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Home » Esteri

Rinviato l’incontro in Oman tra l’Iran e i Paesi del Golfo su Hormuz: continuano le scaramucce nello Stretto e sale il prezzo del petrolio

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Navi mercantili ferme nelle acque dello Stretto di Hormuz, al largo di Khasab, nel nord dell’Oman. Credit: CHINE NOUVELLE/SIPA / AGF

La Repubblica islamica ferma le navi al largo del canale e gli Stati Uniti mantengono il blocco dei porti iraniani. Ma dalla diplomazia non arriva nessun passo avanti, nemmeno dai Brics. Anzi, il conflitto rischia di allargarsi ancora

Il Sultanato dell’Oman ha annunciato il rinvio dell’atteso vertice sul futuro dello Stretto di Hormuz, previsto oggi a Salalah, tra l’Iran e i Paesi del Golfo, una decisione ufficialmente maturata “per creare le condizioni più favorevoli a un dialogo costruttivo” nel pieno del blocco dei traffici provocato dalla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica.
Il quadro di crisi nella regione continua ad aggravarsi su più fronti: i prezzi del petrolio registrano nuovi rialzi, spinti anche dall’avanzata dei ribelli Houthi in Yemen e dallo stop temporaneo dell’oleodotto saudita East-West, mentre le forze iraniane hanno abbattuto un drone americano MQ-1 nello Stretto, dove negli ultimi mesi il blocco navale statunitense ha obbligato oltre cento mercantili a cambiare rotta. Una matassa che neanche i Brics sembrano intenzionati a provare a sbrogliare, mentre il conflitto rischia di allargarsi ancora con il potenziale intervento della Corea del Sud.

Il giallo dei colloqui rinviati
La riunione prevista oggi a Salalah, secondo quanto annunciato dall’agenzia di stampa ufficiale omanita Ona, “è stata rinviata a data da destinarsi”. Sui social, il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al-Busaidi, ha confermato la decisione di Mascate sostenendo che il Sultanato resta “determinato a promuovere un dialogo che contribuisca alla stabilità e a una cooperazione duratura nella regione”, ribadendo che l’incontro è stato annullato “al fine di favorire il consenso”.
Ma, secondo quanto annunciato oggi in conferenza stampa dal portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, il rinvio sarebbe stato chiesto dall’Arabia Saudita, che ufficialmente non ha ancora commentato. L’Iran e l’Oman, ha spiegato Baghaei, “hanno preso una decisione congiunta volta a raggiungere un approccio responsabile” alla gestione dello Stretto di Hormuz. L’incontro previsto oggi, ha sottolineato, rappresentava “un’opportunità per dimostrare l’importanza di queste decisioni” ma è stato annullato a causa “degli eventi in corso nello Yemen”.
Al blocco navale e agli attacchi lanciati da luglio dallo Yemen dagli Houthi contro le petroliere saudite si è infatti aggiunto il controllo della costa yemenita del Mar Rosso preso la scorsa settimana dagli stessi ribelli filo-iraniani, che ora dominano anche lo Stretto di Bab el-Mandeb, un altro snodo decisivo per il traffico da e verso il Canale di Suez. Inoltre, a causa di un attacco lanciato dall’Iraq da altre milizie filo-Teheran, il regno, di fatto accerchiato, ha anche dovuto bloccare le operazioni dell’oleodotto East-West, con cui Riad aveva tentato di bypassare Hormuz, esportando greggio dal Mar Rosso invece che dal Golfo Persico. Una decisione che mette a rischio fino al 4% dell’approvvigionamento mondiale di greggio. La crisi ha così provocato un immediato rialzo dei prezzi sui mercati internazionali, con i contratti futures sull’indice Brent, punto di riferimento per le quotazioni petrolifere in Europa, arrivati oltre i 107 dollari al barile; mentre quelli sullo statunitense WTI hanno raggiunto i 103 dollari al barile.
La Repubblica islamica, ha tenuto oggi a precisare il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, “non ha alcun legame con quanto sta accadendo in Yemen”, dove – ha proseguito – “non è possibile una soluzione militare”. “Molti Paesi stanno approfittando degli eventi in corso per creare una spaccatura tra l’Iran e gli altri Stati della regione”, ha continuato Baghaei, secondo cui “se l’incontro di oggi avesse avuto luogo, sarebbe stata un’occasione molto opportuna”. “Non credo che alcun Paese responsabile accetterebbe, in alcun modo, di essere condizionato o sottoposto a pressioni da forze esterne”, ha concluso.
L’appuntamento era stato preannunciato da Teheran la settimana scorsa e prevedeva la presenza di rappresentanti dell’Iraq e di vari Paesi del Golfo, anche se nessun governo della regione aveva confermato ufficialmente l’invio di propri rappresentanti e il solo governo del Bahrein aveva rifiutato di partecipare. Da parte sua, interrogato sulla questione durante la sua visita in Irlanda, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si era mostrato del tutto indifferente rispetto a quest’iniziativa diplomatica, dichiarando ieri ai cronisti di “fregarsene” del vertice, aggiungendo: “Sono affari loro”.
L’Oman e l’Iran affacciano rispettivamente sul margine meridionale e settentrionale dello Stretto di Hormuz, un braccio di mare fondamentale attraverso cui, prima dello scoppio delle ostilità scatenate a fine febbraio da Usa e Israele contro l’Iran, transitava circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale. Gli sviluppi del conflitto hanno decretato un blocco di fatto dello Stretto, con l’Iran impegnato a sferrare attacchi contro le basi statunitensi ospitate dai Paesi vicini alleati di Washington e a rivendicare il controllo del tratto di mare, spingendo la Casa bianca a imporre, per ritorsione, il blocco dei porti iraniani. L’intesa firmata il 17 giugno da entrambe le parti, violata già il 7 luglio, è crollata proprio a causa dei dissidi sulla gestione di Hormuz. Così, con la recente ripresa dei raid, i prezzi del petrolio sono tornato a superare stabilmente i 100 dollari al barile sui mercati internazionali.
Teheran e Mascate, legati da buoni rapporti diplomatici, discutono da settimane del futuro assetto di questa rotta marittima, un tempo aperta alla libera navigazione. L’Iran pretende che le navi ottengano un’autorizzazione preventiva per motivi di sicurezza e sovranità, valutando l’introduzione di tariffe per i servizi di transito come risarcimento per i danni subiti durante il conflitto. Le imbarcazioni sprovviste di permesso vengono sistematicamente prese di mira dalle forze iraniane, mentre gli Stati Uniti bombardano con regolarità le coste e le navi dell’Iran in transito nello Stretto per contestarne l’egemonia nell’area.

Scaramucce nello Stretto
Così, sullo scacchiere navale, le ostilità continuano. I Guardiani della Rivoluzione Islamica in Iran, secondo una nota citata dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim, hanno rivendicato l’intercettazione e la distruzione di un drone statunitense MQ-1 che sorvolava lo Stretto di Hormuz, grazie all’impiego di un nuovo sistema di difesa aerospaziale sviluppato da Teheran. Intanto, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa iraniana Isna, almeno una persona è morta e altre 4 sono rimaste ferite in un attacco condotto ieri dalle forze armate statunitensi contro una nave mercantile iraniana al largo delle isole di Hengam e Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Tra i feriti, ha rivelato oggi in conferenza stampa il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Esmaeil Baghaei, figurerebbero anche due cittadini del Pakistan. Gli Stati Uniti e Israele “continuano a minacciare la sicurezza nel Golfo Persico”, ha rimarcato il funzionario iraniano, accusando Washington e Tel Aviv di aver commesso “crimini di guerra” bombardando e uccidendo civili dall’inizio della guerra. “Si tratta di una violazione totale di tutti gli standard umanitari e dei valori umani”. Un attacco che il presidente statunitense Donald Trump, interrogato in merito dalla stampa durante la sua visita in Irlanda, non ha voluto né confermare né smentire.
Da Washington però, il Comando Centrale delle forze armate degli Stati Uniti (Centcom) ha aggiornato il bilancio del blocco navale reintrodotto a luglio dalla Casa bianca a seguito del fallimento della tregua tra Washington e Teheran. Al 12 settembre, si legge in una nota divulgata sui social dal Centcom, la Marina statunitense ha obbligato almeno 101 navi commerciali in transito nello Stretto a cambiare rotta.
Nel frattempo, le rilevazioni preliminari sul tracciamento navale raccolte dal portale specializzato Kpler evidenziano come il transito di mercantili a Hormuz sia precipitato a una sola cifra al giorno durante il fine settimana, mantenendosi al di sotto della media dei dieci precedenti, quando si registravano 14 passaggi giornalieri. In tutto l’ultimo weekend è stato segnalato un totale di 14 transiti, con 4 imbarcazioni in uscita dal Golfo e 10 in entrata. Si tratta tuttavia di cifre provvisorie e suscettibili di aggiornamenti, poiché diversi bastimenti attraversano lo Stretto mantenendo spenti i trasponder del sistema di identificazione automatica AIS per evitare di essere intercettati dalle forze iraniane e statunitensi.

L’ipotesi coreana, lo zampino cinese e i limiti dei Brics
La situazione sul campo non accenna a calmarsi. Questa settimana infatti, secondo una nota del ministero della Difesa di Seul citata dall’agenzia di stampa Yonhap, Stati Uniti e Corea del Sud prevedono di tenere “colloqui di alto livello in materia di difesa”, riguardanti anche lo Stretto di Hormuz. L’incontro, secondo quanto comunicato dal ministero di Seul, si svolgerà nella città portuale sudorientale di Busan tra mercoledì 16 e venerdì 18 settembre nell’ambito del Dialogo integrato sulla difesa tra Corea e Stati Uniti (KIDD), che si tiene due volte l’anno.
Gli alleati non hanno fornito ulteriori dettagli sull’agenda dei colloqui ma, secondo fonti citate dall’agenzia di stampa locale, dovrebbero discutere della possibilità di uno spiegamento militare da parte della Corea del Sud nello Stretto di Hormuz, una richiesta già avanzata negli scorsi mesi da Donald Trump e finora respinta da Seul. L’indiscrezione troverebbe conferma, secondo quanto riportato da Yonhap, dall’invio di una squadra sudcoreana negli Emirati Arabi Uniti, avvenuto la scorsa settimana, per valutare la situazione della sicurezza nei pressi dello Stretto. Una mossa che aveva alimentato le speculazioni, secondo cui Seul starebbe seriamente valutando uno spiegamento militare nell’area, per ora smentito dal governo sudcoreano. Teheran, intanto, ha pubblicamente la Corea del Sud che una simile decisione porterebbe a “gravi conseguenze”.
Sullo sfondo degli equilibri geopolitici internazionali, l’ultima inchiesta pubblicata dal Wall Street Journal, secondo cui alcune aziende cinesi avrebbero fornito a Teheran immagini satellitari della base militare di Muwaffaq Salti, in Giordania, prima e dopo l’attacco missilistico lanciato da Teheran il 17 luglio in cui persero la vita tre soldati statunitensi, rischia di appesantire il clima diplomatico in vista della visita di Xi Jinping prevista a Washington il 24 settembre.
Parlando con la stampa a bordo dell’Air Force One, ieri il presidente Donald Trump ha però ridimensionato la portata del caso. “Quando dicono che la Cina ci spia, dico che hanno ragione, e anche noi spiamo loro”, ha dichiarato il presidente statunitense. “È quello che facciamo. In sostanza fanno quello che facciamo noi”. L’amministrazione di Donald Trump, che aveva già avvertito Pechino delle conseguenze del commercio di armamenti con l’Iran e aveva sanzionato a maggio tre società satellitari cinesi per aver sostenuto le operazioni della Repubblica islamica, ha voluto mantenere la cautela nei confronti di Xi Jinping, spiegando che, “come noi”, Pechino “si è comportata abbastanza bene”.
Intanto, il vertice dei Brics svoltosi nel fine settimana a Nuova Delhi, in India, con 11 membri e 10 Paesi partner dell’organizzazione e la Cina in prima fila, ha evidenziato le difficoltà del blocco nel convertire la propria forza economica in un’unica voce politica. La dichiarazione finale ha infatti evitato di citare direttamente la guerra contro l’Iran o di condannare gli Stati Uniti, riflettendo i contrasti già emersi durante il vertice dei ministri degli Esteri tenuto a maggio scorso, con l’Iran che invocava una ferma condanna dell’offensiva israeliana e americana e gli Emirati Arabi Uniti contrari a una formulazione così assertiva. L’allargamento del gruppo ha finito per importare rivalità regionali e strategie divergenti nei confronti di Washington. L’India è infatti impegnata a preservare la propria autonomia strategica mantenendo intatti i legami con Washington nell’ambito del Quad e con Israele. La Russia intende evitare un conflitto diretto con la Nato. La Cina vuole tutelare i propri flussi commerciali verso il mercato statunitense, mentre Brasile e Indonesia rifiutano di trasformare il blocco in uno strumento al servizio degli interessi di Pechino e Mosca. La diplomazia insomma, da qualsiasi angolo del mondo la si guardi, arranca e il conflitto prosegue.

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