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Home » Esteri

Il Patto della Mecca: anatomia di un’aspirante NATO islamica

Immagine di copertina
Credit: TPI

È armata da droni turchi e atomiche pakistane ed è finanziata dai petrodollari sauditi. Ricalca la mutua difesa dell’Alleanza atlantica, è aperta a tutti, ma non è diretta contro nessuno. Eppure ha già stravolto gli equilibri regionali

Erano le prime ore del 7 agosto quando, poco prima di firmare un’alleanza di mutua difesa con Turchia e Arabia Saudita, il primo ministro del Pakistan Shehbaz Sharif, il comandante delle forze armate Asim Munir e tutta la delegazione del suo governo entravano nella Kaaba e compivano l’umrah, il pellegrinaggio minore islamico alla Mecca. Non era parte del protocollo diplomatico, ma un gesto simbolico. Poche ore dopo, al Palazzo al-Safa, nel cuore della città santa musulmana, insieme al principe saudita Mohammed bin Salman e al presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Sharif siglava un accordo che promette di cambiare gli equilibri in Asia occidentale. Quella sera, i principali monumenti a Riad, Ankara, Istanbul e Islamabad si illuminavano di rosso, bianco e verde in onore delle tre bandiere. Per i firmatari, l’intesa non è diretta contro nessuno, anzi l’adesione è aperta. Ma la promessa è chiara: d’ora in poi, un attacco a uno sarà considerato un’aggressione a tutti.
Eppure, a distanza di appena 48 ore dalla firma, mentre un drone lanciato dagli Houthi si abbatteva sulla raffineria saudita di Jazan e le fiamme divampavano tra i serbatoi della Saudi Aramco, il silenzio a Riad era assordante. Nessuno chiedeva aiuto alla Turchia né bussava alla porta del Pakistan. È lì, in quella distanza tra clausole segrete, proclami ufficiali e missili e droni che continuano a colpire dal Golfo persico al Mar Rosso, che si gioca tutto. Ankara, Riad e Islamabad vedono il mondo in modo diverso: la Turchia si considera il contrappeso regionale di Israele, l’Arabia Saudita è in competizione con l’Iran nel Golfo e con Emirati Arabi e Qatar per mantenere la supremazia nella Penisola, mentre la preoccupazione esistenziale del Pakistan resta l’India. Il vero nemico comune è la paura di un vuoto che nessuno riesce più a colmare, in una regione dove le promesse degli Stati Uniti si sono frantumate contro la realtà del conflitto contro Teheran e ciascuno cerca di difendersi da solo.

Genesi di un accordo
La cornice in cui il Patto è nato ne spiega la necessità più di ogni clausola. Con la guerra scatenata il 28 febbraio da Usa e Israele contro l’Iran, che ha coinvolto direttamente gli Stati del Golfo, la regione è tornata una polveriera, compromettendo la navigazione nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso, e lasciando l’Arabia Saudita sotto il tiro di missili e droni provenienti da più fronti, mentre Turchia e Pakistan provavano a mediare tra Teheran e Washington. In questo clima di escalation, Riad ha incassato colpi da più direzioni: missili e droni dalla Repubblica islamica, attacchi dalle milizie sciite vicine a Teheran in Iraq, e le offensive lanciate dallo Yemen contro porti, aeroporti, navi e impianti energetici dagli Houthi, mentre il regno tentava di bypassare Hormuz con i suoi oleodotti. Così la fiducia saudita nell’ombrello di sicurezza americano si è incrinata e Riad ha formalizzato un’intesa che maturava da tempo, perché le discussioni con Ankara e Islamabad andavano avanti ormai da mesi, se non da anni a voler credere al ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan.
Il Patto della Mecca, infatti, non è nato dal nulla: già il 17 settembre di un anno fa, pochi giorni dopo un raid di Israele contro la leadership di Hamas a Doha, in Qatar, Arabia Saudita e Pakistan avevano siglato un accordo di difesa congiunta che gettava le basi del nuovo trattato. Quel patto ha fatto da ponte all’ingresso della Turchia, che da anni rafforzava i legami nel settore con entrambi, tra affari militari e aeronavali con il Pakistan e forniture di droni all’Arabia Saudita. Messe insieme, le forze armate di Riad, Ankara e Islamabad sommano ora quasi 1,4 milioni di soldati, almeno 3.400 aerei e seimila carri armati e oltre 340 unità navali, numeri impossibili da ignorare.

Mappa Patto Mecca
Credit: TPI

Tre pilastri
Il testo completo dell’accordo non è stato reso pubblico, ma i principi cardine emergono chiari dalle dichiarazioni dei tre governi dopo la firma alla Mecca e il vertice militare congiunto nello storico Palazzo di Ciragan a Istanbul. Il primo è la mutua difesa, espressa con una formula che ricorda da vicino l’articolo 5 della Nato, di cui fa parte la Turchia: «Qualunque attacco armato contro qualunque dei tre Stati sarà considerato come un attacco contro tutti». Il secondo è la deterrenza collettiva, pensata non solo per la guerra in corso ma, in base al principio di «promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità nella regione e oltre», quindi anche per scenari lontani dal Golfo. Il terzo prevede la collaborazione militare a tutti i livelli, dall’interoperabilità tra le forze armate, alla condivisione dell’intelligence, alle esercitazioni congiunte via terra, mare e aria, al coordinamento antiterrorismo, fino alla cooperazione industriale con ricerca e produzione condivise in settori quali i droni, la guerra elettronica e l’intelligenza artificiale. Per questo, i tre Paesi hanno già istituito un Comitato politico-strategico di difesa e un segretariato permanente con sede a Riad, il cui primo segretario generale, per un mandato di tre anni, sarà scelto in Pakistan.
Resta più sfumata, invece, la componente atomica. Il Pakistan è l’unico dei contraenti dotato di proprie armi nucleari, con un arsenale stimato in circa 170 testate, e la sua adesione proietta sull’alleanza un’ombra che nessuno, ufficialmente, riconosce. Il Patto, ha spiegato il ministro turco Fidan, intende rafforzare la deterrenza collettiva e non è diretto contro nessuno. «L’accordo non rappresenta un tentativo di creare un asse militare o un blocco settario», ha precisato il viceministro saudita per la Diplomazia Pubblica, Rayed Krimly, secondo cui l’intesa «non è legata né ad ambizioni nucleari né a una corsa agli armamenti, bensì si concentra sulla costruzione di capacità sostenibili».

Il cantiere delle adesioni
Fin dal primo giorno, invece, i firmatari hanno lasciato la porta aperta ad altri aderenti. «L’alleanza è stata creata con l’obiettivo di espandersi», ha confermato lo stesso Fidan, salvo aggiungere che «le sue fondamenta devono essere gettate bene», prima di accogliere nuovi membri. Insomma prima le regole, poi l’allargamento. Tra i Paesi che hanno manifestato interesse c’è in primis il Bangladesh, il cui segretario del ministero degli Esteri, Humayun Kabir, ha annunciato che Dacca guarda positivamente alla possibilità di aderire. Anche l’Iraq potrebbe bussare alla porta del Patto, mentre l’Egitto, pur essendo parte del gruppo R4 che da mesi si consulta con Riad, Ankara e Islamabad, si è finora mostrato cauto. Il Qatar è stato sollecitato dall’ex premier Hamad bin Jassim Al Thani a trascinare con sé l’intero Consiglio di Cooperazione del Golfo nella nuova Alleanza, mentre il Kuwait potrebbe negoziare con Islamabad un’intesa parallela in cambio di nuovi investimenti nell’Emirato. Restano fuori gli Emirati Arabi Uniti a causa delle crescenti tensioni degli ultimi anni con Riad, e non è un dettaglio. Persino l’Iran, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei, ha reagito con una certa ambivalenza, descrivendo l’accordo come una prova che i vicini puntano sempre più sulle proprie capacità piuttosto che su potenze esterne, anche se da Teheran l’accordo è visto come poco più di un pezzo di carta, incapace di garantire la sicurezza dei suoi membri.

Affari armati
Se c’è un settore, però, dove il Patto può avere davvero successo, è l’industria della difesa. L’accordo promette di trasformare la cooperazione militare da semplice scambio di tecnologie in un progetto industriale condiviso, con il petrolio saudita a finanziare la tecnologia turca e l’esperienza pachistana messa all’opera. Dal 2023 il colosso turco Baykar produce insieme all’azienda saudita Saudi Arabian Military Industries i droni Akinci, mentre i negoziati per la partecipazione di Riad allo sviluppo del caccia di quinta generazione Kaan, già avanzati a febbraio, puntano ora a un salto di qualità grazie ai capitali provenienti dal regno arabo.
Per Riad, che entro il 2030 vuole produrre in patria oltre il 50% della propria spesa militare, significa nuovi fornitori e trasferimenti tecnologici. Per Ankara si tratta, invece, di espandere le proprie esportazioni di armamenti oltre Libia, Qatar e Siria. Per Islamabad, infine, il ritorno è soprattutto finanziario. Ottomila soldati pachistani sono già stati dispiegati in Arabia Saudita insieme a caccia JF-17, droni e un sistema di difesa aerea HQ-9 di origine cinese, il tutto finanziato da Riad. Un’iniezione da tre miliardi di dollari che, ad aprile, ha puntellato le riserve valutarie pachistane. Non va trascurata, inoltre, la componente cinese, i cui sistemi già operati da personale pachistano in territorio saudita rappresentano il pezzo di un puzzle che lega il Patto all’arsenale di Pechino, con tutte le implicazioni che comporterà a lungo termine per la competizione industriale e militare con gli Stati Uniti.
Sul piano strategico, l’effetto più immediato è la concorrenza sulle rotte commerciali. A giugno, Turchia e Arabia Saudita hanno concordato il rilancio della ferrovia ottomana del Hegiaz per collegare il Golfo all’Europa attraverso Giordania e Siria, bypassando Israele, gli Emirati Arabi e la Grecia, tutti Paesi al centro del Corridoio economico India-Medio-Oriente-Europa, appoggiato anche dal governo di Giorgia Meloni.

Teatri di attrito
D’altronde i fronti su cui l’alleanza rischia di essere messa alla prova sono già tracciati sulla mappa. L’immediato è il Golfo persico e la Penisola araba, a causa delle rappresaglie dell’Iran contro le basi statunitensi nell’area. Più a nord, in Iraq, la pressione su Baghdad per disarmare le milizie sciite legate all’Iran si intreccia con la presenza turca nel Paese e con l’ambiguità del governo iracheno verso la Repubblica islamica. A ovest, la Turchia guarda alla Siria e al Libano, alimentando il confronto con Israele, che occupa porzioni di entrambi i Paesi. Qui i primi colpi sono già stati sparati da Tel Aviv e la mediazione dell’Azerbaigian pare già fallita. La tensione sale anche nel Mediterraneo orientale con Cipro e la Grecia, che ha da poco firmato un accordo di difesa aerea da oltre tre miliardi di euro con Tel Aviv. Pesa poi l’assenza dell’Egitto, rimasto fuori dal Patto, lasciando scoperto un fronte che va dal Sinai al Canale di Suez, snodo cruciale per la sicurezza del Mar Rosso.
Il nervo scoperto resta soprattutto marittimo, in primis sullo Stretto di Hormuz, di cui Teheran rivendica il controllo come risarcimento per il conflitto e che resta fondamentale per la sopravvivenza degli Stati del Golfo. Stesso discorso per il Mar Rosso e lo Stretto di Bab el-Mandeb, tra Arabia e Corno d’Africa, entrambi teatro da anni di attacchi alla libertà navigazione degli Houthi dallo Yemen. Ma l’orizzonte non si ferma qui perché la competizione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi da un lato e Turchia e Israele dall’altro arriva, nel primo caso, fino in Sudan e, nel secondo, nel Corno d’Africa. Intanto, sul versante dell’Asia meridionale, il confine di 900 chilometri tra Pakistan e Iran nel Belucistan resta instabile, mentre Islamabad cerca di tenere aperta la mediazione tra Washington e Teheran, anche se continua a misurarsi soprattutto con l’India.

Il fantasma di Baghdad
Tutti questi fronti rischiano di trascinare il blocco in crisi da cui ciascuno dei singoli partner avrebbe motivo di restare lontano. Non a caso, il ministro degli Esteri turco Fidan ha ammesso che sebbene il Patto sia «tecnicamente comparabile» all’articolo 5 della Nato, in caso di attacco a uno dei suoi membri, la risposta andrebbe decisa attraverso consultazioni tra i governi, il che significa che non esiste alcun meccanismo automatico di intervento. Manca ancora, inoltre, un comando integrato, forze permanenti o un apparato militare congiunto paragonabile a quello dell’Alleanza Atlantica. Anche se il nucleare pachistano conferisce all’accordo un peso simbolico, come hanno più volte tenuto a precisare i vertici sauditi, Islamabad non ha esteso il proprio ombrello atomico a Riad e Ankara.
Come il Patto di Baghdad del 1955, che diede vita alla Central Treaty Organization, l’alleanza anti-sovietica tra Regno Unito, Turchia, Iraq, Iran e Pakistan sgretolatasi dopo il golpe contro la monarchia irachena filo-britannica del 1958 e l’invasione turca di Cipro del 1974, alla lunga anche il Patto della Mecca potrebbe rivelarsi fallimentare. Nessuno dei contraenti vuole farsi trascinare nelle guerre altrui e tutti eviteranno contributi troppo onerosi all’Alleanza, vista la distanza economica tra un Pakistan ancora a vocazione agricola, una Turchia fortemente indebitata e un’Arabia Saudita incapace di superare la propria dipendenza dal petrolio. Nessuna di queste sfide è stata affrontata finora, mentre la mancanza di un nemico comune dichiarato potrebbe mettere in dubbio la necessità stessa del Patto, che rischia di restare poco più di un segnale simbolico, quanto l’umrah di Sharif prima della firma. Perché la paura del vuoto, da sola, non basta a riempirlo.

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