
Per di più, il piano presenta non poche incognite. Dalla mancanza di un perimetro chiaramente delineato all’eterogeneità di interessi che caratterizza i presunti partner dell’alleanza, fino alla compatibilità del progetto, tutt’altro che scontata, con gli orientamenti dell’Amministrazione Usa.
Netanyahu sta cercando di uscire dall’isolamento costruendo una nuova rete di partnership, ma si tratta di una scommessa tutta da verificare. A quasi tre anni di distanza dai massacri del 7 Ottobre, il primo ministro di Israele ha fallito l’obiettivo di imporre un riassetto del Medio Oriente in cui lo Stato ebraico emergesse come unica potenza militare della regione. Anzi, malgrado le decapitazioni subite e l’indebolimento dei suoi alleati, il regime iraniano è ancora saldamente in piedi. E la Turchia si è insinuata nelle crepe che si sono aperte nel nuovo disordine regionale. Così per lo Stato ebraico l’unica certezza è il conflitto perenne. «La guerra non finirà mai», ha detto chiaro e tondo Netanyahu, qualche settimana fa, in un’intervista a Channel 14: «Volete vivere in Medio Oriente? Allora siate forti».

Ti potrebbe interessare
Esteri / Armi, gas, investimenti e rotte commerciali: così l'Egitto ha scelto (per ora) di non aderire al Patto della Mecca
Esteri / Il Patto della Mecca: anatomia di un’aspirante NATO islamica
Esteri / Mohammed Soliman a TPI: “Il Medio Oriente non esiste. Oggi l’Asia occidentale guarda a est”
Ti potrebbe interessare
Esteri / Armi, gas, investimenti e rotte commerciali: così l'Egitto ha scelto (per ora) di non aderire al Patto della Mecca
Esteri / Il Patto della Mecca: anatomia di un’aspirante NATO islamica
Esteri / Mohammed Soliman a TPI: “Il Medio Oriente non esiste. Oggi l’Asia occidentale guarda a est”
Esteri / Il Sultano dei due mondi: con il Patto della Mecca Erdogan proietta definitivamente la Turchia tra le potenze globali
Esteri / Il principe cerca alleati: ecco perché l'Arabia Saudita non può più affidarsi solo alla protezione Usa
Esteri / La sindrome di Washington: ecco perché il Patto della Mecca non segna la fine dell’ordine Usa
Esteri / Il Patto della Mecca cambia gli equilibri in Medio Oriente. Ma l’Europa resta in panchina
Esteri / Il presidente della NIAF Robert Allegrini a TPI: “Negli Usa non è mai stato così di moda e popolare avere origini italiane”
Esteri / La bomba di Islamabad: così il Patto della Mecca riporta il Pakistan sulla scena globale
Esteri / La metamorfosi della strategia della Resistenza dell’Iran in Medio Oriente